Essere tristi senza essere banali: “Manchester by the Sea”

Ci troviamo in una Boston cupa, grigia e abbastanza freddina, tanto che potremmo benissimo essere nella Bassa Padana. Lee Chandler è come il luogo che lo circonda: cupo, grigio e abbastanza freddino.Insomma, non è esattamente la cordialità in persona.

Manchester_by_the_Sea
Lucas Hedges e Casey Affleck in preda alla scontentezza – Fonte: Wikipedia

È tormentato dai sensi di colpa, cerca di farsi fondamentalmente gli affari suoi e quando non ci riesce prende qualcuno a schiaffi. La sofferenza è la forza che trascina Lee giù dal letto ogni mattina, insieme all’inevitabile entusiasmo professionale di chi fa il portiere/tuttofare/uomo di fatica/servo della gleba in più di un condominio medio-borghese. Nonostante il suo ambiente di lavoro sia pieno di donne di tutte le età e di tutte le forme che non vedono l’ora di concedersi e darsi a prestazioni atletiche con il nostro Lee, lui ha per questo lato della vita una risposta alla Bartleby: “Preferirei di no”. In fondo, era sposato con Randi, la splendida Michelle Williams, scontentona di professione (avete mai visto un film in cui le vada anche solo vagamente bene? No, perché non ce ne sono) e il vero amore dura tutta la vita, niente da fare.

Comunque, un bel giorno Lee riceve dal suo amico George la notizia che suo fratello Joe, gravemente malato di cuore, ha avuto un terribile attacco cardiaco e si vede costretto a tornare nella sua città natale, Manchester-by-the-Sea, dove riesce però ad arrivare solo dopo la morte di Joe, ormai gelido corpo vuoto con un cartellino legato al ditone. Lee rimane a Manchester per organizzare il funerale e per stare accanto al nipote sedicenne Patrick, figlio di Joe, un tempo luce dei suoi occhi e anima affine, ormai adolescente irritante, nasuto e poligamo: “Ho due fidanzate!” si vanta con lo zio. Lee scopre di esserne stato nominato tutore dal fratello, perché è anche quando scappiamo dalle nostre responsabilità, anche quando non abbiamo nessuna ragione per essere fieri di noi, anche e soprattutto quando non ce lo meritiamo, che una persona, se ci ama davvero, decide di fidarsi di noi. Sono anni che Lee non torna a casa, perché ha commesso un errore terribile e ha dentro muri di odio verso se stesso, un tale richiamo all’autodistruzione che non gli consente nemmeno di uccidersi, solo di umiliarsi e autopunirsi con il vuoto, il più totale deserto degli affetti e una vita di solitaria mediocrità.

La consapevolezza e l’intellettualismo sono lontani dalle scene di Manchester by the Sea, quasi quanto D’Alema è lontano dall’essere definito un bonaccione patatoso. Il dolore è intrecciato all’ilarità, piccole schegge di vetro ti si conficcano nel cuore mentre ridi di situazioni sguaiate, squillanti, fastidiose e tuttavia esilaranti. L’elemento del grottesco è il cardine necessario all’autenticità e alla purezza di questo film, che è impossibile non definire meraviglioso. Ecco tutte le brutture della vita reale, fatta di emozioni vere, meschinità, lacrime e iperrealismo condite dall’ironia necessaria a rimanere coi piedi per terra e a non scivolare mai nel melodramma o nella tragedia. In una scena del celebre The Commitments di Alan Parker, il protagonista cerca di spiegare perché ama la musica blues più di ogni altro tipo di musica, ed è più o meno lo stesso motivo per cui io ho amato follemente questo film. Il blues è speciale, dice Jimmy Rabbitte, è speciale perché è suonato dalla gente vera, perché la musica deve parlare di lavoro, sudore, sesso, carne e fabbrica. Deve essere reale e deve parlare della vita. Non so quasi nulla di blues, e ancora meno sono qualificata per parlare della vita, ma l’idea che mi sono fatta è che si tratti, all’incirca, quella macchina infernale che ti costringe ad andare in un’unica direzione che non capisci e non conosci e ad andarci a tutta velocità. Ti sembra di doverti schiantare a tutti i costi per vivere a pieno, ma finisce che ogni tanto ti diverti pure, senza che tutto questo abbia, in fondo, un significato per forza.

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Fonte: http://www.lci.fr

L’inevitabile richiamo delle radici è un altro tema centrale dell’ultima fatica di Kenneth Lonergan, che riesce a descrivere con un cinismo pieno di senso e mai veramente distaccato cosa significhi la solitudine quando è una scelta. Il rapporto fra i due fratelli è intenso, puro, è l’elemento primordiale da cui sgorga tutto, però alla fine non basta. Qualcuno diceva che la vita è più forte della morte, ma la morte è inevitabile, e certe volte non c’è buonismo che tenga, non si può tornare indietro. Lee ci ha provato, ci ha provato davvero, ma ognuno fa quello che può e non è detto che basti. Insomma, nella vita a volte uno è l’insetto e altre volte il parabrezza. Manchester by the Sea è certamente uno dei film migliori che vedrete quest’anno, perché, se tutti sanno essere tristi, quasi nessuno ha successo nell’ingrato compito di non essere banale.

Sofia Torre

Immagine di copertina, fonte: Postmodernissimo.com

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