Trump l’uomo del popolo (ricco)

In questi mesi i titoli bancari si sono apprezzati sulle aspettative alimentate dal presidente eletto Donald Trump per la semplificazione di parte del carico normativo accumulatosi in risposta alla crisi finanziaria del 2008. (James Dimon, CEO di JP Morgan)

Dall’8 novembre ad oggi, sulla tv generalista non ho ancora sentito qualcuno in grado di spiegare come sia possibile che i mercati stiano andando a gonfie vele dopo la vittoria di Trump alle presidenziali americane. La risposta più in voga è: “Visto, le rivoluzioni del popolo (sic) non sono poi così problematiche per i mercati finanziari”. Se poi ci metti l’amore per Trump di tutti i leader di gruppi politici che si propongo come anti-establishment, beh la frittata è fatta e il nuovo POTUS diventa l’eroe di tutta la ggente. Che poi le esagerazioni esistono anche dall’altra parte, sia chiaro. L’8 novembre ha vinto un repubblicano, che già di per sé non è una bella cosa, ma aspettiamo a dire che è stata la fine del mondo.

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Illustrazione di Stefano Grassi

Ad ogni modo, al Bottonomics siamo abituati a lavorare con i dati, per cui di seguito vi snocciolerò una serie di numeri che mostrano chiaramente che il vincitore indiscusso è, per ora, Wall Street. Con tanti saluti a decrescita felice, potere al popolo e fantasia al potere che manco il Presidente Gentiloni ai tempi delle lotte studentesche.

Iniziamo con l’oscillazione dei maggiori titoli bancari USA dal 8 novembre 2016 al 20 gennaio 2017 (fonte: Yahoo Finance, closing price):

  • JP Morgan passa da $69,64 a $83,71 (+20,2%)
  • Goldman Sachs da $181,36 a $232,67 (+28,29%)
  • Bank of America da $16,94 a $22,56 (+33,18%)
  • Citigroup da $49,91 a $55,68 (+11,56%)
  • Morgan Stanley da $36,52 a $41,96 (+14,9%)
  • Wells Fargo da $45,54 a $54,25 (+19,13%)

Oh, sossoldi eh.

L’economia USA nei diversi settori

Già i dati sopra riportati danno l’idea che il vero winner sia quell’establishment finanziario tanto odiato da chi osanna costantemente le svolte populiste. Di seguito, andrò più a fondo, analizzando settore per settore il rally (un gergo per indicare il buon andamento dei titoli azionari) dei maggiori indici statunitensi dopo la vittoria di Trump. Per vedere l’andamento dei vari settori merceologici a stelle e strisce, utilizzerò i dati relativi ai Select Sector SPDR, cioè degli ETF che dividono l’indice S&P500 in 10 settori. Per farla semplice, ognuno di questi ETF è un titolo azionario che rappresenta un settore dell’economia americana. Bene, come mostra il grafico sottostante, a partire dalla vittoria di Trump, i settori a crescere di più sono stati quello finanziario (XLF: +16,33%), quello dell’industria pesante  (XLI: +9,65%) e industria dei materiali chimici, costruzioni, metalli, etc (XLB: +8,81%). Anche l’energetico (XLE: +8,1%), cioè petrolio e gas, guarda caso, è andato benone. Tutti settori di una nuova economia, vero?

Ah poi, dopo le rassicurazioni del Presidente, pare inizi a recuperare anche il settore automobilistico dopo l’iniziale rallentamento dovuto all’eventuale stretta trumpiana sulla delocalizzazione.

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Figura 1: Variazione dei prezzi nei principali settori dell’economia USA dall’8 novembre 2016 al 20 gennaio 2017.

Le rinnovabili e Trump

Ma ora passiamo ai perdenti. Non ci vuole poi un genio per capire chi è il primo loser, almeno sulla carta, dell’era Trump: le rinnovabili. Cito direttamente dal sito della Casa Bianca per avere un’idea di quale sarà la politica energetica USA di qui a 4 anni:

For too long, we’ve been held back by burdensome regulations on our energy industry. President Trump is committed to eliminating harmful and unnecessary policies such as the Climate Action Plan and the Waters of the U.S. rule. […] The Trump Administration will embrace the shale oil and gas revolution to bring jobs and prosperity to millions of Americans.

Insomma, deregulation ambientale e fonti energetiche vecchia maniera a gogo. Tuttavia, forse in attesa di vedere che cosa effettivamente farà l’amministrazione Trump, forse perché i crediti d’imposta ancora presenti faranno comunque aumentare la quota di rinnovabili nel mix energetico, come fa notare l’Energy Information Administration (agenzia statistica indipendente dello US Department of Energy) nel suo Annual Energy Outlook, non tutte le quotazioni (Figura 2) delle maggiori aziende produttrici di rinnovabili sembrano perdere terreno.

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Figura 2: Variazione dei prezzi nel settore delle rinnovabili USA dall’8 novembre 2016 al 20 gennaio 2017.

Questione di sentiment e convergenze

Tutti questi dati, che neanche Nando Pagnoncelli da Floris, per dire che l’impressione è che, nei prossimi anni, a guadagnarci sarà ancora quell’1% più ricco che l’elettore medio di Trump voleva spazzare via. Ciò potrebbe derivare da due fattori. Il primo, quello che porta all’avanzata del settore finanziario, è legato ad una ipocrisia di fondo del programma di Trump in cui la lotta all’establishment è accompagnata dal ritorno alla deregulation finanziaria, di stampo fortemente liberista, che è ciò che ha fatto arricchire gli operatori finanziari prima della crisi. Il secondo è legato ad una strana convergenza di interessi tra “poteri forti” dell’industria pesante ed elettorato di Trump, ossia in genere la working class delle fabbriche. Non solo non è negli interessi di quest’ultimi la promozione delle rinnovabili, ma soprattutto, la cultura ecologista fatica a diventare di massa, in quanto la classe operaia è stata esclusa da praticamente tutta la narrazione sull’industria del futuro e sulle rinnovabili. Da qui questa strana convergenza, che permette a Trump di mettere insieme nel suo programma liberismo e protezionismo e ai soliti noti di essere al centro della scena economica.

In conclusione va fatta una precisazione. Non essendoci stata ancora la messa in atto di alcuna politica economica (tralascio qui il discorso sui trattati commerciali internazionali di cui sicuramente parleremo nel corso di quest’anno), il mercato si muove secondo il famoso sentiment. Dunque, il rally dei mercati americani sembra più dovuto ad un sentiment positivo che ha trovato strada facile in un periodo di ripresa dei fondamentali dell’economia americana (merito di Obama? Ai posteri l’ardua sentenza). Per cui, è chiaro che sulle dichiarazioni, visto che disponiamo ancora (per fortuna?) solo di quelle, a vincere sono i settori classici dell’economia statunitense, quelli del turbocapitalismo a stelle e strisce, per capirci. Ad ogni modo, ora il boom dei mercati probabilmente si fermerà, visto che gli investitori vorranno iniziare ad incassare i profitti e, dunque, inizieranno a vendere. Per cui, carissimi amici della post-verità, vi aspettavate la rivoluzione, ma per ora a guadagnare sono i soliti noti.

Roberto Tubaldi
@RobertoTubaldi

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