La strada per il diritto alla genitorialità deve passare per l’Italia

Il complesso tema del diritto alla genitorialità, aperto con il documentario Future Baby, non poteva che portarci a sbirciare il panorama italiano attuale. Le “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” in Italia sono disciplinate dalla Legge n. 40, datata 19 febbraio 2004. Il testo fa più o meno così:

Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita […] solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione.
E prosegue:
Possono accedere coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi.

In parole povere, in Italia è consentito l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita solo alle coppie eterosessuali. La L.40 vieterebbe anche la fecondazione eterologa, tecnica alla quale prima era invece possibile accedere, purché la donazione avvenisse in modo anonimo e non in cambio di denaro. Si ricorre alla fecondazione eterologa, infatti, quando un genitore è sterile o se entrambi appartengono allo stesso sesso, per cui è necessario ricorrere a un gamete (spermatozoi o ovociti) donato da una terza persona per iniziare la gravidanza. Le cose sono cambiate di nuovo nell’aprile del 2015, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il divieto, che rimane unicamente appannaggio delle coppie eterosessuali.

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Fonte: http://www.dirittodicritica.com

Per questo motivo, ogni anno numerose coppie italiane fuggono all’estero per esercitare il proprio diritto alla genitorialità. Tra queste, c’è Alessia: «Io e la mia compagna stiamo insieme da 11 anni e quasi subito abbiamo iniziato a parlarne. Sapevamo che in Italia non avremmo potuto fare un granché, ma solo quando abbiamo iniziato a informarci concretamente ci siamo rese conto che si brancola davvero nel buio». Se è molto chiaro infatti cosa vieta qui la legge, non è affatto semplice capire come procedere per diventare genitori. «Ci siamo rivolte subito alle Famiglie Arcobaleno, associazione di persone omosessuali, in coppia o single, che hanno già figli oppure vogliono provare ad averne. E abbiamo ottenuto così i primi chiarimenti».

Una delle principali questioni è: come trovare il donatore? «Ci sono diverse soluzioni. Se una futura mamma non volesse muoversi di casa, potrebbe consultare il sito di Cryos, la più grande banca del seme a livello mondiale, che si trova in Danimarca. Sul catalogo online si esamina la qualità del seme, sulla base della quantità di spermatozoi presenti, fattore che determina poi la differenza di prezzo. Una volta scelto, si può far spedire a casa, insieme a un kit composto da pipette, ghiaccio secco e bidoncini per la refrigerazione. A quel punto si procede in completa autonomia. Il tutto per una cifra di poco superiore ai 1.000 euro». Visitando il sito, è possibile infatti selezionare le caratteristiche del donatore: nazionalità, anonimato, colore degli occhi e dei capelli, motilità, peso corporeo, razza, gruppo sanguigno, altezza. Il rischio di farsi inviare tutto e mancare i giorni fertili rimane però alto e comporta spesso un aumento di prezzi non proporzionale alle probabilità di riuscita. Motivo per cui, nella maggior parte dei casi, la fecondazione “in casa” viene scartata.

«Nel frattempo noi ci siamo rivolte al ginecologo di famiglia, il quale ci ha spiegato che in Italia esistono numerose cliniche che seguono nel percorso di accertamento, fino al giorno dell’operazione all’estero. Si tratta di vere e proprie succursali delle cliniche estere, come le IVI». Dovendo scegliere a quale rivolgersi, la discriminante per loro è stata — oltre alla qualità — la possibilità di scegliere che l’identità del donatore fosse chiusa o aperta. «Ci sono Paesi in cui è stato stabilito per legge che il donatore deve essere anonimo, come la Spagna, mentre in altri è permesso scegliere. Per noi era importante che il donatore non fosse anonimo, sebbene questo ha implicato un aumento dei costi. Mi sono chiesta: se mi trovassi io in quella situazione, avrei la curiosità di conoscere mio padre? Non poter ottenere risposta a questa richiesta, rischierebbe di dar vita a una spirale di curiosità poco sana. Una curiosità che finirebbe per conferire alla persona più importanza di quanta effettivamente ne ha, perché sono dell’idea che puoi metterci tutto il DNA che vuoi, ma i figli sono di chi li cresce». Il diritto rimane quindi solo dei figli, i quali, una volta raggiunta la maggiore età, potranno richiedere alla clinica i riferimenti del genitore biologico. In Italia questo non sarebbe stato possibile perché, come previsto dalla L. 40, l’identità del donatore deve rimanere chiusa.

Per tutti i futuri genitori, l’altro fattore imprescindibile rimane l’esclusione di qualsiasi fattore di rischio per la salute del bambino. «Può sembrare un discorso di eugenetica, la verità è che qualunque mamma vuole il meglio per suo figlio. Nel nostro caso, ci siamo limitate ad escludere persone con disturbi quali asma o allergie, e a selezionare il gruppo sanguigno. All’inizio le informazioni offerte sono molto generiche, solo dopo aver acquistato il seme la clinica fornisce tutti i documenti in loro possesso per approfondire il profilo di un donatore. Per noi è stata una sorpresa ricevere a casa una lettera di cinque pagine, nella quale il donatore ci raccontava tutta la sua vita. Leggendola, abbiamo avuto la conferma di aver scelto la persona giusta».

Rimane poi da stabilire con i medici l’aspetto più rilevante: a quale tecnica di fecondazione medicalmente assistita affidarsi. La più economica è la fecondazione intrauterina, sconsigliata però alle donne che superano i 35 anni d’età. Questo perché, da un lato, l’infertilità aumenta con l’età e, dall’altro, a causa del tempo biologico necessario alla buona riuscita dell’operazione: per aumentare le probabilità si propone infatti di partire con 5 o 6 tentativi. L’alternativa rimane la Fivet, la fecondazione in vitro, che a sua volta può essere eseguita immergendo gli ovociti nel seme, sperando che ne vengano fecondati il maggior numero possibile, oppure con l’ICSI (intracitoplasmatica), per la quale basta uno spermatozoo ad ovulo e si ottiene la fecondazione.

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Fonte: http://www.futurebaby.at/#

Nell’attesa di raggiungere la destinazione finale di questo lungo percorso, fissata alla London Women’s Clinic, si procedeva intanto con l’assunzione della cura ormonale in Italia. Per acquistare i farmaci basta infatti recarsi in farmacia con la prescrizione, una volta ricevuto il piano terapeutico. «È consigliabile tenere conto di diversi preventivi, sia all’estero che in Italia: parliamo di una spesa di migliaia di euro, perciò è bene abbattere i costi quando possibile. Gli ormoni si assumono sotto la supervisione del ginecologo o della ginecologa italiana: i risultati di ogni ecografia devono essere sempre inviati all’estero, in modo da stabilire quando è arrivato il momento di salire per l’ultima o la penultima ecografia, alla quale segue poi l’operazione di prelievo degli ovociti». Un vero e proprio lavoro d’equipe a distanza.

«La nostra fortuna è stata che gli embrioni prodotti erano di altissima qualità. Avremmo potuto decidere di impiantarne uno solo e congelare l’altro, oppure impiantarli entrambi. Alla fine, abbiamo optato per il trasferimento di tutti e due. Un’operazione molto dolorosa, ma ne è decisamente valsa la pena». Oggi Alessia porta in grembo una coppia di gemelli che scalciano, trepidanti, in attesa di conoscere il mondo che li aspetta là fuori. «In Inghilterra noi siamo già riconosciute come genitori, la nostra responsabilità è totale. Mentre il blocco morale dell’Italia ci impedisce di fatto, nonostante tutto, di essere entrambe legalmente genitori: i nostri figli porteranno il mio cognome e, per le Istituzioni, la mia compagna non sarà nient’altro che un’estranea». Non basta infatti unirsi civilmente, perché questo sancisce semplicemente il legame tra le partner ma non verso i bambini. Se ricordate, il maxiemendamento del Governo al ddl Cirinnà aveva infatti bocciato l’Articolo 5, la famosa stepchild adoption, che avrebbe consentito al figlio di essere adottato dal partner (unito civilmente o sposato) del proprio genitore. Ad oggi, l’unica novità è costituita dal fatto che se la madre biologica dovesse venire a mancare, la compagna sarebbe la prima persona a venire interpellata.

«Apriremo un procedimento legale per richiedere l’adozione, e solo se saremo fortunate, dopo essere state valutate dagli assistenti sociali, alla fine i nostri figli potranno avere il doppio cognome. Capisci che, dopo tutto questo, quando sento la Ministra della salute Beatrice Lorenzin proporre il Fertility Day, non può che salirmi una rabbia profonda».

Roberta Cristofori
@billybobatorton

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Fonte: http://www.facebook.com/MondovisioniBO

Fonte immagine di copertina: http://www.washingtontimes.com

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