Il fallimento di Theresa May lascia la Gran Bretagna nel caos

Errare è umano ma perseverare è diabolico, verrebbe da dire. Come David Cameron per il referendum sulla Brexit, anche Theresa May aveva chiamato l’elettorato britannico alle urne per ragioni essenzialmente strumentali. Se Cameron intendeva placare le divisioni all’interno del partito conservatore, May aveva come obiettivo rafforzare il proprio mandato in vista delle complicate negoziazioni per l’uscita dall’Unione Europea. Tuttavia mentre quello su Brexit era fin da subito sembrato un azzardo, indire le elezioni generali, con il Labour guidato da Jeremy Corbyn indietro di quasi 20 punti percentuali nei sondaggi, pareva un’opportunità da non lasciarsi sfuggire ad ogni costo. E invece, come quasi un anno fa, l’esito del voto popolare si è rivelato un completo disastro per i Tories.

Infatti, i conservatori non solo non hanno incrementato i loro 331 seggi a Westminster, ma ne hanno addirittura persi 12, smarrendo la loro preziosa maggioranza. Il parlamento britannico rimane così “appeso”, come dicono dall’altra parte della manica, senza un singolo partito in grado di controllarlo. Era già successo nel 2010 e Cameron dovette allearsi con i liberaldemocratici per varcare la soglia del civico 10 di Downing Street. Oggi però a Londra non si parla nemmeno di coalizioni che possano formare un governo solido. Non lo permette la distanza ideologica dei partiti su diversi temi e, in maniera ancora più decisiva, non lo permette l’aritmetica. L’unica stampella possibile per i Tories per rimanere al governo sono gli unionisti dell’Irlanda del Nord con i loro 10 seggi. Ma lo spettro di nuove elezioni incombe. In un momento così delicato, il futuro della politica britannica appare quanto mai in bilico e i mercati finanziari non hanno mancato di farlo notare, decretando il crollo della sterlina contro l’euro.

Ed incerto appare anche il destino della May, con lo stesso partito conservatore che, dopo averla designata un anno fa per il dopo-Cameron, ora sembra metterla in discussione. Anche perché lei stessa aveva annunciato le dimissioni qualora avesse ottenuto un risultato simile. La “bloody difficult woman” che prometteva quasi meccanicamente una leadership “forte e stabile” per il paese e una Brexit “dura” con l’uscita dal mercato comune, ha condotto una campagna timida e vacillante, suscitando pochissima empatia tra i sudditi di sua maestà. Inizialmente, consapevole del proprio vantaggio, May si è spesa molto poco puntando tutto sulla sua (evidentemente presunta) credibilità al governo. Man mano che il gap con Corbyn si è assottigliato, il primo ministro è dovuto uscire allo scoperto, mettendo in mostra una vaghezza sconcertante e scivolando in alcuni tonfi clamorosi come quello sulla cosiddetta “dementia tax”, una tassa che avrebbe obbligato chi riceve cure in casa a dover vendere il proprio immobile per pagarsele. Inoltre, nel contesto dei recenti attentati terroristici a Manchester e Londra, su di lei hanno pesato anche i tagli al numero dei poliziotti decisi quando ricopriva la carica di Ministro dell’Interno. A questi errori marchiani si è sommata un’estrema freddezza nei confronti dell’opinione pubblica, chiaramente visibile quando ha interagito con il pubblico nei suoi comizi.

Chi invece è riuscito inaspettatamente a scaldare i cuori dell’elettorato britannico è stato il leader laburista Jeremy Corbyn. Dato per spacciato da sondaggisti ed esperti, costantemente messo sotto pressione dai suoi stessi ranghi per le sue proposte dal sapore socialista e i risultati elettorali indubbiamente scadenti, etichettato dagli spietati tabloid conservatori come un nemico della nazione contrario al deterrente nucleare e sostenitore dei terroristi irlandesi ed islamici, Corbyn ha portato il suo partito ad ottenere 261 seggi, 31 in più del 2015. Non ha vinto e, in sede storica, si tratta di un risultato abbastanza modesto, ma per lui e per chi lo sostiene all’interno del partito laburista non si può che considerarlo uno straordinario successo. Oltre i numeri però c’è di più. C’è la coerenza delle idee che non ha mai rinnegato, a prescindere dal fatto che si possa essere d’accordo o meno. C’è la capacità di aver riportato l’entusiasmo per la politica in tante persone, e in particolare tanti giovani, come dimostra l’alto tasso di affluenza. C’è l’impressione che abbia veramente dato tutto sé stesso in un’elezione in cui si giocava moltissimo. Peraltro, paradossalmente, il non essere riuscito a fare l’ultimo passo, rimanendo dunque all’opposizione, rappresenta un vantaggio. Corbyn infatti non dovrà misurarsi concretamente con la realizzazione di un programma molto ambizioso e con la conduzione delle trattative con Bruxelles sulle quali non è sembrato neppure lui avere le tanto idee chiare.

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Jeremy Corbyn – Fonte: Business Insider

Il dato forse più interessante che emerge da questa tornata elettorale è l’82% dei voti ottenuto congiuntamente da conservatori e laburisti, il più alto dal 1970. Certo in Regno Unito, a causa del sistema elettorale maggioritario a turno unico, ogni voto per partiti terzi si tramuta spesso in un voto sprecato e questo incide molto. Ma si tratta comunque di una controtendenza sia rispetto a quello che sta succedendo nel resto del continente con il crollo dei partiti tradizionali esemplificato dalle recenti elezioni francesi, sia con la crescita che avevano registrato prima i liberal-democratici, poi lo Scottish National Party (SNP) e, infine, il United Kingdom Independent Party (UKIP) in questi ultimi 15 anni.

I liberal-democratici, che hanno fatto di un secondo referendum per rimanere in Europa il loro vessillo, sono quelli che se la sono cavata meglio. Hanno ottenuto 3 seggi in più rispetto alla Caporetto di due anni fa ma, allo stesso tempo, hanno dovuto subire l’uscita di scena del loro ex leader e artefice della coalizione nel 2015 Nick Clegg. Già dalle ultime regionali in Scozia, si era avuta invece la sensazione che l’SNP avesse perso un po’ della sua spinta propulsiva. Questa elezione generale ha confermato il trend e i nazionalisti scozzesi hanno perso ben 19 dei loro 55 seggi oltre a figure di spicco come l’uomo simbolo Alex Salmond e il capogruppo a Westminster Angus Robertson.  Ma chi esce con le ossa più rotte dalle urne è l’UKIP. Privato della sua raison d’etre dopo il referendum e lacerato da una acerrima lotta intestina alla successione di Nigel Farage, la formazione di estrema destra ha disperso 4 milioni di voti e non sarà nuovamente rappresentata in parlamento. 

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Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party – Fonte: Telegraph

Dare altre interpretazioni di questo voto sembra alquanto complicato e scivoloso. Un voto pro o contro la Brexit? Sempre che essa sia stata un fattore determinante nelle scelte elettorali, bisogna far notare come anche il partito laburista prometta l’uscita dalla UE, anche se in maniera più morbida, e chi invece vuole assolutamente rimanere come i lib-dem e i nazionalisti scozzesi non è andato benissimo. È il momento per la sinistra di tornare ad essere più radicale? Certamente Corbyn è riuscito a riscuotere un grande seguito ma non è semplice tracciare i confini tra i suoi meriti e i demeriti del primo ministro. L’unica certezza è che da oggi la Gran Bretagna è politicamente un po’ più fragile e Jean-Claude Juncker ringrazia.

Valerio Vignoli

[Immagine di copertina: IlPost]

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