mitski live covo bologna

Mitski ebbasta

(Com’è su disco) Mitski è la cosa più bella che

A rendere Mitski così interessante non sono i singoli elementi dei due album ‘veri’ (Bury Me at Makeout Creek, del 2014, e Puberty 2, del 2016, seguito di altri due lavori autoprodotti realizzati durante gli studi al CUNY e prima di trasferirsi a New York).

Non è la sua anima cosmopolita (è mezza giapponese e ha vissuto, dice Wiki, anche in Congo, Malesia, Cina e Turchia), in ragione della quale un pazzo su Genius ha provato a spiegarne la sensazione di outsiderness sfruttando i criteri proposti dall’altrettanto folle Geert Hofstede, che così confrontano Giappone e USA:

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Non sono un esperto, ma credo significhi che se fai un torto a Mitski è poco probabile che ti perdoni – fonte: https://geert-hofstede.com/japan.html

Non è il genere, un indie centrato sui testi con frequenti derive power-pop (Weezer, anyone?), con influenze noise, riot grrrl e qualcosa dell’ossessività post-punk. Non sono le linee melodiche, spesso sorprendentemente melodiche in contrasto con l’armonia su cui posano, che fanno venire in mente una St Vincent meno eccentrica, qualcosa del melodramma alla Morrissey, forse una qualche eco del kitsch del j-pop. Non è la voce, capace di un ampio range di dinamiche, come una Angel Olsen capace di forzare il canto quando necessario. È la combinazione di tutte queste componenti, che su Pitchfork nel recensire Puberty 2 definiscono “Mitski’s very Mitski-ness”; la capacità di giocare su registri affini ma distanti creando un immaginario coeso, quotidiano ma universale, riverberando in un continuo gioco di specchi testo e musica e livello letterale e metaforico.

Ne dà un esempio perfetto la prima traccia dell’ultimo disco, in cui su una batteria elettronica ossessiva (che vuole ricordare il rumore di un treno, citato nel testo) si innesta una linea melodica insieme triste e annoiata (alla Lana Del Rey, volendo), a cui fa a sua volta da contraltare un sax reminiscente dei Morphine. La storia è quella di un amante che arriva portando dei biscotti e se ne va subito dopo il sesso mentre lei è ancora in bagno.

Forse il vero perno della mitskiness sono i testi, che strutturano un universo malinconico, sensuale e ribelle situato nell’immaginario punto di incontro tra Girls, Ghost World e Aimee Mann. Se la musica spazia lungo le coordinate descritte sopra, i testi sono invece estremamente coesi: la prima volta (o il primo amore? O nessuna delle due cose?) dell’hikikomori Dan the Dancer; l’eccitazione tardoadolescenziale di una relazione segreta in Once More to See You (“But with everybody watching us/Our every move/We do have reputations/We keep it secret”) o Loving Feeling (“Kisses like pink cotton candy/Talking to everyone but me/I’m staying up late just in case you come up and ask to leave with me”: come fa a non esplodervi il cuore); gli errori ripetuti intenzionalmente, come le continue frequentazioni sbagliate di I Bet on Losing Dogs, magari nella speranza che siano gli altri a salvarci da noi stessi (“As I go to the party on my knees/Saying take it all please/And tell me no/Somebody please tell me no”, in Thursday Girl).

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La pazza gioia – fonte: https://www.instagram.com/mitskileaks/


Ancora, la ricerca di pace nelle piccole cose di
Fireworks (“I will go jogging routinely/Calmly and rhythmically run/[…] And then one warm summer night/I’ll hear fireworks outside/And I’ll listen to the memories as they cry”) o A Burning Hill (“Today I will wear my white button-down/I’m tired of wanting more/I think I’m finally worn/For you have a way of promising thing” – e chi non ha avuto almeno una storia così?); il senso di inadeguatezza di Your Best American Girl (“If I could, I’d be your little spoon/And kiss your fingers forevermore/[…] And you’re an all-American boy/I guess I couldn’t help trying to be your best American girl”); la sfrontatezza slacker di My Body’s Made of Crushed Little Stars (“I wanna see the whole world/ I don’t know how I’m gonna pay rent”).

Tutti elementi già presenti in Bury Me, che nonostante sia più acerbo a livello musicale assesta delle pugnalate tremende a livello emotivo (quasi sempre a tema amoroso): il disperato vitalismo surf di Townie (“And I want a love that falls as fast/As a body from the balcony, and I want to kiss like my heart is hitting the ground”); la speranza di (non) essere lasciati di First Love/Late Spring (“So please hurry leave me/I can’t breathe/Please don’t say you love me”); e quella che potremmo chiamare La Trilogia dei Sentimenti Non Corrisposti, divisa in Insonnia (“I don’t need the world to see/That I’ve been the best I can be, but/I don’t think I could stand to be/Where you don’t see me”, in Francis Forever), Mancanza (“I don’t smoke/Except for when I’m missing you/To remember your mouth, how it tasted true”, in I Don’t Smoke) e Incazzatura (“Fuck you and your money/I’m tired of your money […]/You know I wore this dress for you/These killer heels for you”, in Drunk Walk Home).

(Intermezzo) Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi

Da un certo punto di vista, Mitski rappresenta l’anti-Mogol, quel tipo di donna allo stesso tempo indipendente e fragile, triste e combattiva, romantica e sessualmente empowered che la canzone italiana sembra incapace di rappresentare – con l’unica eccezione significativa, forse, di Maria Antonietta, su cui infatti nessuno sembra in grado di esprimere un giudizio neutro.

Ci libereremo mai della misoginia sotterranea che fa cantare a generazioni dopo generazioni la storia di un uomo spaventato e un po’ offeso perché, dopo tanto tempo che non si vedono, lei ha scoperto il sesso – e scoperto che, uuuh, le piace? (sì, è La canzone del sole. E sì, Mogol è una delle cose peggiori capitate alla musica italiana).

(Com’è stato il concerto) Ti prego, manda via quel chitarrista e

Il concerto al Covo di venerdì 24 febbraio, unica data italiana, è aperto dai Personal best, che guidati da due chitarriste/cantanti portano a casa la prima parte di serata con un live che sarebbe stato benissimo in qualunque festival di punk californiano degli anni ’90: volumi criminali, assoli infuocati, stonature memorabili e un livello di pucciness altissimo. Difficile che passino alla storia della musica, ma se capitano dalle vostre parti vale la pena andarli a vedere.

Il live di Mitski invece non rende pienamente giustizia alla sfaccettata produzione di Patrick Hyland. La scelta di andare in giro con una formazione a tre (lei al basso, un batterista e un chitarrista), senza una seconda chitarra o un synth a dare corpo, si traduce in strutture spesso eccessivamente svuotate. Svuotate e poco a fuoco, perché il chitarrista, dell’età apparente di dodici anni, spesso sembra capitato sul palco per caso, e manca delle caratteristiche che il genere richiederebbe (cioè, più che una buona tecnica, del buon gusto nella scelta dei suoni).

Come risultato le quattordici canzoni in scaletta, tratte quasi equamente dagli ultimi due dischi, faticano a comunicare tutto il loro potenziale emotivo. Non aiutano l’acustica notoriamente problematica del Covo (pare che in prima fila la voce fosse totalmente coperta dalla batteria) e le scelte discutibili di equalizzazione che relegano il basso a un volume molto più basso degli altri strumenti. Il bis concesso in solitaria alla chitarra risulta più sensato, e chiude un concerto secco (circa un’ora) ma non efficace quanto avrebbe potuto.

La sensazione, comunque, è che messi a punto alcuni dettagli – tipo mandare via l’attuale chitarrista e sostituirlo con un pupazzo di gomma – sarà uno dei live più interessanti dell’anno. Il tour continua tra Europa e Stati Uniti per tutto il 2017, e ci sarà tempo e modo di lavorare sui difetti.

(Chiosa) Perché il Covo è il posto più bello del mondo, nonostante

Perché era l’unica data italiana. Perché ci si sente sempre a casa. Perché si rivedono persone che si incontrano una volta al mese. Perché ai concerti seguono dj-set che, passato lo sconforto nel constatare che il revival ingloba le canzoni che ballavamo quando eravamo veramente giovani (sarebbe a dire, dieci anni fa), allontanano tutti i momenti tristi della settimana. Perché sì.

Giorgio Busi-Rizzi

[immagine di copertina gentilmente concessa da Federico Pirozzi]

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