Da Berlusconi a Trump: l’insostenibile leggerezza nel combattere i leader

Nel suo ultimo film-documentario “Hypernormalisation“, uscito verso la fine del 2016, Alan Curtis, giornalista della BBC, commenta la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi come il momento in cui il giornalismo è stato definitivamente sconfitto: non tanto per gli insulti e la guerra che Trump ha intrapreso contro buona parte del mondo dei media a stelle e strisce, quanto perché egli non aveva minimamente paura nel diffondere notizie che, alla fine, si rivelavano palesi menzogne. Il suo presentarsi come personaggio “nuovo”, al di fuori degli schemi, un cane sciolto senza alcun legame con la screditata classe dirigente di Washington, ha fatto si che la veridicità delle sue affermazioni passasse totalmente in secondo piano rispetto all’impatto radicale che il suo stile “innovativo” ha portato all’interno del dibattito politico negli USA.

Tutta questa storia per noi italiani ha il sapore di un dejà-vu: Silvio Berlusconi ha introdotto tutti questi metodi di comunicazione e manipolazione vent’anni fa. E molti sono i punti di contatto tra il Cavaliere e il tycoon di New York. Entrambi businessmen scesi in politica, entrambi inclini all’uso di un linguaggio politicamente scorretto, fatto di pesanti battute a sfondo razzista e misogino, hanno incarnato nel gioco delle democrazie occidentali il ruolo dell’uomo che si è fatto da solo, che affascina l’immaginario grazie al successo ottenuto nel mondo degli affari e all’ostentazione di una ricchezza molto pacchiana, che però fa sognare. Entrambi hanno sempre dimostrato disprezzo nei confronti della legge e spregiudicatezza negli affari. Trump e Berlusconi hanno creato la loro immagine basandosi sul motto “me against the world”, che ha saputo toccare in maniera vincente le corde più sensibili di un’ampia fetta di elettorato. Ci sono però delle differenze tra i due riguardo la conquista del potere: Trump, come accennato sopra, ha sconfitto l’ostilità dei mezzi d’informazione, piegando anche le numerose resistenze interne al Partito repubblicano; mentre Berlusconi è stato aiutato, nell’ascesa del suo personaggio e nella decostruzione dei fatti, dai giornali e dagli organi televisivi che formano il suo enorme impero nel mondo della comunicazione, riuscendo ad unificare intorno alla sua figura numerose formazioni politiche della destra italiana.

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Vignetta di Stefano Grassi

Trump, come Berlusconi, si è affermato sfruttando una situazione di crisi della politica tradizionale. Mentre Berlusconi cavalcò l’onda di “Tangentopoli”, che spazzò via buona parte della classe dirigente italiana dell’epoca, Trump ha raccolto a suo vantaggio la profonda sfiducia che la maggioranza dell’elettorato ha riservato nei confronti di Hillary Clinton come candidata sfidante per la presidenza. E in generale, sfruttando il sentimento di rabbia nei confronti delle élite liberal, considerate come le principali responsabili per la de-industrializzazione del paese, ha potuto cavalcare il malcontento di una fetta della popolazione statunitense riguardo le ondate migratorie, specialmente quelle dal Messico e dall’America Latina.

L’amministrazione Trump ha appena avviato il suo percorso, quindi è ovviamente prematuro emettere delle sentenze. Il personaggio Trump, controverso e divisivo, ha contribuito a creare un movimento di protesta che ne contesta la visione politica e lo stile di vita, e che lo identifica come il simbolo perfetto di una società statunitense, e globale, che ha svoltato prepotentemente verso destra, abbracciando slogan xenofobi e protezionisti in materia economica (un paradosso considerando che Trump fa parte di quella cultura finanziaria che ha contribuito alla crisi economica del 2008). Questo nuovo movimento potrebbe essere paragonato a quello formatosi in Italia durante i vari governi Berlusconi, in quanto entrambi nati per fare battaglia a uomini considerati nocivi per la democrazia e lo stato di diritto.

Sarebbe bene però evitare gli errori che sono stati commessi dall’anti-berlusconismo: in primo luogo luogo evitare che la “lotta contro il personaggio” domini nettamente sulla “lotta alle idee del personaggio”; in secondo luogo evitare di demonizzare i supporters di Trump, etichettandoli solamente come beceri analfabeti, come fu fatto con quelli del Cavaliere. Berlusconi e Trump, nonostante l’innegabile importanza avuta grazie all’appoggio delle upper classes – italiana e statunitense – nei loro successi elettorali, hanno goduto di un forte successo anche tra le classi operaie nazionali, sentitesi abbandonate dai partiti progressisti e di sinistra, i quali, invece di elaborare idee utili per recuperare il terreno, hanno sempre più abbandonato la loro classe sociale di riferimento. Come affermato dal filosofo sloveno Slavoj Žižek, questi partiti sono diventati al contrario promotori di politiche di austerità, cedendo quindi le prerogative dei diritti dei lavoratori a partiti di destra. A differenza di quanto successo in Italia, la protesta contro Trump dovrebbe essere lo strumento per costruire una radicale alternativa a un sistema politico profondamente ingiusto come quello americano. Gli errori della sinistra non devono cadere nel dimenticatoio, ma essere usati come stimolo per non commetterli ancora in futuro.

L’ipernormalizzazione che ha attuato  Berlusconi, e che Trump sembra destinato a seguire, indica la loro precisa volontà di vivere al di sopra non solo della legge, ma della stessa logica. Questa è rappresentata attraverso la proiezione del loro narcisismo come modello di vita destinato ad avere appeal e successo, come incalanatore dei sogni non solo dei loro elettori, ma della parte più nascosta dell’essere umano. Ma questa rischia di inglobare al suo interno anche tutte quelle persone che si oppongono a Trump: non basta etichettare The Donald come fascista e delinquente, come fu fatto per Berlusconi, perché questo non farà altro che creare una categoria di anti-trumpisti di professione, nei quali l’astio contro la nemesi oscurerà qualsiasi volontà di proporre una volontà concreta di cambiamento. Il più grande successo nell’ipernormalizzazione.

Mattia Temporin

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