NBA, la finale più scontata di sempre è una questione economica?

Questo Giovedì il Bottonomics decide di affrontare un argomento molto più leggero del solito per due motivi: questo offre un ottima scusa per parlare di economia trattando un argomento di larga diffusione, con argomenti appassionanti anche per persone solitamente non interessate all’economia.
In secondo luogo, questa notte inizano le Finals NBA, che sono la perfetta manifestazione di quanto illustrato in questo articolo.

Ma procediamo con ordine, andando a definire alcuni elementi per i meno avvezzi al Gioco.

Il salary cap (tetto salariale) è un astuto espediente escogitato dagli americani (che da grandi fan del libero mercato sanno perfettamente come questo non funzioni) per mantenere equilibrato il livello dei loro campionati professionistici: in sostanza, e senza entrare troppo nel dettaglio di un sistema veramente articolato, ogni squadra NBA può spendere una cifra massima prestabilita per gli stipendi dei propri giocatori e, più nello specifico, ogni giocatore non può guadagnare più del 30%  del monte, il cosiddetto “massimo contrattuale“: questo sistema è stato studiato per far sì che i giocatori e il loro talento si distribuiscano quanto più uniformemente possibile tra le squadre con il fine di poter massimizzare gli introiti economici nella loro breve carriera professionistica.
Questo sistema, unito all’idea del draft,  dove, per dirla in breve, le peggiori squadre scelgono per prime le nuove leve per il successivo anno, ha sostanzialmente sempre garantito un certo equilibrio (e una certa ciclicità) nelle squadre predominanti all’interno della Lega, cosa che puntualmente non avviene nei campionati Europei, dove la potenza economica riesce a polarizzare le competizioni mantenendo una posizione di dominio duratura nel tempo: negli ultimi 20 anni, 11 squadre diverse hanno vinto il titolo NBA contro le 5 vincitrici della serie A o le altrettante della Liga Spagnola, due delle principali leghe sportive europee.

Perché la NBA (così come i restanti campionati professionistici nordamericani) è gestita nell’ottica di una Lega collettiva e non come un’insieme destrutturato di n imprese puntiformi (cit.) che partecipano ad una competizione. Tutto è gestito in maniera centralizzata e la competitività di molte squadre e l’equilibrio tra le forze in campo è visto come uno dei cardini per mantenere alto l’interesse globale: non c’è niente di peggio di una competizione dove si conosce il vincitore fin dall’inizio.
Un perfetto manifestarsi di questa volontà si ebbe quando si arrivò a far saltare (anche se ufficiosamente) il trasferimento di un top player (Chris Paul) per non creare un’eccessiva concentrazione di talento ai Lakers nel 2011 dove avrebbe raggiunto Kobe Bryant.

Ma se queso sistema ha funzionato per parecchi anni, lasciando pochi casi isolati (come i Bulls dell’era Jordan) a mettere in dubbio la bontà di queste misure economiche, da qualche anno qualcosa sta cambiando: le stagioni stanno diventando sempre più a senso unico, con i top team in grado di diventare una sorta di calamita per moltissimi giocatori di buon livello e, di conseguenza, le uniche squadre in grado di poter competere per il titolo.

Una ragione di questo mutamento potrebbe essere legato a fattori economici ed in particolare al salary cap.

Il tetto salariale spendibile da ciascuna squadra (e conseguentemente il massimo salariale attribuibile ad un singolo giocatore) non è fissato ed immutabile ma varia nel corso degli anni in base all’andamento degli introiti dell’NBA legati alla pallacanestro giocata (RBI): più la torta si ingrossa, più la parte riservata ai giocatori fa altrettanto.
Ad esempio il salary cap di ogni squadra è passato da 70 milioni del 2015/16 a circa 94 Milioni nel 2016/17 e arriverà a 143 milioni nel 2025.
In sostanza gli atleti sono considerati come partecipi ai rischi e ai profitti della Lega, con un rapporto di lavoro rigidamente regolamentato dall’accordo collettivo (CBA) stipulato dal loro sindacato, assolutamente inflessibile sulla questione della quota spettante ai giocatori.
Oltretutto, la sintesi tra le posizioni non è sempre facile da raggiungere come si potrebbe pensare, basti pensare allo sciopero generale dei giocatori conosciuto come lock-out, avvenuto per l’ultima volta nel 2011, che ha fatto saltare 3 mesi di campionato.

Ma in che modo questo aumento sta inserendo dei piccoli granelli di sabbia in questa gioiosa macchina da soldi? Per una questione di scelte individuali.
Se negli anni ’90 un giocatore doveva scegliere tra 1 o 2 milione di dollari a stagione, questo tendenzialmente optava per la seconda soluzione, anche a costo di finire in una squadra meno competitiva, nell’ottica di massimizzazione del profitto personale.
Ma se la decisione si sposta, come avviene oggi, tra 5 o 6 milioni, il comportamento tende a mutare: sempre più  atleti si stanno “accontentando” di salari minori (soprattutto superato il prime della carriera) pur di poter avere qualche possibilità in più di ottenere un successo sportivo in una squadra di prima fascia e, specularmente, si stanno sempre più consolidando delle franchigie profonde e complete.
Al contrario i team che oggi bivaccano nei bassifondi della Lega faticano a ricostruire, nonostante le buone prese al draft. Perché il #Trusttheprocess non è per tutti.

In economia, questo comportamento è identificato dal tasso di utilità marginale decrescente, che nei corsi di microeconomia di base è riassunto nel ben più abbordabile esempio del bicchiere d’acqua: se sei molto assetato sei disposto a pagare una determinata cifra per i primo bicchiere, un po’ meno per il secondo e quasi nulla per il terzo.
Questo è ciò che sta succedendo appunto in NBA, con i giocatori che dopo essersi sistemati per il resto della vita, cambiano le proprie preferenze e decidono di sopportare un sacrificio economico per poter vincere qualcosa: anche questo è identificato da una precisa teoria, ovvero il saggio marginale di sostituzione, per il quale, dopo un paio di bicchieri d’acqua, un soggetto preferisce mangiare qualcosa al posto di procedere al terzo bicchiere.

Questo è soprattutto vero per i giocatori di media fascia, quelli che possiamo considerare “mediamente dissetati“.
Al contrario, e in maniera controintuitiva rispetto all’idea di marginalità decrescente, le superstar continuano a battere cassa come qualche anno fa e anzi le squadre sono ancora più contente di offrire loro qualsiasi cosa richiedano: ad oggi, firmare un LeBron James, oltre ad assicurare il miglior giocatore al mondo, garantisce un ingente e conventiente flusso di validi giocatori di corredo, disposti ad accettare uno stipendio ridotto pur di servire alla corte del Re (e la ricostruzione spaventosa dei Cavs nel giro di una stagione ne è la prova, passati da ultimi nel 2013/14 a finalisti nel 2014/15).
Dall’altro lato abbiamo i giocatori di minor rilievo che sono ancora obbligati a massimizare quanto più possibile i loro introiti.

Questi comportamenti hanno portato, nel 2016-17, ad una delle post-season più a senso unico della storia con le due finaliste, Golden State e Cleveland (appunto), arrivate all’annunciato ultimo atto con un percorso pressoché immacolato (24 vittorie e 1 sconfitta complessivamente): potrebbe essere un caso isolato ma è sicuramente un campanello d’allarme per Adam Silver e tutti gli altri dirigenti NBA: il modello di business che li ha portati ad essere una realtà economicamente di successo e culturalmente egemone rischia d’incepparsi sul più bello e proprio a causa del suo successo planetario.

Ad oggi non ci sono soluzioni pervenute alla scrivania del grande capo dell’NBA: nel caso aveste suggerimenti fatevi avanti, che secondo me pagano bene, indipendentemente dalla vostra sete.
In caso contrario, non si può far altro che sperare che le Finals che partiranno questa notte smentiranno l’idea di aver assistito ai playoff più noiosi di sempre.

Andrea Armani

Fonte immagine: cavsnation.com

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