Il canto orfico di “Paterson”

Storie di manoscritti perduti. Era l’autunno del 1913 e un giovane studente di Chimica pura dell’Università di Bologna metteva a punto la sua prima raccolta di scritti. Aveva 28 anni all’epoca, Dino Campana, e una smania implacabile di mettersi continuamente in viaggio: le persone che incontrava, i paesaggi che ammirava, erano la materia delle sue narrazioni. In quel dicembre decise di partire alla volta di Firenze. Manoscritto originale in tasca, si presentò alla sede della rivista letteraria Lacerba, dove lo accolsero Giovanni Papini e Ardengo Soffici. Aveva la «faccia piena e di color rosso, illuminata da un paio d’occhi celesti che esprimevano a un tempo sincerità e timidezza», ricordò Soffici. Si incontrarono più volte in quelle fredde giornate, al caffè delle Giubbe rosse e alla birreria Paszkowski, per discutere delle eventuali correzioni da apportare ai testi. Rimasto senza un soldo, Campana si trovò costretto a ripartire, non prima però di aver ceduto il suo manoscritto ai due scrittori toscani, con la promessa di darlo alle stampe.

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Lettera di Dino Campana a Papini – fonte: ilkiblog.blogspot.it

Passò l’inverno e Campana non ebbe più loro notizie. Nella primavera del 1914 si decise dunque a scrivere a Soffici, chiedendo di restituirgli il manoscritto originale, ma accadde qualcosa che il giovane non avrebbe mai potuto prevedere: Soffici lo aveva perduto durante un trasloco. E si trattava dell’unica copia autografa esistente. Seguirono cinque o sei lettere disperate, in cui Campana pregò Soffici di aiutarlo, invano. Raccolse tutte le sue forze, gli appunti e la memoria, e ricominciò a scrivere da capo l’intera opera, che riuscì a pubblicare con difficoltà nel giugno del 1914. Si intitolava Canti orfici e non ebbe nessun successo.
Oltre cinquant’anni dopo, nel 1971, quel manoscritto fu ritrovato tra le carte di Ardengo Soffici. Dino Campana era scomparso nel 1932, dopo aver trascorso gli ultimi 15 anni della sua vita in manicomio, ricoverato per una forma incurabile di psicosi schizofrenica.

Paterson. L’arte della scrittura richiede costanza e dedizione. È un’attività ripetitiva ed esclusiva, «narrare significa occuparsi del tempo», scriveva Peter Bichsel ne Il lettore, il narrare. L’operazione compiuta da Jim Jarmusch nel suo tredicesimo film, Paterson, risponde a questo intento: mostrare come il poeta si appropria, divora — per usare ancora una metafora di Bichsel — le piccole cose che misurano la quotidianità, riportandole su carta. Lo scrittore è colui che sa rendere unica ed eccezionale la banalità della ripetizione, colui che accetta «la naturale tristezza del vivere» e la racconta. Così fa Cell Paterson, autista di nome e di fatto (Adam Driver), cittadino dell’omonima città del New Jersey che battezza la linea di pullman da lui stesso condotta. Ogni giorno Paterson si sveglia, fa colazione, osserva gli oggetti che lo circondano, ascolta le conversazioni dei passeggeri, consuma il pranzo sulla medesima panchina, torna a casa dalla donna che ama, Laura (Golshifteh Farahani), porta il cane fuori la sera e beve una birra seduto al bancone del solito bar. Che sia lunedì, giovedì o mercoledì, non importa; la vita è un viaggio giornaliero di andata e ritorno, scandito dai riti ripetuti che diventano argomento dei suoi componimenti.

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Paterson – fonte: thepoly.org

Mostrare la scrittura nel suo farsi attraverso immagini in movimento: ci hanno provato in tanti. Per citare solo alcuni film recenti: Neruda di Pablo Larraín, Howl, diretto da Paul Hyett e ispirato all’omonimo poema di Allen Ginsberg (cresciuto, tra l’altro, proprio a Paterson) ma anche Il giovane favoloso del regista italiano Mario Martone. Nel caso di Paterson, la figura del protagonista non è ispirata alla realtà, sebbene le sue poesie siano opera dell’autore americano Ron Padgett, della New York School. Il suo è uno stile essenziale, analogo a quello di William Carlos Williams, il cui poema epico Paterson è stato fonte d’ispirazione per il regista. Jarmusch si conforma quindi a questa semplicità, nel ritmo narrativo e nella messa in scena. Non si limita a svelare la fantasia creatrice del suo protagonista, bensì si accorda ai suoi tempi e alla modalità di scrittura, un’attività continuamente interrotta proprio da quella quotidianità di cui si nutre. Giorno dopo giorno, il taccuino segreto di Paterson si riempie e diventa l’unico custode autografo della sua arte e dedizione. Proprio come fu per Campana. Solo Laura lo rimprovera di non trovare il tempo per farne una copia, e non potrebbe essere altrimenti: è lei la protettrice delle sue poesie (il laurus è l’albero sacro dedicato al dio Apollo).

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Paterson – fonte: nofilmschool.com

Ma basta una minima distrazione nel primo giorno di riposo, un evento fortuito, a interrompere la “poetica delle piccole cose” e lasciare il posto alla rassegnazione. «Quando sei un bambino impari che ci sono tre dimensioni / Altezza, larghezza e profondità / Come una scatola da scarpe / Più tardi capisci che c’è una quarta dimensione / Il tempo», scrive Padgett-Paterson. Ed è proprio questa dimensione a perdere significato. Dal lunedì al sabato un’inquadratura fissa dall’alto aveva mostrato Paterson svegliarsi e afferrare l’orologio sul comodino, per poi spostarsi sul quadrante e mettere a fuoco le lancette. Ma dalla domenica non c’è più motivo di sapere che ore siano, non c’è più “tempo di cui occuparsi”, come diceva Bichsel. Eppure la natura continua a seguire il suo corso, come il flusso dell’acqua che anima le cascate della città, di fronte alle quali Paterson si siede ogni giorno. È proprio qui che si consuma una piccola epifania: qualcuno gli suggerirà che, quando la vita sembra interrompersi, bisogna tornare a nuotare nel flusso; raccogliere le forze, gli appunti e la memoria, e ricominciare a scrivere da capo il proprio “canto”.

Roberta Cristofori
@billybobatorton

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