“Chiedi scusa! Chiedi scusa!”, un romanzo sulla bellezza e il senso di colpa

Collie Flanagan ha la sfortuna di nascere il 22 novembre 1963, giorno della morte di John Fitzgerald Kennedy, uno degli eroi d’infanzia della madre, motivo per cui non potrà mai perdonarlo. Dopo nove mesi, ecco che nasce il secondogenito dell’eccentrica famiglia Flanagan: lo sfolgorante Bing, detto Bingo. Chioma color setter irlandese, nato (con delizia della madre) lo stesso giorno di Rupert Brooke, brillante, buono di cuore e scarso negli studi (al contrario del fratello), Bingo è bello come un attore, acceso come un rivoluzionario e longevo come le persone buone di cui parla il cantante Billy Joel, vale a dire molto poco. La famiglia Flanagan è tanto facoltosa quanto disfunzionale: la madre è una bella ereditiera dalle simpatie sovversive, emancipata da qualsiasi preoccupazione economica grazie alle generose sovvenzioni di un distante e temuto patriarca, magnate dei media. Il padre, donnaiolo sconsiderato, e lo zio Tom, allevatore di piccioni viaggiatori, completano il quadro di questo ménage crudele ed esilarante.

Forte bevitore nonché irlandese di professione, il padre di Bingo e Collie è un randagio dal pedigree misto, ha la fortuna di avere un tramonto personale al posto dei capelli e nessuna voglia di lavorare. Bingo lo adora, ride e lascia andare davanti la voce da tenore del padre, che canta ubriachissimo l’inno nazionale irlandese invece di attendere il suo turno in fila, come tutti gli altri. Il limitato senso dell’umorismo di Collie, invece, è messo a durissima prova dall’esuberanza del padre.

Provate a immaginare un ragazzino che invita gli amici a casa e quelli si trovano davanti un uomo di mezza età che prende il sole, in febbraio, attraverso la finestra del soggiorno, e che subito comincia a vantarsi della sua abbronzatura. E che per di più porta un costumino striminzito sul pancione unto di crema, un paio di scarpacce senza stringhe, un enorme cappello di paglia da donna annodato sotto il mento da un nastro di chiffon turchese, e continua a muovere le mani perfettamente curate facendo gesti ampi ed eleganti.

Collie brucia sulla pire della propria mortificazione, farebbe volentieri a meno di condividere il cognome del fratello, a cui viene inevitabilmente associato, ma ogni preghiera e richiesta di adeguarsi risuonano vuote nella risata sgangherata di Bingo, la gioia sfrenata che gli accende gli occhi ogniqualvolta gli si presenta l’occasione di andare contro.

Ehi Collie, come si chiama uno che non fa altro che scoparsi delle modelle?”

Laddove Bingo è scapestrato, seduttivo e impavido, Collie è serio, sensibile, coscienzioso e decisamente attratto da quello che il nonno – soprannominato dalla madre “il Falco” – rappresenta. Finché, in un placido mattino estivo, ogni cosa va in pezzi.

I due fratelli, in compagnia di Rosie Ferrell, un amico rampollo di un’altra casata facoltosa, organizzano una scapestrata gita in una grotta. Rosie inciampa e cade in una pozza di acqua aerata, ristretta all’estremità in alcune rapide che si mettono in un torrente impetuoso. Collie sa che non è possibile nuotare nell’acqua aerata, che la corrente è troppo forte e lo risucchierebbe, ma Bingo non teme nulla di terreno e si butta, incurante, in uno slancio che lo renderà freddo, con la pelle di un puro blu irlandese. Collie rimane immobile. Non riesce a tuffarsi, sa che sarebbe inutile. Suo fratello lo chiama, Rosie lo chiama, una voce invisibile lo invoca, ma lui non riesce a tuffarsi e, unico superstite, si ritrova a dover combattere i fantasmi crudeli dei vivi e dei rimorsi.

L’amore uccide, e purtroppo non è solo Bingo ad andarsene dalla vita di Collie. Qualcun altro è destinato a una dipartita prematura e crudele, che squarcia e porta via per sempre le illusioni del nostro protagonista sui suoi affetti familiari. “Perché è toccato a lui? Perché non è successo a te?” sono le ultime parole che gli rivolge la madre in preda al crepacuore, prima di accasciarsi senza vita, con un tonfo terribile, come quando cede un’impalcatura. Collie finisce per rendersi conto che la vita è fatta di possibilità nascoste e di ragioni insondabili e che si dà mostra di carattere, se poi ci si riesce, solo nelle pause fra un dissidio interiore e l’altro.

Zio Tom ha insegnato a Bingo un limerick – una specie di filastrocca irlandese – che parla di un topolino che vive in un bar e sbuca fuori ogni notte a bere la birra che si è rovesciata nel corso della serata sul pavimento. Dopodiché, tutto soddisfatto, ruggisce: “Portatemi quel maledetto gatto!”. Così, ogni volta che ha paura, Bingo urla: “Portatemi quel maledetto gatto!”. Funziona, perché tutti sono del parere che Bingo non abbia paura di nulla. Al punto che, quando non c’è più, Collie si ripete, come un mantra, che suo fratello non è solo: ha accanto a sé quel maledetto gatto.

“Perché non cerchi di divertirti un po’, una buona volta? Ha ragione il Falco, stai diventando una lagna. Da vivo non potevi soffrirmi, maledizione, e adesso che sono morto non fai che pensare a me. Sei un ipocrita rompicoglioni!”

Il panico può essere più travolgente dell’oceano, ed è nel mare e nei rischi che Collie cerca Bingo dopo quella terribile notte: lo vede quando esce in barca durante le tempeste e rischia di affogare, lo scorge nella generosità non necessaria, saldando i debiti di approfittatori sconosciuti per placare un senso di colpa troppo grande per un solo essere umano. Lo vede ridere sotto il vecchio salice del giardino alle prime luci dell’alba, non potendo dormire, non potendo nemmeno chiudere gli occhi senza sentire il battito del cuore di Bingo, chiaro come il canto di un uccello. Collie sa che suo fratello, al suo posto, si sarebbe buttato senza esitare e, ancora più chiaramente, sa perfettamente che Bingo lo perdonerebbe, se potesse.

“No, non voglio che mi perdoni, non lo sopporto!” Per la prima volta mi sentii disperato per il mio futuro. Non c’era redenzione nel perdono, dunque non c’era nessuna redenzione.

Collie cerca la redenzione nel volontariato, scappa in Salvador ad aiutare una missione di suore cattoliche; si butta negli studi da medico, per salvare giovani sorridenti che purtroppo non sono Bingo (“Come potevo ammettere, persino a me stesso, che volevo diventare medico per estrarre l’ultimo coniglio dal cilindro e richiamare in vita mio fratello?”); cerca rifugio nelle proprie radici irlandesi, in autobus affollati dove vecchine raggrinzite gli urlando: “Chiedi scusa! Chiedi scusa!”.

Tuttavia, a sorpresa, è proprio Peregrine Lowell, il temibile Falco, a salvare Collie, con qualcosa di banale, ordinario, necessario: l’amore. Il nonno, con i suoi modi burberi e sprezzanti, rimane vicino a Collie, si apre (faticosamente con lui) e diventa il suo salvagente nella solitudine, tirandolo, infine, a riva.

Non so quale sia stato il momento più memorabile: quando mi sono reso conto che la mamma non mi voleva bene, o quando mi sono reso conto che il Falco invece sì.

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Elizabeth Kelly – fonte: theanswerispizza.wordpress.com

Il romanzo di Elizabeth Kelly, Chiedi scusa! Chiedi scusa! (2010), è edito da Adelphi nella collana “Fabula”.

Sofia Torre

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