“A casa tutto bene”, Brunori Sas contro la paura

Non sarà Lamezia-Milano, ma la tratta Lamezia-Bologna non è poi così diversa, perché non lo è né l’approdo, la città, né il punto di partenza, la provincia calabrese, che sia quella catanzarese da cui provengo io o quella cosentina dove nasce, canta e scrive Dario Brunori, in arte e con la band Brunori Sas e dove prende forma il suo ultimo lavoro, A casa tutto bene (Picicca, 2017).

Una provincia solida, immutabile, “ferma agli anni Ottanta”, che ben si contrappone alla liquidità della società contemporanea, che mutando continuamente annulla punti di riferimento, sgretola certezze e genera paure. È contro queste che Brunori canta “canzoni belle da restarci male”, “canzoni come sberle in faccia per costringerti a pensare”, ad abbandonare la vita mediata (“vita cellulare”) e a scrutare, attraverso la prima finestra utile, il mondo là fuori, quello del razzismo e di Salvini, dell’immigrazione e del caporalato, di tradimenti e femminicidi, caratterizzato da quella tristezza talmente difficile da raccontare che spinge a scrivere solo d’amore (“perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare”), cercando rifugio in un “mondo che non c’è”. Ma la finestra non offre solo una panoramica su quanto è fuori e altro da noi, soprattutto se quell’ombra riflessa in trasparenza sul vetro diventa un invito a guardarsi dentro.

fonte: picicca.it
fonte: picicca.it

È a questo punto che A casa tutto bene diventa un esame di coscienza, un disco catartico capace di mettere a nudo le ipocrisie nascoste negli angoli più remoti della personalità umana che si concretizzano in discrasie fra pensiero e azione (o reazione). È questa la forza di canzoni come L’uomo nero o Don Abbondio. Quella creatura misteriosa, cattiva e oscura che spaventa bambine e bambini in tutto il mondo, l’uomo nero, diventa nella canzone di Brunori colui che è spaventato dall’altro, dal diverso, e che trasforma questo suo timore in aggressività (“rubano, sporcano, puzzano e allora/olio di ricino e manganelli”), spaventando l’autore che ingenuamente aveva creduto nelle parole di speranza e progresso, “nei sorrisi di Mandela”. L’uomo nero è spesso colui che si mostra amorevole e benigno (“hai notato che l’uomo nero spesso ha un debole per i cani/pubblica foto coi suoi bambini”), che cresce con una forte morale che sente di dover difendere di fronte alle insidie del mondo contemporaneo (“è un maniaco della famiglia, soprattutto quella cristiana”) senza temere però di contraddirla “quando si tratta di una puttana” per cui vale la pena un’interpretazione un po’ meno ortodossa o in momenti più delicati, come ad esempio in questi giorni, sicché di fronte ad un cataclisma come quello che sta tormentando il Centro Italia, l’immediata reazione è quella che vorrebbe gli immigrati fuori dagli hotel (sì, ma quali?) e gli sfollati dentro, “per cui ama il prossimo tuo solo se è carne di razza italiana”. Ma Brunori non si ferma qui, riconoscendo che in realtà l’uomo nero che tanto teme si annida anche nel suo cervello e si manifesta quando meno se lo aspetta, ad esempio

Quando ho temuto per la mia vita
Seduto su un autobus di Milano
Solo perché un ragazzino arabo
Si è messo a pregare leggendo il Corano

Facile additare l’uomo nero della prima parte della canzone, un po’ meno riconoscere l’esistenza di quello che si cela anche nell’intimità di chi si crede altro dal primo. Insomma, un atto di forza e di coraggio di certo non tipico del personaggio manzoniano ripreso da Brunori per cantare e denunciare mali tipicamente italiani: “il mare violentato”, “la farsa tragicomica di una tratta autostradale”, “le morti per errore sopra un letto d’ospedale”. Don Abbondio e la sua ignavia sono presenti nel momento in cui la Madonna “si inchina, per paura e per rispetto”, di fronte all’ennesimo boss, sono presenti nella tragedia del caporalato, piaga che affligge migranti (“dalla pelle così nera che nessuno lo ha mai visto/lavorare al buio, al nero”) e non (sono sempre più le donne italiane coinvolte nel fenomeno). E ancora:

Don Abbondio è nel mio sguardo
Che si poggia sempre altrove
Per paura che agli indizi poi
Si aggiungano le prove

Don Abbondio e il suo verso conclusivo (“e no, stasera no”) introducono pienamente nella seconda parte dell’album, caratterizzata da quell’invito a reagire di fronte alla realtà delle cose precedentemente cantata, quella che un coro di bambini, con stridente ironia, definisce “una merda”. Brunori infatti non si rassegna e, indossando il costume da torero, prova a salvare il mondo “con un pugno di poesie” (Francesco, ricordami quella storia secondo cui “a canzoni non si fan rivoluzioni”) non accettando la visione delle cose per cui il mondo non possa migliorare, pur riconoscendo la necessità di partire da sé stessi. Ne Il costume da torero, infatti, canta:

Non sarò mai abbastanza cinico
Da smettere di credere
Che il mondo possa essere
Migliore di com’è

Non sarò neanche tanto stupido
Da smettere di credere
Che il mondo possa crescere
Se non parto da me

A casa tutto bene, lanciando un messaggio di ottimistica speranza, finalmente rincuora, un po’ come rincuora un viaggio d’aereo da Bologna a Lamezia Terme, un ritorno a casa dove “c’è qualcuno che mi aspetta /e che, finalmente, sorriderà”.

Marco Meliti
@OcraMeliti

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