Cercare di spiegare TAP: ombre e falsi miti sul gasdotto più discusso d’Europa

Che cos’è TAP e come si è arrivati al progetto

Per TAP s’intende il Gasdotto Trans-Adriatico (Trans-Adriatic Pipeline) che si estende dall’entroterra Greco fino alla provincia di Lecce, passando attraverso l’Albania: è una parte di un progetto più complesso, chiamato Southern Gas Corridor, volto a portare in Europa il gas dall’Azerbaijan passando attraverso sei paesi (Georgia e Turchia, oltre i già citati).

Questo progetto risulta decisamente imponente: il costo complessivo ammonta a 45 miliardi di dollari (stimati) per un percorso di 3.500 km, dove TAP rappresenta circa un terzo del totale.  In particolare, in Italia si snoderebbero 8,7 km di rete più altri 55 km di derivazione a pressione ridotta. Il casus belli è relativo, sostanzialmente, ai primi 8,7 km.

Questo progetto è stato fortemente voluto dalla Commissione Europea (e dagli stati membri, anche se non sempre concordi) per poter creare un’alternativa all’approvvigionamento dalla Russia che oggi rappresenta il principale fornitore di gas naturale per l’Europa: tutto questo è fatto nell’ottica di limitare la dipendenza energetica da Mosca – con la quale si hanno rapporti sempre piuttosto tesi – ed evitare un’impasse – come successo in Ucraina. Tuttavia, va detto che il nuovo gasdotto non sarà sufficiente ad annullare completamente i rapporti con la Russia per l’approvvigionamento di metano.

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I principali Gasdotti Europei da Oriente. Fonte: Ansa.it

Il progetto è stato quindi classificato come opera di importanza nazionale (e su questo si tornerà) dai Governi Monti, Letta e Renzi, in modo da poter agire autonomamente, senza passare dall’avvallo delle Regioni a fronte del rispetto di determinati requisiti ambientali e di sicurezza.
Per dovere di cronaca, i Governatori della Puglia, prima Vendola e poi Emiliano, si sono sempre opposti al progetto, così come le autorità locali di grado inferiore.

TAP è quindi necessario? Forse.
Sicuramente è un progetto che ha una prospettiva molto più internazionale e di lungo periodo rispetto alla semplice necessità di gas naturale da parte dei cittadini: è, in primo luogo, una forte scelta politica (estera e non solo).
Se quindi non necessario in senso stretto, è sicuramente un’opera strategica, almeno nella sua idea iniziale.

Risulta infatti molto importante ricordare che nel 2012 la Turchia, con il suo presidente Erdogan, erano soggetti molto differenti rispetto a quelli del 2017 ed anzi erano considerati un importante alleato se non addirittura papabili membri per l’UE.
Allo stesso tempo i rapporti con Putin, benché non idilliaci neppure oggi, erano molto più tesi e la polveriera del Medio Oriente non era ancora deflagrata dopo la scintilla delle primavere arabe.

Chi c’è dietro TAP: la Governance, il report de L’Espresso e le relazioni con le mafie

Come tutti i progetti di questa portata, farsi strada tra gli attori coinvolti nella costruzione del gasdotto è piuttosto complicato e si riduce ad un gioco di scatole cinesi.

Sul lato azero si ha il consorzio Shah Deniz II, creato dalla Bp (ex British Petroleum) e dalla società statale azera dell’energia Socar.
Questo gestisce il campo di gas omonimo e la realizzazione del Southern Gas Corridor: ha scelto, nel 2013, TAP come migliore alternativa tra i progetti presentati volti ad ideare l’ultimo tratto del nuovo gasdotto intercontinentale.
Già a questo punto si manifesta una potenziale criticità, l’ingresso della russa Lukoil all’interno del consorzio (anche se solamente al 10%): questa società, gestita da oligarchi vicini a Putin, solleva alcune perplessità soprattutto riguardo alla strategicità dell’opera così come ideata inizialmente.

Addentrandosi specificatamente nell’universo TAP, si nota come il Gasdotto Trans-adriatico sia stato progettato dalla società svizzera EGL (ex controllata, ora pienamente integrata nel Gruppo svizzero Axpo) ed in particolare dalla sua distaccata EGL-Italia.
La proprietà  del progetto è tuttavia passata da EGL-Italia (che non esiste più) prima a TAP Asset Spa e poi a TAP Ag, partecipata da diversi attori dell’industria energetica tra cui i detentori del consorzio Shah Deniz, Bp (20%), Socar (20%), ma anche da altri importanti player dell’area, come l’italiana Snam (20%) e la stessa Axpo (5%).

Quest’articolata conformazione societaria ha catturato l’attenzione di molti addetti ai lavori e molti reporter: da tempo si parlava di possibili affari poco limpidi dietro la realizzazione del gasdotto, anche se in maniera disorganica, e il report de L’Espresso ha, in data 2 aprile 2017, sistematizzato queste tematiche attraverso un’ampia inchiesta che tuttavia non convince appieno.
In primo luogo, si indagano presunti rapporti con mafie da parte di Raffaele Tognacca, ex amministratore delegato della defunta EGL-Italia: questa versione, non avvalorata da prove, è derubricata dalla stessa testata giornalistica dopo tre paragrafi (utili però ad inserire “mafia e soldi sporchi” nel lancio del report di qualche giorno prima) ad un caso di “onesti evasori fiscali”. Ma intanto il titolo è stato fatto, il caso è stato montato e le copie sono state vendute.

Allo stesso modo, nel report si cita Zaur Gahramanov indicandolo come “il manager più importante della Tap Ag”, nonostante questo non faccia più parte dell’azienda da giugno 2016, in quanto inserito nella lista dei Panama Papers.
Nello specifico, la colpa del Dirigente è quella essere azionista di una società offshore per la quale tuttavia non sono stati evidenziati reati. Detto che solitamente è difficile che una società offshore sia costituita per scopi nobili, inserire in un report giornalistico un trafiletto in cui si legge: “Il timbro della società anonima (…) un disegno con tre spighe di grano. Sembra quasi un programma: con le offshore c’è grano per tutti”, pare altrettanto poco gentilizio.

In sostanza, la governance non pare più problematica rispetto a qualsiasi altra operazione relativa a multinazionali e le evidenze riportate (ad oggi) non paiono fare luce su nulla di nuovo o particolarmente sporco sul progetto, ma si riferiscono a (presunte) evasioni fiscali – relative ad altre attività – da parte di alcune delle persone che hanno lavorato nelle società che gestivano l’appalto. E, soprattutto, tali evidenze non riescono a far emergere rapporti tra i soggetti coinvolti nel gasdotto e le mafie.

Tuttavia, una cosa è certa: TAP è progettato, gestito e sarà realizzato da grandi industrie del mercato energetico, in gran parte partecipate da stati sovrani, alcuni dei quali marcatamente antidemocratici e questo, al contrario dei sospetti sugli affari sporchi dei manager di cui sopra, è un dato di fatto.
Azerbaijan, Russia e Turchia (soprattutto da domenica scorsa) sono paesi dove i presidenti sono molto più simili a sovrani e la suddivisione dei poteri dello stato sorvola le idee di Montesquieu.

La scorsa domenica, L’Espresso è uscito con un secondo, puntualissimo (almeno sotto l’aspetto temporale, visto le vicende di quei giorni)  articolo titolato “I Segreti del Tap: Operazione Erdogas“. Simpatici. Questo costituisce la seconda parte del report e si concentra sulle relazioni personali (anche familiari) dei dittatori dei paesi coinvolti con persone legate alla realizzazione del gasdotto.

L’inchiesta si concentra prevalentemente sul TANAP, il tratto precedente del Southern Stream, anche se titola richiamando il tratto italiano, ma ovviamente vedere l’opera come indipendente dagli snodi precedenti non ha senso. Però forse sarebbe stato più corretto sottolineare che si stava parlando di un altro tratto.

Senza addentrarsi troppo in questa intricata rete (riassunta in un’infografica) che non fa altro che confermare il sentore comune, serve probabilmente astrarre la prospettiva.
Ad oggi, con l’attuale mix energetico, l’Europa è dipendente dai combustibili fossili e non è possibile attingere a questi senza stabilire relazioni con regimi autoritari o quantomeno scarsamente democratici, siano queste le monarchie assolute arabe o l’Azerbaijan, la Turchia o l’Algeria. Si è disposti a rinunciare a questo? A che costo?
Perché poi si ricorda infatti la massiccia mobilitazione contro le trivellazioni della scorsa primavera e il gas italiano.

Un’alternativa (anche se non perfetta sostituta) è data dalle fonti rinnovabili come pale eoliche e pannelli solari, ma quale sarebbe l’impatto sul territorio di questi, che richiedono, a parità d’energia erogata, una superficie dedicata molto maggiore?
Ecco, l’impatto ambientale.

L’impatto ambientale del progetto: studi teorici e ulivi reali

Uno dei fulcri dell’attività NoTap è costituito appunto dalla tematica ambientale, articolata in 3 componenti: il danno ambientale dovuto alla realizzazione, l’impatto in caso d’incidente e il rifiuto più generale dell’utilizzo di combustibili fossili.

Svariati studi hanno specificato la compatibilità ambientale del progetto, fino all’emanazione del Decreto di Compatibilità da parte del Ministero dell’Ambiente nel settembre 2014 che ha inoltre sottolineato come quello scelto sia il migliore tra tutti gli scenari possibili (undici diversi), a livello di approdo e percorso della linea.
Ovviamente è molto difficile entrare nel merito dell’accuratezza degli studi e della consistenza dei risultati, ma il dato di fatto oggettivo è che un Ministero della Repubblica, deputato all’ambiente, si è espresso in maniera favorevole al progetto, non riscontrando particolari criticità di natura ambientale e, soprattutto, dettando le linee guida per la realizzazione dell’opera e per il ripristino delle condizioni pre-intervento, in particolare degli alberi d’ulivo.

Infatti, la quantificazione in termini oggettivi dell’impatto di un’opera su un ecosistema è sempre molto complicata e, quindi, per aggirare questo problema e rendere la tematica spendibile nella comunicazione di massa, il dibattito pubblico si sta concentrando sul “numero di ulivi espiantati” e sulla loro ricollocazione.
Probabilmente  concentrarsi solo su questo tema circoscrive troppo la discussione ma poiché ormai questa è diventata un’importante leva d’opinione pubblica, è giusto fare chiarezza sui numeri, partendo con il dimensionamento della questione.

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Fonte: IlSole24Ore.com

Nella giornata del 3 aprile, TAP Ag Italia ha rilasciato, tramite i suoi canali di comunicazione web, un comunicato in cui parlava di 211 alberi interessati, ovvero lo 0,0004% del totale degli ulivi pugliesi con la dicitura, sotto alla percentuale, “Un numero così piccolo può bloccare tutto?”. Al di là dell’opportunità o meno del comunicato, di livello rivedibile, i numeri sono drasticamente diversi.
Allo stesso tempo, comunque non si arriverà ad “estirpare 10mila ulivi” come dice il sindaco di Vernole.
Gli alberi coinvolti da TAP saranno circa 2.000 ai quali si aggiungeranno altre 8.000 piante per il ricongiungimento con la rete Snam, estensione che tuttavia non è contemplata ad oggi nel progetto ed è fuori ambito. Inoltre, questi alberi dovranno essere temporaneamente rimossi e successivamente ripiantati, come da indicazione del Ministero. Cosa molto diversa da “essere estirpati”.
Ovviamente non c’è una garanzia a priori che ciò avvenga se non la legge stessa, ma non si può negare che l’indirizzo del progetto sia quello di tutela del territorio.

Nota a margine: il nuovo tratto dell’Acquedotto Pugliese, avvallato dalla Regione e da Emiliano, ha portato allo spostamento (temporaneo) di 2.500 ulivi, capire il motivo dell’uso di due pesi e due misure sarebbe interessante. Perché è vero che l’acqua è vita, ma provare a vivere senza fuoco e senza energia potrebbe essere quantomeno sfidante.

La probabilità di avere invece un incidente con forte impatto sulla collettività  (leggasi, fuoriuscita di gas dalle tubature) è invece pressoché nulla: già oggi l’Italia è attraversata da circa 32.000 km di rete in alta pressione (dati 2015) gestiti da Snam e del tutto assimilabili al Gasdotto.
Non si registrano problemi rilevanti e non ci sono motivazioni per considerare questi 8 ulteriori chilometri in maniera differente per quanto riguarda il profilo di rischio.

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Dorsale italiana del Gas in alta pressione con i punti d’entrata del metano estero. Fonte: Snamretegas.it

Per quanto riguarda, invece, l’opportunità dell’utilizzo o meno di combustibili fossili, al netto della costruzione degli impianti, si potrebbe aprire un’argomentazione sterminata senza arrivare ad un punto di sintesi se non dettato dalla morale di ognuno. Ma c’è sicuramente un dato di fatto: il gas naturale è la fonte tradizionale meno inquinante tra quelle a disposizione ed è largamente (anche se non unanimemente) considerato il miglior “combustibile ponte” che ci porterà all’era dell’energia pulita.
Inoltre, è da ricordare che purtroppo, ad oggi, le tecnologie basate su fonti rinnovabili non riescono ancora a sopperire alle necessità del nostro stile di vita e soprattutto alla domanda delle imprese, tanto che non è pensabile proseguire una produzione industriale senza l’utilizzo di fonti convenzionali, così come non è possibile rinunciare alla produzione industriale stessa senza vedere aumentare la disoccupazione.
Un caso emblematico è la limitrofa Ilva di Taranto: alimentata a carbone, è una delle più inquinanti fabbriche d’Europa ma non è possibile rinunciarvi per non perdere migliaia di posti di lavoro: per questo motivo si sta facendo di tutto per salvarla contro tutto e tutti, anche contro la salute dei cittadini.
Sempre come piccolo inciso politichese, Emiliano, contrario a TAP, dichiara la necessità della decarbonizzazione della fabbrica passando all’utilizzo del gas come combustibile.
Piccole schizofrenie da campagna elettorale.

In definitiva, l’impatto ambientale diretto (almeno secondo gli studi presentati) risulta veramente contenuto e si fatica a capire come mai ci sia un così forte attivismo contro quest’opera sotto questo punto di vista: svariate altre opere, osteggiate, avevano un impatto ben maggiore, come la TAV e la variante di Valico Bologna-Firenze, ma molte altre, con ricadute ambientali infinitamente maggiori rispetto a quelle del gasdotto, sono passate tranquillamente in sordina.

Il fenomeno Nimby e la politica locale: di chi è il mio giardino?

Il tema probabilmente più interessante è legato alle proteste dei NoTap e in una sua contestualizzazione su larga scala, almeno in prospettiva italiana.

Quest’opera rientra tra quelle catalogate dal Nimby Forum, un osservatorio promosso dal governo italiano: Nimby è un acronimo inglese che sta ad indicare “Not in my BackYard” (non nel mio giardino), ovvero quel fenomeno per il quale associazioni di cittadini o autorità locali si oppongono alla realizzazione di opere considerate di pubblica utilità sul proprio territorio.
Ad oggi, in Italia, si contano 342 tra impianti e infrastrutture contestate (come mostrato nella mappa interattiva)  e l’andamento  di questo numero è in forte crescita.

Sicuramente l’osteggiamento di opere su scala locale è suscettibile di dibatti di carattere morale, come nel caso di TAP, dove una delle richieste delle autorità di Lecce è di spostare l’approdo del gasdotto a Brindisi perché territori “già compromessi”: nel senso, riconosco la necessità, ma non mi voglio caricare dell’esternalità negativa.
Non dovrebbe funzionare proprio così.

Ma se il tema della solidarietà tra comunità è vasto e probabilmente senza soluzione, è interessante andare a capire le motivazioni dietro al trend crescente del fenomeno di resistenza locale rispetto ad opere calate dall’alto.

In generale, negli ultimi anni e a tutti i livelli, si è potuto assistere ad un sempre maggiore rifiuto dell’autorità centrale a favore di entità locali, dove fosse possibile ascoltare “le necessità dei cittadini del territorio”.
E così, come l’Europa viene messa in discussione per ritornare ad un’univoca sovranità Nazionale, allo stesso modo l’autorità statale e centrale viene in un certo senso rifiutata a favore di un’autonomia regionale, e così via, fino ai comitati di quartiere.

Quest’attitudine di rifiuto verso il “potere lontano” ha tratto ancora maggior vigore dal referendum del 4 dicembre 2016 che ha, tra le altre cose, mantenuto e ribadito l’autonomia locale garantita dal Titolo V della Costituzione dopo la sua precedente riforma proto-federalista.
Questa sovranità regionale può essere messa in discussione, o di fatto ignorata come in questo caso, nel momento in cui si riconosce l’importanza nazionale di un’opera: ma anche e soprattutto a seguito della consultazione, dove si è affermata forte la volontà di mantenere anche quella parte della Carta, la legittimazione di TAP perde (giustamente) ulteriormente spessore agli occhi dell’opinione pubblica.

Provando a dare una spiegazione, si suggeriscono due interpretazioni, non contraddittorie:

  • La retorica del “a casa nostra governiamo noi” è molto in voga in tutte quelle fazioni politiche più lontane dal centro e meno soggette all’accettazione dello status quo di un mondo effettivamente globalizzato: questo è sicuramente vero a sinistra, come ricordato a qualsiasi G7, ma lo è altrettanto a destra, dove si promuove una sorta di legame mistico/ereditario con la terra natia, anche in accezione geograficamente più specifica rispetto al concetto prettamente novecentesco di “patria”. Perché si guardano bene dal chiamarsi Lega Italia, però fondano “Noi con Salvini“.
    Queste stesse fazioni di rifiuto dell’ordine prestabilito, alle quali si può tranquillamente associare anche il Movimento 5 Stelle, sono le stesse che stanno sbancando le elezioni non solo in Italia ma in tutto il mondo, dalla UKIP della Brexit a Trump, passando per l’appuntamento francese della prossima settimana dove Le Pen e Melenchon (entrambi molto scettici verso l’Unione Europea) rischiano seriamente di andare al ballottaggio: si può dire che probabilmente questi partiti (anche se l’etichetta li costringe un po’ troppo) danno effettivamente voce ai sentimenti delle persone ma, allo stesso tempo, contribuiscono in maniera marcata all’esasperazione di questa retorica che viene verosimilmente traslata su diversi aspetti della vita rispetto a quello puramente politico.
  • Specularmente si può pensare che la sensibilità delle persone al proprio territorio stia crescendo in maniera proporzionale alla progressiva devastazione di questo: se è vero che il secondo bicchiere d’acqua, quando si è assetati, è meno necessario del primo, allo stesso modo anche il secondo albero tagliato comporta maggior danno rispetto al primo.
    Questa interpretazione potrebbe essere considerata, sotto certi aspetti, una buona notizia poiché potrebbe aiutare a far crescere nelle persone una maggiore sensibilità consapevole ai beni ambientali e alle esternalità provocate dall’opera umana.
    Questo, tuttavia, si deve coniugare con il superamento (ma questo va in terribile contraddizione con il primo punto) dell’ottica locale. Perché se al gasdotto preferisci gli ulivi ma poi non abbassi il riscaldamento, sei ipocrita.

Molti altri punti riguardanti TAP andrebbero discussi, come il corrispettivo spettante agli agricoltori del luogo e il finanziamento pubblico ad opere private (dove questo gasdotto è solo un esempio di una sterminata casistica), ma anche in questi casi, come nella maggior parte di quelli riportati, il gasdotto diventa un simbolo per protestare contro un sistema generale malvoluto.
Contestazioni magari legittime che però, se basate su argomentazioni attaccabili, rischiano di perdere autorevolezza e slancio

Andrea Armani

Immagine in evidenza: Radiosonar.net

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