La lotta di classe è morta?

Tra i tanti stravolgimenti sociali che accompagnano la quotidianità del mondo contemporaneo, uno che passa usualmente in secondo piano, nonostante la sua importanza storica, è la totale estinzione della lotta di classe, perlomeno nella porzione di mondo che chiamiamo occidente.

Sia chiaro, qui si fa riferimento al concetto di lotta di classe di ambito marxista storico, ovvero dell’affermazione di un settore sociale – una classe appunto – che, grazie ad una serie di congiunzioni storico-sociali, si afferma come classe plasmando la società in cui vive in una maniera più confacente. Ad esempio, in quest’ottica, il capitalismo si afferma come la lotta di classe della borghesia che supera la classe aristocratica dopo secoli di rivoluzioni socio-economiche – culminate nella rivoluzione industriale – soppiantando il sistema feudale pre-capitalistico. Non ci riferiamo dunque al ristretto settore di lotta di classe proletaria, che ha caratterizzato la dialettica politica di tutto il secolo breve.

Ma tra gli stravolgimenti socio-economici del capitalismo finanziario, della globalizzazione, del mercato del lavoro fluido e dell’industria elettronica prima e digitale dopo, il substrato stesso del concetto di lotta di classe è venuto meno.

Questo sostanzialmente per tre motivi:

  1. Il concetto di classe è stato soppiantato dal concetto generazionale;
  2. Il lavoro ha perso il suo valore sociale ed economico, sopprimendone anche il valore etico e morale;
  3. L’economia del consumo è giunta al capolinea.

Il concetto di classe è stato soppiantato dal concetto generazionale

Partiamo dal primo punto: la lotta di classe non è più attuabile in quanto non esiste più il concetto di classe, dato che la rapida evoluzione del mondo del lavoro – in tutte le sue forme – ha creato rapporti di forza contrattuale differenziali tra generazioni diverse, creando però anche un solco culturale ed etico profondo, che rende impossibile l’identificazione di generazioni diversi nella stessa classe e, qualora questo fosse possibile, generazioni diverse hanno approcci, interessi e metodiche diverse nel contesto della lotta di classe.

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La Piramide della Ricchezza globale – Fonte: The Guardian

Sostanzialmente il subitaneo sviluppo del mondo del lavoro, dell’economia e del sistema industriale e produttivo mondiale ha separato non solo economicamente le classii dati sull’accentramento della ricchezza sono allarmantima separato anche le generazioni: le generazioni più giovani, sebbene mediamente più istruite e qualificate, guadagneranno meno dei propri genitori, a parità di impiego. E non è il fattore economico quello allarmante: è il concetto stesso di lavoro che è stato depauperato dall’evoluzione storica post anni ’80, dopo l’avvento della Reaganomics, del Tatcherismo e del capitalismo finanziario, suggellato dall’avvento dell’industria digitale del nuovo millennio. Ma questo sarà descritto più approfonditamente nel punto due.

La moderna accelerata stratificazione per età all’interno delle classi è un fenomeno noto in sociologia – già nei prini anni ’70 Matilde White Riley ne scriveva chiedendo un approfondito studio sociologico, e la moderna reinterpretazione dello sfaldamento del concetto di classe è tutt’ora oggetto di dibattito accademico.

Il solco generazionale non è soltanto economico, ma è principalmente un fattore strutturale che è un fatto singolare nella storia: ciò è dovuto alla velocizzazione del contesto storico contemporaneo. Se fino al ‘900 due generazioni differenti condividevano lo stesso retroterra culturale, l’esplosione nel nuovo millennio delle tecnologie – comunicative e non – hanno creato un gap culturale tra generazioni anche vicine, separando poi nettamente i cosiddetti nativi digitali dalle generazioni precedenti.

La differenza è anche etica. Il fibrato morale che ha plasmato lentamente la società pre-contemporanea di fine ‘900 sta invece velocemente mutando. Il significato stesso di questioni profonde come le libertà individuali, il senso di comunità, la privacy e la sfera privata, la società e la vita in società, stanno drasticamente cambiando nel giro di pochi decenni: persone separate da 20 anni di età possono avere punti di vista totalmente diversi su cosa sia il concetto di libertà, di società o di legame affettivo.

Inoltre l’approccio a problematiche comuni di generazioni diverse – come può essere quello del mondo del lavoro – è differente per via della differente visione etica delle generazioni, che si sono plasmate su mondi culturali diversi; con questo si intende che sono mondi più diversi tra loro di quanto non lo fossero tra due generazioni di un secolo precedente.

Questo si riverbera enormemente sulla lotta di classe: senza una forte aggregazione ideologica e di intenti, non è possibile cementificare una classe spingendola alla sua autoaffermazione.

Il tutto è legato anche all’interpretazione ideale della vita e di come essa vada vissuta: generazioni diverse hanno modi di approcciarsi alla vita totalmente diversi. Molti – specialmente delle vecchie generazioni – lo interpretano come una svolta edonistica e immorale. Ovviamente questo è solo un punto di vista soggettivo, così come, al contrario, i protocristiani vedevano nella società imperiale romana una totale mancanza di morale, o ancora prima la Roma repubblicana vedeva nell’edonismo greco un rischio per il mos maiorum.

Il fatto è che l’aspetto morale è fortemente legato alla sovrastruttura sociale e culturale, che lo plasmano. Ma, come più volte detto, la sovrastruttura sociale e culturale è in veloce mutamento, quasi esponenziale, che la sta cambiando più velocemente di quanto non cambino le generazioni. Ciò crea il suddetto solco generazionale, minando la coesione tra le classi.

Non è una boutade pensare che una apparentemente piccola cosa come l’approccio alla tecnologia sia in realtà un sintomo della differenza tra le generazioni, dato che nell’Industria 4.0, ovvero l’industria digitale, che sta sostituendo l’industria 3.0, ovvero l’industria elettronica, ha come base economica lo sfruttamento del digitale, dalle sue applicazioni al suo più prosaico sfruttamento per l’intrattenimento. E chiunque abbia accesso ai social network o più in generale al mondo parallelo dell’internet sa benissimo che generazioni diverse hanno approcci all’uso dello strumento digitale totalmente differenti. Altrimenti non esisterebbero pagine come La piaga dei cinquanteni sul Web, che sono sì pagine satiriche e nel loro essere totalmente macchiettistiche, ma sottolineano un disagio vero.

E non è affatto un caso che risultati elettorali sorprendenti come la Brexit siano state salutate come lotte generazionali e non di classe, con un ulteriore aspetto passato forse troppo in sordina, ovvero l’affluenza al voto per generazioni: le generazioni più giovani non solo hanno votato all’opposto delle generazioni più anziane, ma hanno pure partecipato molto meno al voto al di là dell’ipotesi di voto, sottolineando un aspetto che nessuno vuole vedere, ovvero che ad essere cambiato è anche l’approccio delle varie generazioni verso il concetto di democrazia e di voto. Questo può essere visto sia come un disincanto dei millennials dalla politica partecipativa ma anche come un approccio più conservativo al voto: se so, dico, se non so, mi astengo. Aspetto questo totalmente assente nelle generazioni precedenti, che hanno fatto della partecipazione – anche totalmente disinformata – un leitmotiv che ha plasmato, nel bene e nel male, il nostro mondo.

Ma questo, nell’era della post-veritàtermine dell’anno 2016 secondo l’Oxford Dictionarypuò essere visto come un ulteriore solco generazionale. Non smetterò mai di sottolinearlo, l’educazione al mondo digitale è importante quanto l’educazione civica: il web è un oggetto neutro, non ha nessuna sfumatura positiva o negativa, come quasi tutte le creazioni umane. È l’uso che se ne fa che ne determina l’aspetto morale. E, purtroppo, mi duole constatare che l’uso che ne viene fatto è differenzialmente correlato tra le generazioni. Ciò non significa che i nativi digitali siano vaccinati, ma che mediamente sono meno esposti ad un errato uso dell’universo digitale, che, a che ché se ne dica, è forse la principale causa del concetto di post-verità.

Il lavoro ha perso il suo valore 

Il punto secondo può essere letto come la vera fine del ‘900: il secolo breve di Hobsbawmiana memoria può essere inteso, da un punto di vista di sociologia del lavoro, come il secolo nel quale le masse lavoratrici, sia proletaria che borghese, si sono autoaffermate nel contesto politico e sociale dei paesi occidentalizzati. Così come Hobsbawm legge le guerre imperialistiche dell’ottocento come il meccanismo di sfogo della volontà di potenza delle neonate nazioni liberali, le guerre del ‘900 – intendibili anche come un unicuum interrotto da varie pause di riassestamento geostrategico – altro non furono che la reazione delle grandi masse ai mutamenti della terza rivoluzione industriale e dell’avvento del capitalismo globale. Il secondo dopoguerra vede infine l’affermazione del contesto sociale di Welfare State, basatocome recita l’articolo primo della nostra costituzionesul peso morale, sociale ed economico del lavoro delle grandi masse proletarie e borghesi, ovvero sul concetto di lavoro subordinato ed in proprio, distinguendo relativamente poco fra i due. Ciò ha imposto un regime socioeconomico che ha de facto uniformato le due classi, non più distinte come a fine ‘800, in un unico e oramai famoso ceto medio, che altro non è se non la classe sociale dei lavoratori. In pratica l’unica distinzione rimanente tra le classi era tra indigenti, classe media e “ricchi”, dove quest’ultima locuzione indicava quella frazione estremamente minoritaria di grandi capi d’azienda.

Nell’evoluzione sociale verso il livellamento la reazione della classe agiata è stata una naturale svolta verso il conservatorismo sociale che ha conseguentemente spento il dinamismo sociale che ha caratterizzato tutto il novecento.

Ma il mondo economico non è invece rimasto in questo limbus amoenus, rivoluzionando questo tipo di capitalismo 1.0 basato sul ruolo del lavoro – strumento di leva marxiano della classe lavoratrice – in un capitalismo finanziario che affonda le sue radici nella crisi del ’73 e che vede la luce con gli scintillanti anni ’80 sotto la rinascita del neoliberismo che, di contro, non è più economicamente vincolato al ruolo del lavoro, ma al ruolo del libero e deregolamentato mercato finanziario, depauperando quasi totalmente la classe lavoratrice della propria capacità di lotta.

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Ronald Reagan e Margaret Tatcher – fonte Foxnews

Capacità di lotta che viene ulteriormente indebolita dalle due successive rivoluzioni industriali: la terza rivoluzione industriale o industry 3.0 è quel fenomeno di economia produttiva che vede il passaggio da una forza lavoro umana coadiuvata dalle macchine, sorta in seguito alla prima e seconda rivoluzione industriale, ad un’inversione di ruoli dettata dalla rivoluzione tecnologica di fine ‘900 che vede l’affermazione dell’industria tecnologica, con conseguente spostamento degli asset economici del consumo. Ma questa stessa rivoluzione non è permanente ma è anzi un processo in fieri che diviene – nel giro di poco più un decennio – una quarta rivoluzione industriale [1] – che porterà il governo tedesco nel 2011 a varare il piano di politica economica strutturale denominato appunto Industry 4.0 – che volatilizza il residuo potere contrattuale della classe lavoratrice e che inabissa, forse per sempre, il valore etico, sociale ed economico del lavoro, sostituendolo con il concetto di proprietà intellettuale che atomizza i lavoratori, sostituendo l’intera classe lavoratrice con microgruppi ultraprofessionalizzati di developer, che siano electronic developer, software developer o più semplicemente intellectual artist sui generis.

Questo radicale mutamento del mercato del lavoro ha un costo sociale ingente che si ripercuote enormemente sulla percezione politica del si fu ceto medio. Infatti questa rivoluzione cancella interi settori produttivi e lavorativi, rivoluzionando il mercato del lavoro in toto, portando alla sparizione di milioni di posti di lavoro su scala nazionale. A ciò va aggiunta la pesante eredità del capitalismo finanziario – comunque ancora vivo e vegeto, dato che esso è parallelo alle logiche industriali – che ha agglomerato barbaramente una ingente frazione della ricchezza globale nelle ristrette mani di un circolo finanziario che risulta, inoltre, politicamente inadatto a far ricadere parte dei profitti nell’economia reale.

Ma è qui che si ha il riallacciamento tra il punto primo – la separazione generazionale – ed il punto secondo – la fine del valore politico ed economico del concetto di lavoro: infatti generazioni diverse subiscono danni diversi da questo processo e soprattutto reagiscono culturalmente in maniera differente a suddetta rivoluzione socioeconomica.

Le generazioni nate a cavallo delle due rivoluzioni industriali moderne non hanno mai visto il mondo dorato del ceto medio – sebbene vi siano culturalmente nate – ed hanno quindi generato una differente propensione al mercato del lavoro, accettando come fatto la depauperazione del lavoro, sia in ambito strettamente economico, sia, purtroppo, in ambito sociale ed etico.

Le ricette proposte dalle élite politiche ed economiche attuali sono tristemente intrise d’incapacità progettuale sul lungo periodo, e si rifanno tristemente a ricette anacronistiche, anche se in alcuni casi eticamente superiori.

È inutile piangere sul ruolo versato: la fine del ruolo del lavoro è un fatto, e adesso i concetti novecenteschi sono desueti e inadatti al moderno mercato del lavoro e dell’industria. La via Trumpiana al Capitalismo altro non è che l’ultimo atto del vecchio capitalismo 1.0 e 2.0 di riaffermarsi in un mutato contesto in cui esso non è più richiesto. La globalizzazione ha generato mostri, ma non è già più la principale causa di perdita di posto di lavoro, neanche negli states.

Risulta quindi fondamentale un ripensamento dell’intero settore lavorativo – non più produttivo – che sia totalmente scollegato da quei settori produttivi altamente tecnologizzati e tecnologizzabili nel breve periodo, riallocando la forza lavoro in settori insostituibili, ovvero tutti quei settori lavorativi da cui non si può prescindere dall’apporto umano: istruzione, ricerca, sanità, intellectual developing, programmazione, industria dell’intrattenimento.

Non è un caso che settori lavorativi che 10 anni fa neanche esistevano, come il developer di software machine learning e di A.I. – il più ricercato dalla Silicon Valley che sta soffiando decine se non centinaia di studenti alle università e alla ricerca prima che si laureino – sia una mansione in enorme crescita, sia dal punto di vista numerico che di potere contrattuale e dunque di ricchezza stipendiale.

È fondamentale dunque uno studio atto a capire se la riconversione sul lungo periodo dei posti di lavoro sia prossima al 100%, o al contrario se questo sia economicamente impossibile. Se infatti così non fosse, il sistema sociale emerso dal ‘900 non sarebbe più sostenibile, e servirebbero rivoluzioni strutturali dell’intera società occidentale.

L’economia del consumo è al capolinea

Arriviamo infine al punto più contestabile: la fine (prossima) dell’economia di consumo. Metto subito le mani avanti sottolineando come questo titolo sia molto forte, e che vere e proprie indicazioni di una repentina fine della consumerist society non ci siano ancora, ma che sia innegabile se non altro che la Grande Recessione del 2007-2009 (la cui fine è stata realizzata fattualmente solo negli USA, e la cui onda lunga è tutt’ora percepibile nel resto del mondo) abbia assestato un colpo al modello capitalista di consumo.

Ma, d’altronde, che la consumerist economy fosse un sistema applicabile su un intervallo finito di tempo non è che una constatazione: viviamo in sistema finito, la Terra. Una società il cui sistema economico ha come sovrastruttura l’ipersfruttamento delle risorse native all’unico scopo di autoalimentarsi, senza produrre necessariamente un miglioramento collettivo della situazione socio-economica, è un sistema fallato sul lungo periodo[2].

La Grande Recessione è stata un fortissimo campanello di allarme – aggiuntivo ai punti precedenti – riguardante lo standard di vita occidentale. Tutta la dialettica politica del mondo occidentale è infatti basata sul mantenere e, in molti casi, nel migliorare il già altissimo standard di vita “medio” della popolazione, e garantire che tale standard medio sia fruibile alla media della popolazione. Ma nessuno sa se questo sia fattibile e sostenibile globalmente non solo a livello sociale – con le disparità tra primo e terzo mondo – ma anche economicamente, e non nel lungo periodo, dove è evidente che non lo sia – qualcuno sta citando il global warming? – ma neppure nel medio periodo, su scale temporali di pochi decenni. Trump ha vinto le elezioni garantendo l’attuazione di un programma anacronistico-utopistico di re-imposizione di uno standard economico e sociale morto e sepolto, quell’American Dream sparito totalmente dalla Rust Belt e che difficilmente tornerà nelle modalità con cui è apparso. Nessuno – nemmeno la sua sfidante o i suoi detrattori – si è chiesto se questa offerta fosse non dico realizzabile, ma perlomeno plausibile. Ovviamente intendo nessun politico o commentatore, non economista o ricercatore!

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Indice Gini (in percentile) in alcuni paesi dal secondo dopoguerra ai primi 2000. Più l’indice è vicino ad uno, più il paese è ineguale. Fonte qui.

La Grande Recessione ha inoltre portato un cambio di paradigma nell’approccio al consumo da parte di quella che viene, erroneamente o meno, chiamata classe media, indicando il superamento concettuale dell’economia di consumo. A pesare sullo shift è stato la repentina caduta del potere d’acquisto della classe media. Ricordate il discorso sul consentire alla media della popolazione di raggiungere lo standard medio di vita? Beh, ad oggi, non è così. l’indice Gini degli USA è 0.479 (dati 2015)[3] segnalando una discreta Income Inequality nel paese più avanzato al mondo; la conseguenza è che il livello medio di reddito è superiore a quanto percepito dalla media degli americani: le distribuzioni asimmetriche hanno questo spiacevole inconveniente.

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Distribuzione del Salario lordo in Spagna nel 2010 – fonte Università di Alicante 

Le promesse di una evoluzione del nostro sistema verso una sostenibile Green Economy sono state, per ora, totalmente disattese: il tentativo di cambiare il sistema consumistico – fondamentalmente fallato dalla partenza – in un sistema di consumo ragionato ed ecosostenibile era l’ultimo colpo di coda del capitalismo consumistico old school; colpo di coda anacronistico che non ha potuto non naufragare, data la repentina rivoluzione dell’industria digitale, che a sua volta ha spostato il consumismo verso il mondo digitale. E qui mi riferisco all’acquisto di oggetti immateriali, come videogames, telefilm, musica da steam, netflix, spotify and all that jazz. L’industria del futuro non sembra dunque incentrata sul consumo intensivo di risorse materiali, ma sul consumo di risorse intellettuali.

E per essere realmente consumatori e usufruitori di questo tipo di servizi consumistici non si deve essere lavoratori paganti, ma paganti con grande tempo libero. Sembra quindi necessario un ulteriore step culturale: l’inversione tra lavoro e tempo libero nell’ottica del consumo: il lavoro serve per generare il profitto economico con cui comprare beni materiali e servizi, tipica meccanica del capitalismo consumistico della seconda rivoluzione industriale, viene sostituita da il lavoro serve per generare il profitto economico con cui comprare beni intellettuali e servizi da usufruire nel crescente tempo libero, ovvero le attività lavorative in numero di monte ore dovranno necessariamente ridursi per lascire il tempo necessario ai membri della società per usufruire del crescente consumismo digitale, alzando conseguentemente il rapporto salario/ora.

Ma nessuno sa se questo sia sostenibile o meno: né dal punto di vista economico, né tantomeno dal punto di vista sociale. Per un cambio del genere serve un ripensamento strutturale del mercato del lavoro e soprattutto della formazione pre-lavorativa, universitaria e non. Serve seppellire figure lavorative, interi settori produttivi un tempo fondamentali nella programmazione industriale, con conseguente cancellazione di figure professionali di basso e medio livello. Una cancellazione enorme di posti di lavoro che devono però necessariamente essere riqualificati, perché al mercato servono, in ogni caso, consumatori.

Ma la riorganizzazione deve anche essere fatta nell’ambito del consumo; e qui torniamo alle differenze generazionali – anche se un indice di aggregazione intergenerazionale in tale ambito vi sia – che sono acuite dalle differenze di reddito, oltre che dalle differenze formative: un neolaurato 26 enne con Junior contract da poco più di mille dollari al mese entry level ha target di consumo ben diversi dall’operaio specializzato con Senior contract da oltre 2000 dollari, anche nell’usufrutto del diverso ammontare del tempo libero.

In conclusione

Quale che sia la possibile risposta politica, economica o sociale, non è dato sapere. D’altronde l’intento di questo articolo era approfondire una questione troppo spesso sottaciuta in molti ambiti, tra cui quello dell’informazione, ma le cui implicazioni sono tutt’altro che trascurabili. L’intento – provocatorio financo nel titolo – era smuovere il lettore a formarsi una sua opinione al riguardo, anche contrastante ed opposta a quella dominante, seppure altalenante, all’interno di questo articolo.

Sulla rubrica The Bottonomics sono apparsi interessanti articoli riguardanti il sostegno al reddito, il negative tax income ed il reddito minimo garantito, descrivendoli minuziosamente e sottolineandone analogie e differenze, che danno un’idea del futuro sviluppo della dialettica di politica economica; ma in ogni caso l’intento non era in alcun modo di puntare in questa direzione, né nella direzione di riqualificare il concetto di lavoro, partendo dalle modalità con cui esso garantisca il reddito.

Sebbene utopico, l’intento di questo articolo era lanciare un dibattito sull’argomento.

Alessandro Bombini
Con la collaborazione di Tommaso Ceccarelli e Luca Sandrini

Note:

[1] Tanto che sono in genere accorpate in un’unica rivoluzione industriale, come espresso dal The Economist. Altri studiosi fanno invece questa suddivisione.

Per una introduzione più naïve, si veda wikipedia.

[2] L’attento lettore non può far altro che commentare che anche il Welfare State System è fallato ed insostenibile sul lungo periodo, tanto che John M. Keynes disse la famosa frase:

“Nel lungo periodo siamo tutti morti.”

Citazione in lingua: “But this long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead”, tratto da A Tract on Monetary Reform (1923), Ch. 3, p. 80.

[3] Per i fan del nostro paese, al 2015 l’indice Gini in Italia era di 0.33.

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