Il nostro futuro va assicurato?

L’Italia in tutta la sua variegata estensione geologico-territoriale ha da sempre dovuto affrontare problematiche di carattere naturale, al verificarsi delle quali è sempre lo Stato, come istituzione pubblica principale, a farsi carico degli oneri economici e sociali, gestendo in prima persona la fase d’emergenza e quella di ricostruzione. Tuttavia gli ultimi tragici accadimenti – dal terremoto dell’Aquila nel 2009, allo sciame sismico che sta facendo tremare tutto il centro Italia da Agosto – hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica una problematica con profonde ripercussioni socio-economiche.

A tal proposito sono eloquenti le parole pronunciate il 15 Febbraio ad Ancona da Vasco Errani (Commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma): “Bisogna darsi una governance totalmente differente, è un punto all’ordine del giorno di questa riunione e doveva forse essere il primo. Non c’è dubbio che, avendo avuto quattro terremoti, la dimensione è stratosferica, ma questo non risolve il fatto che non riusciamo ad andare avanti su alcune cose: macerie, stalle, casette…Questa non è ricostruzione, non lo è, questa è gestione dell’emergenza”.
Quello di Errani è un appello che esprime la consapevolezza di trovarsi a gestire un evento catastrofico che, per superficie territoriale interessata, vittime e danni economici stimati, non ha eguali nella storia recente del nostro Paese.

Ed è proprio questa consapevolezza che lo porta a sostenere l’inadeguatezza dell’intero apparato organizzativo, perfetto nel gestire la fase di emergenza ma incapace di organizzare la ricostruzione. La maggior parte delle imprese, infatti, sono ancora ferme, costringendo il tessuto economico locale ad una ripresa lenta per mancanze di infrastrutture. I moduli abitativi arrivano a singhiozzo e vengono assegnati con il poco gradevole metodo del sorteggio, perché le leggi di bilancio statale, prima di procedere ad una qualunque ordinazione, prevedono che si stimi con esattezza il fabbisogno totale di quel bene specifico con il rischio di sottostimare o sovrastimare il grado di necessità. Naturalmente, data la congiuntura economica che stiamo attraversando, si preferisce sottostimare invece che sovrastimare ed incorrere in sprechi.

E’ evidente come questi ragionamenti posti difronte ad una situazione di emergenza umanitaria risultino essere inappropriati e rischiano di suscitare nella popolazione sentimenti contrastanti che vanno dalla rassegnazione alla rabbia. Per risolvere questa situazione non ci resta che guardare alla realtà dei fatti: lo Stato non sembra essere più in grado di sostenere tutti i cittadini e le imprese interessate, non riesce a dare piena copertura e ad assumersi tutti i rischi relativi alle calamità naturali e contemporaneamente a farsi carico delle operazioni di emergenza e primo soccorso.

L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha stimato che in Italia i  costi relativi ai danni causati da catastrofi naturali sono pari al 0,2% del Pil annuo[1], un enorme dispendio di risorse. Stiamo affrontando delle problematiche sistemiche che necessitano inequivocabilmente di soluzioni strutturali, dobbiamo cambiare punto di vista e smettere di essere il Paese del post quam accidit perchè la politica della gestione dello stato di emergenza (anche se correttamente eseguita) non può prevalere sulla politica di pianificazione e prevenzione. Il rischio, come sta accadendo, è quello di porre totalmente a carico della società civile costi economici che sono insostenibili e che non fanno altro che aumentare il debito pubblico senza risolvere niente, limitandosi ad un risarcimento dei danni che si concretizza con tempistiche che non sono accettabili.

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Fonte immagine LaPresse

L’Italia dopo questi sciagurati eventi si trova davanti ad un bivio e la strada da intraprendere devia in maniera sostanziale da quella fino ad ora percorsa. In ballo c’è la sicurezza dei cittadini e la stabilità economica. Bisogna iniziare a guardare alle politiche di prevenzione come ad uno strumento di sviluppo e di investimento economico, altrimenti al verificarsi di queste catastrofi naturali e socio-economiche (perché di questo stiamo parlando), continueremo ad erogare ingenti somme di denaro che andranno a vanificare tutte le manovre finanziarie e gli sforzi fiscali sostenuti dall’intera comunità nazionale.

Alla luce di tutto ciò emerge la necessità di affiancare alla gestione del rischio totalmente ad appannaggio statale il supporto del mercato assicurativo, soluzione promossa anche dall’OCSE che vede di buon occhio l’inserimento del settore assicurativo come partner del pubblico nella gestione dei rischi di famiglie e imprese e conseguente liquidazione dei danni in caso di calamità naturali.

Si giungerebbe così ad un sistema misto pubblico-privato di maggior efficienza in cui i ruoli delle due parti sono distinti e ben definiti, da una parte uno Stato che continuerà ad occuparsi della fase di emergenza e primo soccorso a cui si sommerà l’incombenza economica di tutti gli edifici amministrativi e di carattere storico-culturale, dall’altra un settore assicurativo privato che si occuperà della fase di ricostruzione in funzione alle esigenze di cittadini e imprese.
In questo modo i cittadini e le economie dei territori colpiti da calamità naturale potranno usufruire in tempi rapidi della copertura, bypassando le incombenze di carattere organizzativo e burocratico.

Le difficoltà e gli ostacoli all’attuazione di questa soluzione sono molti e di rilievo, per questo motivo è necessario che le due parti interessate, pubblico e privati, inizino un dialogo costruttivo per non rischiare di incorrere in pericolosi meccanismi di mercato che finirebbero col danneggiare la comunità oppure in forme legislative che potrebbero confondere i cittadini che finirebbero per avvertire il problema come un’ulteriore tassazione (vedi il bollo auto). A proposito di questo, in tutta questa storia la sua parte dovrà farla anche l’opinione pubblica, perché se un assicurazione obbligatoria viene intesa come un danno nei confronti di famiglie e imprese allora vuol dire che bisogna prenderci tutti a braccetto e farlo insieme questo salto concettuale.

Forse la logica del Welfare State non è più così efficace ed efficiente come si crede. Forse in un mondo globalizzato dove regnano incontrastate le leggi di mercato e il (tutto da dimostrare) principio di concorrenza, una logica di welfare community (inteso come modello di società solidale che si organizza per attuare in prima persona l’erogazione di servizi, promuovendo un etica sociale in condivisione con l’apparato pubblico) potrebbe essere la soluzione. Magari se non fosse solo 1% della popolazione Italiana[2] a intraprendere la via dell’assicurazione privata contro danni da calamità naturali (ma fosse, sempre magari, il 99% della popolazione a rischio), allora forse basterebbe 1€ per stipulare una polizza (legge di domanda-offerta).

Magari quando avete un attimo, provate a pensarci.

Andrea Buini

Note:

[1] OECD (2012), “Disaster Risk Assesment and Risk Financing”

[2] Dato pubblicato dall’ANIA (Associazione Nazionale fra le imprese assicuratrici) e riportato in diversi articoli e agenzie di stampa.

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