L’intervento degli Stati Uniti in Siria, spiegato bene

Una decina di giorni fa, di fronte al Congresso, il generale Joseph Votel, a capo dello US Central Command del Dipartimento della Difesa, ha annunciato i nuovi movimenti di natura militare che l’esercito statunitense effettuerà in un’area che va dalla Siria all’Afghanistan. La decisione va di pari passo con il volere presidenziale di Donald Trump di aumentare la presenza americana in Medio Oriente e negli stati africani dove agiscono numerose formazioni jihadiste. Non è un mistero  che l’obiettivo numero uno della Casa Bianca, sia quello di dare il colpo definitivo allo Stato Islamico, specialmente in un momento nel quale il Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi appare sempre più vicino alla sconfitta sul piano del confronto militare, in ritirata dai territori che occupava dal 2014 in Siria ed Iraq.

I motivi dell’intervento

I dati ufficiali dell’operazione parlano di 400 truppe dei marines mandate nel Nord della Siria per rinforzare l’azione sul campo dei miliziani appartenenti  alla coalizione delle Forze Democratiche Siriane. L’invio di truppe di terra arriva nel pieno dei preparativi per l’assedio a Raqqa, città siriana proclamata dallo Stato Islamico come propria capitale, mentre in Iraq truppe irachene e milizie di curdi e sciiti, supportate dall’aviazione a stelle e strisce, stanno intensificando le operazioni per entrare a Mosul, la roccaforte più importante del Califfato nel Paese.

I rischi dell’operazione

Insomma, sembra che Trump voglia passare dalle parole ai fatti, dimostrando che la sua volontà di spazzare via i fondamentalisti islamici non era solo dettata da esigenze di campagna elettorale. In questo momento il fronte settentrionale rappresenta il punto più nevralgico di tutte le operazioni militari, oltre ad una pericolosa polveriera nella quale agiscono in maniera diretta o indiretta Russia, Turchia, Iran, governo siriano, formazioni curde e pro e anti Damasco. In questo fragile equilibrio l’assedio a Raqqa passa quasi in secondo piano rispetto ai piani dei singoli attori presenti nella contesa: la Turchia agisce unicamente allo scopo di creare una zona cuscinetto che impedisca ai curdi siriani, alleati degli USA, di unificare i territori che costituiscono il Rojava; la Russia, nonostante le parole al miele spese da Trump nei confronti di Putin, difficilmente lascerà il ruolo di attore chiave nella mani degli USA, nemici giurati di Bashar Al-Assad e dell’alleato iraniano, contro cui la Casa Bianca ha recentemente inasprito le sanzioni.

Gli USA e il dopo Stato Islamico

É abbastanza semplicistica la visione dell’ordine delle cose di Trump: basterà aumentare “the boots on the ground” e il Califfato avrà i giorni scontati. Il presidente non perde occasione per ricordare di aver ereditato questo disastro per colpa della debolezza e delle “non decisioni” prese negli ultimi dall’amministrazione Obama e che grazie ad un deciso intervento militare il terrorismo verrà debellato definitivamente. Paradossalmente Trump sta seguendo la linea che Obama aveva promosso a partire dall’ultimo anno del suo mandato, quella che in questo articolo pubblicato su Foreign Affairs viene definita come la migliore, anche alla luce di una ipotetica situazione post Stato Islamico: intensificare l’uso dei bombardamenti aerei e degli attacchi condotti con i droni, sviluppare strategie di combattimenti di terra attraverso l’impiego delle forze speciali e in operazioni di appoggio alle azioni condotte dalle milizie alleate. Gli autori definiscono questa strategia come quella che garantirà agli Stati Uniti di conservare un buon livello di sicurezza in vista anche di una teoretica ri-sistemazione del Medio Oriente.

Il dilemma però è: esisterà mai una situazione post-Stato Islamico? Il califfato quasi certamente perderà la guerra sul piano dello scontro militare a campo aperto, ma la proseguirà attraverso il terrorismo e il continuo reclutamento di nuovi militanti. E se gli USA intensificheranno la loro azione, il desiderio di Trump di attuare un netto disimpegno statunitense dal Medio Oriente, nell’ottica della fedeltà al suo credo “America first” si rivelerà di conseguenza solamente una chimera. Con questa mossa, il leader statunitense sembra porsi in drammatica continuità con le scelte che hanno portato all’implosione della regione.

Fonte immagine: wearechange.org

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