Un mondo sul mare

Oggi il TheBottonomics vi porta negli Stati Uniti, precisamente a San Francisco Bay in California dove nel 2008 è stato fondato il Sea Standing Institute da Patri Friedman (nipote dell’economista Milton Friedman), Wayne Gramlich (economista e padre del concetto di Seastanding) e Peter Thiel (co-fondatore PayPal e primo investitore).

Il Sea Standing Institute

Cos’è il Sea Standing Institute? Si tratta di un’organizzazione no-profit che ha raccolto attorno a sé un gran numero di attenzioni e investitori privati e che vede nel mare la più grande possibilità di sviluppo futuro, sia da un punto di vista urbanistico, sia da un punto di vista socio-economico.

In che modo? Il mare rappresenta una componente di primissimo rilievo nelle elaborazioni politiche e filosofiche della storia. Barreira invalicabile prima, luogo di libertà poi, il mare è sempre stato un punto di riferimento per l’uomo e una fonte di riflessione. Molti sistemi di pensiero (per lo più politico) si sono scontrati, presto o tardi con il ruolo del mare, luogo non assoggettabile e difficilmente controllabile. Il Sea Standing Institute (SSI) rappresenta l’ultima concezione politico economica del mare, strumento di libertà e simbolo di equilibrio tra uomo e pianeta.
Il SSI è una organizzazione di stampo ultra-liberista fondata da alcuni esponenti radicali del liberismo statunitense, il cui assunto principale è che il mondo è organizzato in mercati, che ogni cosa esperibile caratterizzata da quantità scarsa (per intenderci l’aria è da considerarsi inesauribile, l’acqua no) è, a conti fatti, regolata tramite leggi di mercato ed è attraverso queste leggi che l’uomo esprime sè stesso. I prezzi sono perfettamente informativi dello stato del mondo (in quanto determinato dalle preferenze ex ante degli individui) e ognuno può, osservando il prezzo corretto non influenzato da interventi extra mercato, organizzare il suo profilo di preferenze per massimizzare la propria utilità, che per semplicità chiameremo soddisfazione. Tuttavia esiste almeno un mercato composto da relativamente pochi monopoli, il mercato per un bene particolare, economico certo, ma “intangibile” e spesso non considerato tale per comprensibili ragioni: il mercato dei governi. Esattamente, il governo, ma più precisamente la governance, ossia l’insieme di norme, idee e diritti che regolano una società, ivi compresi il governo e gli altri organi fondamentali alla guida di un paese, ecco la governance è intesa come un bene economico presente in quantità scarsa, esattamente come il vino e l’elettricità, niente più niente meno. Tuttavia è distribuito in regime di monopolio da tanti Paesi che non permettono al consumatore di poter scegliere liberamente il livello di interferenza statale, per esempio, né tanto meno di spostarsi liberamente da uno Stato all’altro scegliendo quello che, momentaneamente, meglio soddisfa le proprie preferenze (L’Unione Europea è solo un mercato più grande, pur sempre monopolistico da questo punto di vista). E se non è possibile spostare il proprio corpo liberamente, figuratevi la propria abitazione.

Se però le case fossero sul mare…

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fonte http://www.seasteading.org/

È con questa intuizione che Patri Friedman fondò il SSI, influenzato dalle teorie del padre David, dei nonni Milton e Rose Friedman e dell’amico e socio Gramlich. Il mare è la grande autostrada planetaria, è il solo mezzo che rende possibile il commercio di lungo raggio e la globalizzazione perché sarebbe altrimenti impossibile spostare grandi quantità di merci da un capo all’altro del mondo senza far schizzare i prezzi.

Bisogna allora immaginare la società in maniera più fluida, liquida. Immaginare comunità non come monoliti, ma come aggregazioni di abitazioni libere di spostarsi e di assemblarsi a piacimento. Sul mare sarebbe possibile muovere la propria casa, per spostarsi di quartiere o per cambiare comunità. Costruire agglomerati urbani galleggianti, costituiti da moduli abitativi liberi di attraccare o spostarsi, rappresenta dunque il requisito tecnologico per introdurre governi concorrenziali, in grado di attrarre persone e capitali in base alla qualità (intesa come livello di intervento, policy, tassazione ecc.). Sostanzialmente, se non mi piace la nuova tassa imposta dall’amministrazione di questo agglomerato mollo gli ormeggi e salpo verso un’altra comunità, in base delle mie preferenze individuali, portando con me la mia proprietà, sia essa personale (una casa) o privata (un mezzo di produzione). In un mondo così composto gli agglomerati si formano e si disfano seguendo le leggi del mercato, le amministrazioni più costose (in termini di regole) verranno soppiantate da quelle più economiche, e ogni cittadino può così soddisfare le proprie preferenze.

Perché è interessante?

Il Sea Standing Institute è un progetto a suo modo visionario, che ricalca in parte le vecchie utopie marittime dell’età moderna, terre isolate e perse nel mare dove era possibile fuggire dalla società e organizzare una comunità ideale. Più simile all’isola di Crusoe raccontata da Defoe, isola simbolo del liberismo classico e della borghesia mercantile britannica, isola in cui Robinson non aveva rivali, ma solo persone da sottomettere e sconfiggere (Venerdì e i cannibali), il SSI si allontana invece dalle utopie più comunitarie, quelle formatesi pensando ad un luogo dove istituire una società eguale e più giusta.

L’idea di un mondo organizzato in agglomerati galleggianti composti liberamente e liberi di disgregarsi è una proposta di futuro che suscita interesse, almeno in superficie. Le idee che hanno prodotto per sviluppare questa proposta di futuro, non sempre solide, certo, ma in gran parte affascinanti e le risorse a disposizione dell’organizzazione sono molte, indice del fatto che chi ci investe i soldi ci crede. Trovo abbastanza affascinante anche l’analisi del loro modello di realtà, il loro costruito teorico e le fondamenta ideologiche che dietro a questo mastodontico progetto guidano la via. Non potendo fare troppa leva sulla dimensione associativa del progetto (fragilissima per natura), gli organizzatori presentano il tutto sotto una luce ambientalista e filantropica (attenzione, filantropica, non socialista) illustrando le idee su cui stanno già investendo soldi e ricerca, tra le quali la coltura delle alghe sottomarine per la produzione di cibi nutrienti per contribuire alla scomparsa della fame nel mondo (filantropia, appunto). Progetti a tratti banali di fronte all’innovazione che hanno in mente, ma non per questo ininfluenti.

Spesso dalle ceneri di visioni più importanti si salvano innovazioni che altrimenti non sarebbero state tentate o si ottengono risultati inaspettati e ugualmente importanti. Quindi si, da un punto di vista prettamente tecnologico e per amore di conoscenza bisogna ammettere che il progetto è interessante.

Cosa c’è che non va?

Superata questa prima facciata, questa prima patina di novità e di curioso entusiasmo, si entra in un terreno più accidentato. Dietro le pieghe della retorica ambientalista sta il fanatismo liberista. Carota e bastone, una mano cura le ferite, l’altra spinge il coltello più a fondo. Non è difficile osservare dove una parte, quella coi soldi, dell’allegra brigata voglia arrivare.. un paradiso fiscale vasto come il Pacifico e l’Atlantico, nel migliore dei casi. Dietro le teorie di politica economica più complesse, espressione del fondatore Patri Friedman, si intravedono ammassate le istanze di quelle aziende desiderose di giustificare da un punto di vista teorico e normativo la loro elusione/evasione del fisco di riferimento. Anzi, è abbastanza chiaro come questo rappresenti il punto principale di tutto l’impianto ideologico per gli investitori. Concorrenza tra governi significa che per avere il mio capitale un’amministrazione mi proporrà una tassazione minore e così via potenzialmente fino all’esenzione. Concorrenza significa che chi può permettersi prezzi inferiori, perché “migliore”, si aggiudica tutto il segmento di mercato, concorrenza perfetta significa che il prezzo raggiunge i costi di produzione, vale a dire solo lo stretto necessario a tenere insieme la comunità, niente welfare, niente servizi pubblici.

D’altronde parliamo di un progetto, come si diceva, ultra-liberista, portato avanti da un gruppo di persone legate indissolubilmente al capitale. Peter Thiel è un capitalista e Patri Friedman è l’erede della famiglia simbolo del liberismo americano. Non sorprende allora la scarsa (assente) attenzione ai rapporti capitale-lavoro dedicata. Non una parola viene spesa per illustrare come vengano pensati i rapporti di produzione, dove avvenga la produzione e cosa accada al lavoro quando il capitale decide di spostarsi. Ovviamente questi interrogativi lanciano un’ombra tutt’altro che rassicurante sull’intero impianto progettuale, al netto di tutti gli elementi di interesse tecnologico. Il fatto stesso che non vi sia riferimento esplicito al problema, anche se è stato inserito negli otto imperativi morali un semplicistico “fine della povertà”, è indice del fatto che non si è mai pensato ad un cambio di paradigma economico, solo una estensione dell’attuale al massimo possibile. I rapporti di lavoro, dunque, si strutturano come ora, con capitale e lavoro a coefficienti variabili e potenzialmente sostituibili (posso sostituire una unità di lavoro con n unità di capitale fino al punto che non mi sia indifferente assumere qualcuno o, per esempio, comprare una macchina che sostituisca l’operaio). Quindi sì, è un progetto liberista ideato per il trionfo del liberismo.

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Fonte: https://www.seasteading.org

Laboratorio politico

In un intervento pubblico (disponibile qui) di qualche anno fa, Patri Friedman espone uno dei motivi che lo hanno portato a ideare questa visione marino-centrica del futuro. Riallacciandosi al discorso sulla competizione tra governi, ma cambiando leggermente gli argomenti, il fondatore del SSI domanda all’auditorium dopo quanto tempo una invenzione, una innovazione in generale sia da considerarsi obsoleta. Un computer con una tecnologia vecchia di dieci anni è certamente un oggetto di poco valore, nella telefonia anno dopo anno molte innovazioni perdono di significato e rilevanza. Tuttavia gli Stati nel mondo si appoggiano a Costituzioni (quella Americana è presa ad esempio) vecchie anche di due secoli, senza possibilità di innovazione anche se, a suo avviso, ormai inadatte a gestire i problemi del presente che avanza. Perfettamente consapevole dell’impossibilità e del rischio nello sperimentare nuove forme di governance su una popolazione milionaria, Patri Friedman vede una possibile scappatoia nella creazione di comunità ospiti all’interno di strutture nazionali (dalle quali però la comunità dipenderà, almeno economicamente) oppure nel sorgere di piccole entità non legate ad alcuna nazione, di piccole dimensioni che possano fungere da laboratorio politico. Ecco allora il valore aggiunto del progetto del SSI che vuole far emergere, tanti piccoli laboratori politici sparsi sulla superficie oceanica capaci di produrre innovazione politico-tecnologica utile per i grandi stati sulla terraferma. Pur essendo evidente la funzione di “esca”, questo argomento è comunque quello tenuto maggiormente in considerazione.

Nessuno, in particolare tra gli investitori, sembra però nutrire forti dubbi sulle ragioni prettamente individuali ed economiche alla base delle idee del SSI, ossia l’istituzione zone di libero commercio e di sperimentazione politica atte a facilitare un mercato completamente libero (da intendersi come non regolamentato) e in grado, infine, di sfruttare in maniera adeguata la massa oceanica.
Dalla sua accumulazione originaria il capitale ha sempre cercato nuovi spazi da sfruttare, quando quelli precedentemente occupati si sono rivelati troppo costosi. Dalle campagne alle colonie, sempre quando lo Stato imponeva condizioni “costose” il capitale ha trovato il modo di sfruttare un altro territorio e ora ha rivolto lo sguardo verso il mare. E da questo punto di vista non sorprende che in una conferenza del 2009 lo stesso Patri Friedman abbia più volte accennato a come l’evoluzione naturale del progetto sia la conquista dello spazio tramite comunità orbitanti, altro luogo non ancora sfruttato dal capitale, ma infinitamente vasto.

Al di là degli spunti al limite della fantascienza è utile avere gli occhi aperti e l’attenzione alta verso queste iniziative e questi movimenti. In poco meno di dieci anni il SSI è riuscito a trovare un accordo con uno Stato (la Polinesia francese) per la creazione del primo agglomerato galleggiante, a tutela dell’integrità dell’arcipelago minacciato dai cambiamenti climatici. L’accordo, firmato a gennaio 2017, prevede la verifica di determinate condizioni di sostenibilità ambientale che, se superate, permetteranno la realizzazione della prima agglomerazione insulare targata SSI. Un’enorme responsabilità pesa quindi sulle spalle di tutta la comunità, quella di capire fino a che punto un progetto come questo vada in direzione di un miglioramento generale delle condizioni di vita di tutti. Capire se il progetto è per il bene di pochi, quanto meno capire se peggiorerà la condizione di chi, non potendo permettersi di trasferirsi sulle isole, sarà costretto a rimanere in una terraferma ormai abbandonata dal capitale e che cosa comporterà tutto ciò.

Ai posteri, noi, l’ardua sentenza.

Luca Sandrini
@lucasandrini8

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