Accordo UE-Turchia: in Grecia si sta consumando una catastrofe umanitaria

In the Greek government run Moria refugee camp, we are deprived of decent health care, food and water, toilet facilities and places to sleep, but we have not lost our dignity and humanity.

Inizia così la lettere aperta che un gruppo di ONG, insieme ai responsabili di diverse comunità di richiedenti asilo detenuti sull’isola di Lesbo, hanno scritto e indirizzato alla Commissione Europea. Era il 15 marzo 2017, un anno esatto dalla firma dell’Accordo tra l’Unione Europea e Turchia sulla gestione dei flussi migratori. La stessa intesa, che stando alle dichiarazione della Commissione, dovrebbe mettere la parola fine agli attraversamenti irregolari delle frontiere europee orientali e migliorare la situazione nelle isole elleniche. Peccato, però, che queste “nobili” intenzioni siano, praticamente, rimaste lettera morta. Discioltesi come la neve che è caduta, copiosa, fino a pochi mesi fa sulle tendopoli allestite in Grecia dall’Unhcr, sostituite in fretta e furia dai container per resistere alle gelide temperature invernali.

Lesbo, così come Kos, dopo più di un anno assomiglia ad un purgatorio di dantesca memoria. Un limbo nel quale sono costretti migliaia di poveri disperati, quasi a dover espiare una pena per un peccato che, però, non hanno commesso. Bloccati e stipati come sardine in una latta da supermercato, dentro Hotspot sovraffollati cinti da mura, filo spinato e sotto la continua minaccia della polizia di frontiera greca. Secondo le autorità elleniche, infatti, i 14.371 richiedenti asilo presenti, ad oggi, nell’arcipelago sono ospitati in strutture inadeguate e con una capienza massima di 8.204 posti (7.450 dei quali nel programma di accoglienza governativo e 754 in quello organizzato dall’Unhcr).

Uomini, donne e bambini che potrebbero essere trasferiti altrove: ad Atene per esempio, vera e propria chimera diventata irraggiungibile per molti di loro, o in qualunque altra città europea in cui le condizioni di vita sono più accettabili ma quei richiedenti asilo sono, invece, inchiodati lì. “Tutto questo in nome di un accordo che, secondo Lucia Gennari dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’immigrazione, ammette la riammissione in Turchia solo per coloro che si trovano sulle isole greche. È per questa ragione che è fondamentale che i richiedenti asilo rimangano dove sono. Un effetto deterrente che anzi ha finito per aggravare ancora di più la già drammatica situazione umanitaria.”

Inevitabile, per un paese il cui sistema d’accoglienza, sempre secondo Lucia Gennari, presenta gravi carenze in termini di strutture e personale umanitario. Così, va a finire che “queste persone si trovano ad insistere su un paese già al collasso. Inficiato da una pesante crisi economica ed enormemente debole politicamente. Per rendersene conto, secondo Giovanni Masini reporter per Gli occhi della guerra, basta osservare le lunghe file di cittadini greci in attesa che il cibo avanzato negli Hotspot gli vengo donato.” Un ultimo, disperato, ricambio di solidarietà.

rifugiati grecia
Fonte: Daily Mail.co.uk

“Quello a cui si sta assistendo, è un processo di riforma delle regole del sistema d’asilo, mi assicura Lucia Gennari, che trasferirà il controllo delle frontiere e dei rimpatri a Frontex, mentre all’Easo spetterà l’ultima parola in termini di ammissibilità delle domande d’asilo e riguardo ai processi di secondo grado nelle Commissioni d’appello che dovranno, dunque, tener conto dei pareri dell’Agenzia per l’asilo. Nel frattempo, però, i lavori delle Commissioni sono sospesi in attesa che si pronunci il Consiglio di stato greco e, così, ai richiedenti asilo non rimane altra da fare che aspettare.”

Un preoccupante “effetto esternalizzazione”, come viene definito nell’ultimo report dell’ASGI: Esperimento Grecia. Un’idea di Europa, già innescato su queste piccole isole dell’Egeo dopo l’accordo dello scorso marzo e che, a breve, verrà attuato anche in Italia. Un processo fatto di accordi bilaterali, sulla falsa riga di questo con la Turchia e prima ancora con Libia, Hotspot e meccanismi procedurali come quelli del “paese terzo sicuro”, “del paese d’origine sicuro” e del “paese di primo asilo”.

Non ha dubbi Stefano Galieni, attivista e studioso di fenomeni migratori che incontro a Roma dove vive da anni. “Le ragioni per cui queste persone partano sono, infinitamente, più forti degli ostacoli fisici o burocratici che si trovano a dover superare. Ciò nonostante, a suo dire, c’è un pezzo d’Europa che è convinta di poter governare questi flussi selezionando coloro che posso entrare rispetto a quanti dovrebbe rimanere sull’uscio”, privati dei diritti ed abbandonati a loro stessi.

Per fare questo, si è pensato di esercitare pressioni sul Governo di Atene affinché, lo scorso aprile, modificasse il proprio sistema d’asilo, introducendo la detenzione amministrativa per quanti decidono di entrarvi illegalmente. “Il problema però, ammette Stefano Galieni, è che ad oggi non esiste altra possibilità per entrare in Europa.” Così, da un giorno all’altro, la Grecia è passata dall’essere considerata semplice paese di transitopaese d’arrivo. Nonostante nel 2011 si fosse deciso di bloccare il trasferimento dei richiedenti perché il sistema d’accoglienza greco non sembrava poter offrire adeguate garanzie. Come si dice, solo gli “stolti” non cambiano idea.

Rifugiati grecia
Fonte: The Week UK

A pagare il prezzo più alto è, come sempre, l’anello debole della catena: i richiedenti asilo. Ostaggi, nel vero senso della parola, di centri di detenzione dai quali non possono, quasi, più uscire. A detta di Lucia Gennari “prima dell’accordo di marzo, infatti, gli Hotspot era apertissimi, solo dopo sono stati chiusi. Con la conseguenza, inevitabile, che i disordini e le proteste sono diventate routine.” L’alternativa alla domanda d’asilo, i cui esiti sono diventati sempre più incerti, è un biglietto solo andata per la Turchia, diventata anch’essa, come per magia, un “paese terzo sicuro” nel giro di un anno. Come? Semplicemente cambiando i componenti delle Commissioni d’appello. Delle condizioni di vita all’interno dei centri d’accoglienza turchi, invece, non è dato sapere nulla. “Specchietti per le allodole, secondo Stefano Galieni, buoni per le coscienze degli europei.”

Si sa invece, in base ad un rapporto di Amnesty International, che lo scorso ottobre diversi migranti siriani sono stati deportati, senza avere neanche la possibilità di fare domanda d’asilo in Europa. Così come è stato altrettanto confermato che diverse ONG, tra cui Medici senza frontiere, hanno minacciato di rifiutare le donazioni provenienti dall’Unione Europea se non fossero stati ripristinati accettabili standard di assistenza sanitaria. Anche l’Unhcr ha preso, sorprendentemente, posizione, decidendo di lasciare alcune delle cinque isole per l’inaccettabile stato in cui vengono detenuti i richiedenti asilo. Non volevano essere complici di quest’inaccettabile stato di cose.

Sono sempre più frequenti, infatti, gli episodi di depressione e crisi d’ansia ed alcolismo che hanno spinto molti rifugiati a tentare il suicidio. Una tendenza, quanto mai preoccupante. La maggior parte dei casi, secondo MSF, si registrerebbero soprattutto tra i più vulnerabili. Come quei 5.000 bambini, fuggiti da bombardamenti e violenze inaudite, che hanno iniziato ad assumere comportamenti autolesionistici presto emulati dai loro amici e coetanei.

Per tutte queste persone, il sistema d’accoglienza greco non è in grado di offrire alcuna protezione. L’unico aiuto, infatti, arriva dalle sole ONG che con difficoltà mettono a disposizione il proprio personale. Pensare che, invece, da Bruxelles si continuano ad elogiare i progressi ottenuti in termini di riduzione degli arrivi. Dimenticando, però, in che condizioni costringono a “vivere” chi è giù sul suolo europeo. 

 

Mattia Bagnato

 

[L’immagine di copertina è tratta da Eunews.it]

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