Ronaldinho, lo stupore di un bambino

1998. Porto Alegre. Barrio di Vila Nova. Un uomo galleggia pigramente in una piscina, nel cortile di una casa. Galleggia, nell’acqua che lo culla dolcemente. Galleggia a faccia in giù. Poco dopo un grido distrugge la quiete di quel pomeriggio. Una donna corre verso di lui, seguita dal figlio più grande, Roberto. A pochi passi, immobile, l’altro figlio di otto anni guarda la scena. E’ da poco stato inserito nelle giovanili del Gremio, vuole giocare a calcio, come tutti i bambini brasiliani, come tutti i brasiliani. Come suo fratello, che gioca nella stessa squadra, e come suo padre, appena morto di infarto nella piscina domestica. Era un ex calciatore, Joao De Assis Moreira, e sarà un calciatore suo figlio, Ronaldo de Assis Moreira, che diventerà uno dei più grandi giocatori della storia, nonché idolo di una intera nazione. Ma sulla maglia avrà scritto Ronaldinho.

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La piscina dove è morto Joao in realtà è di proprietà di Roberto, esattamente come tutta la casa intorno. Il Gremio infatti gliel’ha regalata, corrompendolo perchè non accetti l’offerta del Torino. Già, perchè Roberto è uno dei prospetti più interessanti offerti dal calcio brasiliano. Già nel giro delle nazionali giovanili, il Gremio lo blinda con un contratto importante per uno che ha appena diciassette anni. Ma proprio quando è in rampa di lancio, subisce un infortunio importante, che lo frena, facendogli perdere il treno del successo. Vivrà comunque una onesta carriera tra Brasile, Svizzera, Messico, Portogallo e Giappone.

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Ronaldo intanto brucia le tappe, tanto da essere spesso schierato con i ragazzi più grandi di lui. Ed ecco per la prima volta che viene chiamato con il nome che gli porterà tutto. E’ il più piccolo, è Ronaldinho. Questa prima fase della sua vita è avvolta in una nebbia che rende difficile distinguere tra verità e pura fantasia. Tra le altre cose si racconta che in una partita del campionato scolastico segnò 23 reti, tutte quelle della gara.

Le sue qualità sono però reali, tanto che il suo modo di giocare diventa subito molto noto. Piace, fa divertire, i dribbling insistenti e le giocate ricercate ne fanno un fenomeno da baraccone, ma i gol che segna o gli assist che sigla ne fanno un giocatore decisivo. Gioca bene e fa ridere. E’ il fenomeno del popolo. Il Gremio gli fa firmare un contratto da professionista quando ha diciassette anni, la stessa età di Roberto, che intanto è volato in Svizzera, al Sion. Viene convocato in Nazionale Under 17, con cui disputa i Mondiali di categoria. In finale, contro il Ghana, causa il gol di Matuzalem (proprio lui) e sigla l’assist per il due a uno finale. Con il 1998 si aprono le porte della prima squadra, dove però lo scarso impegno tattico ne limita l’utilizzo. I vari allenatori che si susseguono sulla panchina nerazzurra si rendono conto che tenere in campo Ronaldinho è contemporaneamente necessario e limitante.

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Ma quando si cerca di porre un freno all’estro del gaucho, di limitarne le giocate per adattarlo al gioco di squadra, arriva la notizia dall’Europa. Il Paris Saint Germain (quello vero, non quello di oggi) annuncia di aver acquistato, a titolo definitivo, Ronaldinho. In molti si erano presentati alla porta del club, primi tra tutti gli emissari del PSV di Eindhoven, principi nel portare i grandi del Brasile in Europa (ultimo in ordine di tempo, Ronaldo, quello grande). Solo che il Gremio questa volta non ne sapeva nulla, o almeno non aveva ancora deciso di accettare l’offerta. Mesi di aule di tribunali e legali portano il Gremio a ricevere sei milioni di risarcimento, e a posticipare il trasferimento del giocatore fino ad agosto 2001.

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Quando Ronaldinho arriva, si trova davanti una squadra da metà classifica. Il PSG è appena arrivato nono, ultimo posto utile per la Coppa Intertoto. Ad inizio stagione aveva pure qualche ambizione di scudetto, ma poi tutto è crollato. Ci sono Mauricio Pochettino, un giovane Mikel Arteta, Gabriel Heinze, Nicolas Anelka e Jay Jay Okocha. Robert, il capocannoniere della stagione appena terminata, è volato al di là della manica, destinazione Newcastle. L’intero campionato francese è di basso livello, privo quasi del tutto di stelle. E sarà proprio Ronaldinho ad esplodere in quello spazio vuoto. Alla prima partita serve un assist per Okocha, alla seconda segna, anche se su rigore. Diventa imprescindibile. Le difese francesi non hanno mai visto nulla del genere da quando le frecce dei longbow inglesi le fecero a pezzi nella piana di Azincourt. Quando Dinho prende palla sulla trequarti, può fare ciò che vuole. Spesso decide di affrontare ogni avversario sulla linea tra se e la porta. Ma può servire un compagno in arrivo senza guardarlo, può farsi fare fallo o saltare il difensore a pie pari.

Quarto posto e Coppa Intertoto, con Ronaldinho miglior marcatore della squadra contando tutte le competizioni. Sembra il trampolino di lancio perchè Ronaldino ed il PSG si facciano diventare grandi a vicenda. E invece la stagione successiva è decisamente peggiore, e nel corso dell’annata il brasiliano non manca mai di ribadire come il suo interesse sia giocare in una Coppa Europea, cosa impossibile al Paris arrivato alla fine undicesimo. Ha il potere contrattuale di decidere il suo futuro, perchè da qualche mese è diventato campione del mondo con il Brasile.

In Corea, in uno dei tornei più brutti di sempre, da italiani e da amanti del calcio, Dinho si è messo in luce in una squadra infarcita di campioni. Il Brasile è senza dubbio la squadra più forte in circolazione, che batte altre squadre decisamente forti come Inghilterra e Germania, uniche avversarie sopravvissute a dei gironi disastrosi per tutti. Proprio contro gli inglesi, Ronaldinho dimostra tutta la sua classe.

E’ giunto nuovamente il momento per Ronaldinho di cambiare squadra. Al PSG ha dimostrato quanto possa cambiare le sorti della squadra, e quanto anche sia impossibile affidarsi solo alle sue giocate. A Parigi arrivano tante offerte.

Contemporaneamente, il Barcellona sta vivendo un momento di depressione acuta. E’ appena arrivato sesto in campionato, sono quattro anni che nulla viene aggiunto all’ormai impolverata bacheca dei trofei, il tutto mentre dalla parte opposta, geografica e politica, di Spagna, il Real Madrid ha vinto scudetti e Champions League. Ed i Blancos soffiano ai blaugrana David Beckham, con 35 milioni di euro (quando ancora i soldi nel calcio significavano qualcosa) in vaglia postale verso Manchester. Laporta, neo eletto presidente del Barcellona, non ci sta, e dopo essersi beccato parecchi fischi per la decisione di affidare la panchina a Frankie Rijkaard, esordiente in un campionato di vertice, punta tutto su Ronaldinho, che stava già discutendo delle clausole del contratto con lo United.

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Il Paris Saint Germain riceve trenta milioni, che investirà nell’acquisto del portoghese Pauleta, di fatto prendendosi il miglior attaccante del campionato ed indebolendo gli avversari diretti del Bordeaux. Ed intanto Ronaldinho si trova nel Barcellona, che in quel momento non è nulla. O quasi. Si uniscono le vestigia delle disastrose gestioni precedenti (Rüştü Reçber, miglior portiere del mondo in carica, Saviola, Cocu, Kluivert, Quaresma) con una risma di giovani promesse e giocatori in rampa di lancio (Puyol, Xavi, Iniesta). E Ronaldinho.

La squadra sembra rinata. All’inizio i risultati non sorridono, ma dopo un periodo di rodaggio arrivano anche i punti. Il gioco è chiaro. Ronaldinho decide. I compagni si muovono secondo linee prestabilite, ed il ventitreenne (!!!) sceglie se e come servirli o se partire palla al piede e segnare. E’ il caso del suo primo gol in maglia blaugrana.

Da lì non si ferma più. Alla fine della stagione i gol saranno 19, con tantissimi assist per i compagni, ed il secondo posto finale. Ma non alle spalle del Real Madrid, bensì a quelle del Valencia di Benitez. I Galacticos erano già stati battuti, per 2 a 1. E questo è il gol finale.

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Comodo giocare con compagni così

Il Barcellona diventa una corazzata ancor più forte con l’aggiunta di tasselli determinanti, come ad esempio Deco, Giuly ed Eto’o. Il 2004 è l’anno della consacrazione personale per Ronaldinho, con il FIFA Football Player Of The Year, e di squadra, con lo scudetto. E la crescita è esponenziale, perchè l’anno successivo al Player of the Year si gemella anche il Pallone d’Oro, il titolo di miglior giocatore della Champions League. Proprio nella competizione europea Dinho si sente a casa, e segnerà alcuni dei gol più incredibili. Nell’Olimpo del calcio, probabilmente, si trovano alcune compilation Youtube con dubbie colonne sonore dei gol di Ronaldinho al Chelsea o al Milan.

Fino al 2006, nessun dubbio. Dinho è il giocatore più forte e più decisivo esistente al mondo. Riesce in cose in cui nessuno è mai riuscito. Un esempio? Il Santiago Bernabeu applaude un giocatore del Barcellona, che sta battendo per tre a zero il Real.

Al giugno 2006, Ronaldinho ha vinto tutto. Gli scudetti in Liga non sono più un problema, è fresco vincitore della Champions League contro l’Arsenal, è campione del mondo e del Sudamerica con il Brasile e miglior giocatore del mondo nei due principali premi sportivi a livello planetario. E’ l’apice, e purtroppo da lì si può solo scendere. 

La discesa non comincia in fretta. Le cose sembrano proseguire bene, ma il Barcellona in sè è una squadra diversa. E’ una squadra matura, ed in quanto tale non può permettersi di divertirsi troppo. Ed un giocatore che gioca per il puro divertimento non è più adatto. Ora è il tempo di Lionel Messi, il ragazzino che non sembra sorridere mai, costretto a crescere troppo presto e rimasto uomo. E pensare che era stato proprio Ronaldinho a servirgli l’assist per la sua prima rete in carriera, ad appena diciassette anni, in un impronosticabile passaggio di testimoni tra due modi diversi di pensare il calcio.

Quando Ronaldinho lascia il Barcellona è un giocatore svuotato. Ormai ha trovato la gioia che aveva su di un campo di calcio oltre lo stadio, nella vita al di fuori, fatta forse di troppi eccessi. Va al Milan per quasi venti milioni, contando che solo due anni prima la clausola rescissoria era fissata a centoventicinque. In rossonero saranno quasi cento le presenze, con una ventina di gol, ma è un giocatore diverso, è un giocatore spento, che si accende raramente, ma quando si accende fa vedere di essere ancora quel bambino sorridente, sotto lo stress di un calcio che non gli appartiene e sotto i chili di troppo. Dopo il Milan ci saranno altre squadre, in giro per il mondo, ma ormai è finita. L’ultimo vero Ronaldinho si vede ancora a Barcellona, quando il Milan viene invitato a giocare il Trofeo Gamper.

Mi piacerebbe avere come capitano Charles Puyol, credo lo seguirei veramente ovunque. Non contento, alla fine, capitan Puyol consegna a Ronaldinho il trofeo appena vinto.

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Quel sorriso, quelle lacrime, quelle emozioni. Ecco cosa è stato Ronaldinho. Pura emozione calcistica. Lo stupore. Ecco cosa ci mancherà.

Marco Pasquariello

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