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Anoressia, bulimia e il rifiuto della società

In Italia oltre tre milioni di persone, prevalentemente di giovane età, soffrono di DCA, ossia di Disturbi del comportamento alimentare: anoressia, bulimia e obesità. Le prime due vengono spesso associate e confuse, c’è chi ha addirittura fatto riferimento ad una vera e propria “epidemia” con effetti devastanti sulla salute e sulla vita di giovani e adulti, colpiti indipendentemente da condizione sociale o etnia. Ma, nello specifico, di cosa si tratta e, dopo anni e anni di studi, siamo pronti ad accettare bulimia ed anoressia per quello che sono?

Anoressia e bulimia: definire per comprendere

Come riassume chiaramente Epicentro, progetto a cura del centro nazionale di sorveglianza e promozione della salute, il tratto distintivo dell’anoressia è una significativa perdita di peso dettata dall’esigenza ossessiva del controllo della propria immagine, del proprio corpo, di tutto. Il dimagrimento quindi è la conseguenza del rifiuto per l’assunzione del cibo, dell’attenzione ossessiva per il contenuto calorico e per la bilancia. I pasti vengono frequentemente e sistematicamente evitati, aumenta l’attività fisica, nel 75% dei casi si ricorre anche alla bulimia, quindi al vomito, e si comincia ad assumere pillole lassative. A tutto ciò è associato un rifiuto da parte della persona anoressica nel riconoscere la gravità della situazione e l’alterazione esagerata della forma fisica.

La bulimia, invece, è caratterizzata dall’ingestione di una grande quantità di calorie in un arco di tempo ristretto che vengono poi “espulse” vomitando. Il cibo diventa una dipendenza al pari di una droga o dell’alcool e la causa scatenante è un forte stress emotivo che provoca e accompagna l’abbuffata, insieme alla sensazione di non poter controllare il proprio comportamento, e quindi di non riuscire a smettere di mangiare. Il paragone più efficace per rappresentare la bulimia è quello che parla di “un pozzo buio e profondo da riempire”: un vuoto soggettivo incolmabile che si cerca di riempire attraverso l’assunzione di quantità eccessive di cibo.  Dopo l’abbuffata, la persona che soffre di bulimia tende a punirsi vomitando con l’intento di dimagrire, entrando così in una fase di depressione e di disgusto verso sé stessa, mentre la propria forma e apparenza fisica finiscono con il diventare una ossessione permanente. Una persona bulimica può essere di peso normale, sottopeso o sovrappeso, diversamente da una anoressica che è sempre (molto) sotto peso.

I perché di un disturbo sempre più diffuso

Tra le ragioni che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici si ritrovano fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici, insieme a componenti di familiarità, l’influenza da parte di parenti e soggetti più vicini, la sensazione di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa, o al contrario di essere fortemente trascurati dai propri genitori, il sentirsi oggetto di derisione per la propria forma fisica o di non poter raggiungere i risultati desiderati per problemi di peso e apparenza. Questi due disturbi possono però anche dipendere dall’aver subito situazioni particolarmente traumatiche, come ad esempio violenze sessuali, drammi familiari, comportamenti abusivi da parte di familiari o di persone esterne, difficoltà ad essere accettati socialmente e nella propria famiglia.

L’associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia e i disturbi alimentari, ABA, elenca le conseguenze, che come si può facilmente immaginare, possono essere le più diverse e le più gravi sia dal punto di vista fisico che psicologico: per quanto riguarda i danni fisici si parla di ulcere, danneggiamenti perenni ai tessuti corporei, disidratazione, danni a cuore fegato e reni, problemi a denti e gengive, riduzione di alcune capacità del sistema nervoso come la memorizzazione e la concentrazione, indebolimento del tessuto osseo, blocco della crescita, ipotermia. Le conseguenze sul piano psicologico includono invece depressione, scarsa autostima, senso di colpa e di vergogna, umore instabile, tendenza ad assumere comportamenti maniacali, propensione al perfezionismo e soprattutto difficoltà a mantenere relazioni sociali e familiari.

Disturbi alimentari nella società

Sociologicamente, già dagli anni Cinquanta si iniziò a parlare di anoressia nervosa definendola un disturbo etnico, ossia un disturbo tipico di una certa cultura. Secondo questa interpretazione, l’anoressia porta alla luce l’ambivalenza di significati intrinsechi al genere femminile, e al contempo manifesta un’ossessione esasperata nella ricerca della magrezza e del culto della forma fisica. Secondo il medico Richard A. Gordon, infatti, “l’interiorizzazione del modello fisico dominante rappresenta una soluzione patologica del problema dell’identità, in quanto consente di ridurre il disagio causato dai sentimenti di debolezza e dal conflitto interiore”.

Sempre dal punto di vista sociologico, oggetto di attenzione è stato anche il ruolo dei mass media: il peso che essi hanno in questi casi è difficile da valutare per via della molteplicità di fattori che entrano in gioco nel corso dell’esposizione, dell’elaborazione e dell’interiorizzazione dei contenuti. Appare però innegabile il fatto che essi influenzino i soggetti predisposti a questi tipi di disagi, rendendo più probabile l’adozione dei comportamenti alimentari sopra descritti. Determinante in questo senso sembra essere il fatto che i media tendono a permettere ed incentivare l’identificazione con i modelli che propongono, quindi la pressione sulla magrezza e la stigmatizzazione della grassezza, mentre la bellezza fisica è spesso presentata come simbolo di successo e affermazione sociale. Soprattutto per quanto riguarda le donne, sembrerebbe anche esserci una relazione tra certi aspetti socialmente rilevanti al giorno d’oggi e l’insorgere di anoressia e bulimia: la donna contemporanea sarebbe sottoposta ad alcune pressioni e contraddizioni dettate dall’esigenza di assumere ruoli che possono stridere con le sue attitudini, dai desideri della vita privata a quelli imposti dalla vita lavorativa, tra identità personale e modelli imposti dalla società. Ovviamente tutti questi fattori di contesto non devono e non possono essere considerati come i principali responsabili della malattia, ma è indubbio che essi incoraggino e giochino un ruolo rilevante per i soggetti predisposti.

Per approfondire l’argomento, un documento che potrebbe essere interessante è quello redatto dal Ministero della Salute e dal Ministero per le Politiche Giovanili nel 2014 disponibile al link: http://www.bulimianoressia.it/wp-content/uploads/2014/04/Dispensa-Ministero.pdf

 

Elena Baro

[L’illustrazione di copertina è tratta da BioSalus.net]

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