L’azzardo siriano di Hezbollah

La guerra in Siria ci ha abituati alla presenza di numerosissimi attori sul campo, molti dei quali privi di uno status ben definito. Ancora più oscure spesso sono le motivazioni che li muovono e la reale consistenza dell’appoggio di cui godono.

Tutto ciò non vale per Hezbollah (o Hizballah, cioè “Partito di Dio”), il raggruppamento politico-militare sicuramente più conosciuto e dinamico al di fuori del Libano contemporaneo, guidato da Hassan Nasrallah.
Il suo coinvolgimento nel conflitto siriano – solo sussurrato nel 2012 e poi ampiamente confermato dall’anno successivo – ha permesso all’esercito leale agli al Assad di riprendere fiato, imbarazzando l’Occidente ogni qual volta le sue offensive rintuzzavano le formazioni del terrore, colpendo ora l’ISIS, ora le emanazioni di Al Qaeda in Siria.
Ma i benefici sono stati reciproci. La milizia libanese si è infatti servita del palcoscenico siriano per proiettarsi al di fuori degli angusti confini del proprio paese, presentandosi così come un protagonista sulla scena regionale, un player non statale che è impossibile trascurare.

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Hassan Nasrallah – Fonte: Time

Nato essenzialmente per rappresentare la comunità sciita e combatterne l’arretratezza economica e sociale, Hezbollah si è legittimato nel corso degli anni agli occhi della popolazione intera costruendo un’ampia rete di servizi sociali e sanitari; tali strutture hanno contribuito a evidenziare ancor di più la debolezza intrinseca di uno Stato, quello libanese, sempre sull’orlo della disintegrazione per effetto delle spinte inter-confessionali.

Ma da attore della società civile, il Partito di Dio ha dimostrato anche una notevole capacità militare, che fino ad ora aveva trovato la sua ragion d’essere nella contrapposizione col vicino israeliano e aveva costruito il secondo pilastro della sua “narrazione nazionalista”. Dai primi scontri durante la guerra del 1982, alle scaramucce per le fattorie di Sheeba nel 2000, fino all’operazione “Just Reward” dell’estate 2006, Israele ha sempre rappresentato il cavallo di battaglia di Hezbollah e la giustificazione per la resistenza armata che esso portava avanti. Un’immagine che si era tradotta in un forte e trasversale consenso presso tutto il mondo arabo, a prescindere dai “distinguo” confessionali.

La guerra in Siria ha cambiato questa situazione. Il conflitto ha difatti messo a rischio l’esistenza stessa della terza colonna dell’asse sciita che passa direttamente da Teheran (ispiratore diretto della milizia sciita con la rivoluzione del ’79), a Damasco e giunge fino alle sponde libanesi del Mar Mediterraneo.

Per quanto in passato i momenti di tensione e le crisi vere e proprie fra Hezbollah e il Ba’th (il partito degli Assad) non siano mancati, alla fine la necessità di controllare le sorti del Libano ha sempre prevalso. E non bisogna poi trascurare il comune nemico israeliano che nel corso degli anni ha sicuramente contribuito a cementare l’alleanza. I carichi di armi dall’invisibile “autostrada” Teheran – Damasco – Beirut hanno così costituito una ragguardevole voce dell’import libanese.
Con il propagarsi dei moti della Primavera araba anche in Siria e le difficoltà militari del regime, i rapporti di forza fra i due partiti sembrano però essere cambiati. La presenza di migliaia di combattenti di Hezbollah ha impedito il tracollo definitivo dell’esausto esercito lealista e si è spesso rivelata determinante in battaglie fondamentali come quella di Aleppo. In breve Damasco ha perso il suo ruolo di “protettrice” non sempre benevola, accentuando il carattere di dipendenza che prima era a tutto vantaggio del Ba’th.
Ora anche la narrazione che in precedenza circondava il Partito di Dio e che esso si preoccupava di diffondere è cambiata. Infatti non è più possibile considerarla soltanto una milizia che prende le armi per opporsi all’arroganza militare di Israele, sebbene la creazione di “santuari” per l’addestramento di nuove reclute direttamente in territorio siriano (come è accaduto per l’area a ridosso della valle della Beka’) potrebbe essere considerata una prosecuzione della lotta anti-israeliana.

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L’asse sciita – Fonte: Limes

Ma spostare le proprie ambizioni su un piano internazionale (o almeno regionale) implica il rispetto di molti prerequisiti, come quelli che regolamento l’accesso ad un club riservato. Uno di questi – e sicuramente quello fondamentale per un movimento come Hezbollah – è il sostegno popolare.
I problemi infatti potrebbero cominciare a sorgere se il passo dei cambiamenti divenisse troppo rapido da sostenere per gli “ultrà” del Partito di Dio.
Con simili mosse, il caos e l’incertezza che dominano abitualmente lo scacchiere siriano e libanese potrebbero ulteriormente accentuarsi, una prospettiva difficilmente digeribile da parte di una comunità che ha già dovuto pagare un pesante tributo per le ambizioni geo-politiche di Nasrallah.

Tale tributo inoltre è stato richiesto anche a chi non è andato a combattere, come dimostra l’attentato suicida compiuto nel novembre del 2015 nei sobborghi di Burj al-Barajneh, considerata una roccaforte del gruppo armato.
Contemporaneamente però Hezbollah ad oggi rimane il principale punto di riferimento politico per molte persone che difficilmente contesteranno le operazioni militari fuori dall’ambito libanese, soprattutto se il movimento continuerà a vincere.

Quale futuro sta preparando il Partito di Dio per i libanesi? E i libanesi (almeno quelli sciiti) saranno disposti a continuare a dare credito al Partito di Dio? O cominceranno a chiedersi se non costituisca un pericolo maggiore lo storico, naturale nemico – Israele – che da sempre preme ai confini? Quale effetto avrà l’ampliamento del raggio di azione di Hezbollah sui delicati equilibri interni al paese? E sulle già profonde fratture confessionali che attraversano la regione?

Qualsiasi risposta si decida di dare a queste domande resta il fatto che Hezbollah si sta ritagliando un ruolo sempre più rilevante nello scenario regionale; l’approccio tradizionalmente pragmatico che lo contraddistingue non permette di etichettare il Partito come un “classico” gruppuscolo di terroristi fondamentalisti. Si tratta di un attore con cui la comunità internazionale dovrà prima o poi fare i conti e di cui si dovrà tenere conto un domani.

Marco Colombo

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