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In marcia verso Aleppo: quel percorso al contrario che tanto fa sperare

È il momento di reagire, non possiamo stare seduti davanti ai nostri computer senza fare nulla. Non possiamo stare seduti, magari a bere caffè, come se niente fosse. Ci siamo stancati di commentare post su Facebook con l’ennesimo è terribile o noi siamo così impotenti.

L’incipit del manifesto che illustra le ragioni e la natura della Civil March verso Aleppo è diretto e con poche parole va dritto al punto, un punto un po’ scomodo per certi aspetti, se si pensa che non risparmia quasi nessuno di noi.

Così inizia la storia di un gruppo di persone provenienti da molti paesi diversi che ha deciso di mettersi in marcia: si sono opposti all’ennesimo atteggiamento “passivo” nei confronti della guerra che continua a dilaniare la Siria e che trascina con sé tutte le conseguenze di cui siamo a conoscenza. La destinazione del gruppo partito da Berlino lo scorso 26 dicembre è Aleppo. L’intento quindi è quello di percorrere al contrario la marcia dei migranti all’insegna della pace, per confutare l’idea secondo la quale noi cittadini comuni non possiamo fare proprio nulla per fermare questo massacro.

L’iniziativa è nata grazie alla giornalista Anna Alboth e ad altri attivisti, e ha raccolto moltissimi consensi in pochi giorni. L’intento della marcia, come ripetono più volte nel sito dell’organizzazione, è la pace, niente di meno e niente di più. Il gruppo si augura che questa “staffetta di solidarietà” porti a fermare i bombardamenti prima del loro arrivo ai confini siriani, a creare corridoi umanitari per tutti quei civili che non hanno avuto la fortuna di nascere in una città accogliente, per usare un eufemismo. Il cammino verso Aleppo è quindi una forte azione e reazione all’impotenza che tutti noi percepiamo di fronte agli innumerevoli e sempre più sconsolanti fatti di cronaca che ci raggiungono ogni giorno su sbarchi, eccidi e bombardamenti, soprattutto a danno di civili.

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Questa marcia è una forma di rivolta all’atteggiamento tollerante che abbiamo sviluppato nei confronti di queste situazioni: come si legge ancora nel manifesto, fin da piccoli ci hanno insegnato a ringraziare per essere nati in quella parte di mondo destinata ai più “fortunati”, a quelli che vivono in pace, in contrapposizione alla zona dove si trovano le persone che devono lottare ogni giorno per la sopravvivenza, senza che vi sia alcuna logica alla base della distinzione. È così e basta. Ma questa retorica non funziona più, almeno non per tutti: di certo non per questo gruppo di persone che non si sono lasciate assuefare dalle immagini delle continue violenze e hanno reagito, prendendo in mano la propria coscienza e rifiutando questa impotenza “attribuita d’ufficio”, come la si potrebbe definire con un tono un po’ ironico.

Così questi “rivoltosi” stanno percorrendo quasi 4000 km e otto paesi tutti da attraversare a piedi, secondo un tragitto indicato che ognuno di noi può intraprendere per ricordarci che in realtà possiamo sempre fare qualcosa, che tutti possono provare a fermare questa guerra, anche se non siamo capi di stato, politici o persone cosiddette influenti in questo senso.

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È una forma di attivismo che forse dovremmo riscoprire e usare più spesso: meno parole e più fatti, meno post su Facebook e più mani tese, meno scuse, meno pigrizia, ma più gesti e dimostrazioni. Dovremmo impegnarci per quello in cui crediamo, e smettere di delegare sempre tutto, in particolare quando non condividiamo certe decisioni. Io per prima non andrei fiera di aver delegato ai miei rappresentanti la decisione di bombardare un Paese, se non credo nella violenza. E soprattutto non andrei fiera di aver fatto del pacifismo un fenomeno ciclico che si interrompe spesso e volentieri comparendo e scomparendo magari a decenni o a settimane alterne, sulla base della vicinanza percepita o effettiva agli eventi che accadono. Che sia la Siria, Berlino, Parigi, Dacca o la Turchia, dovremmo reagire sempre allo stesso modo, per usare un esempio che asseconda questa logica, dovremmo scandalizzarci come se succedesse in parte a casa nostra.

Non è giusto che si siano sentiti milioni di je suis Charlie in tutte le lingue e i modi possibili, e così pochi je suis Aleppo. E forse è per questo che questa storia mi ha colpita e ho voluto raccontarla: perché finalmente qualcuno ha trovato il modo di porre fine a tutto questo, di spezzare la nostra intermittenza nell’attivismo e nel pacifismo, per andarsi letteralmente a prendere un po’ di pace, un po’ di riscatto.

Elena Baro

Tutte le immagini sono tratte dalla pagina Facebook Civil March for Aleppo

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