Il Derby e l’utopia del nostro basket

Disclaimer: questo articolo è per tutti, fortitudini, virtussini, tifosi di altre squadre, appassionati di basket, non appassionati di basket, gente capitata qui per caso.

Sono un tifoso virtussino, abbonato dalla stagione 2007/2008: non ho assistito alle vittorie della Kinder, non ho visto giocare in canotta bianconera né Danilovic né Ginobili, da non bolognese non ho vissuto la storica rivalità cittadina con la Fortitudo fin da bambino.
Quando, lo scorso 4 maggio, la Virtus è retrocessa in A2 per la prima volta nella sua storia (sul campo, si intende), mi è venuto istintivo mettere mano all’almanacco del basket italiano, forse sperando di consolarmi con i ricordi di un passato glorioso a cui non ho mai assistito. Ma guardando la classifica dell’ultimo campionato vinto dalle V Nere, quello 2001, lo sconforto è stato ancora maggiore, nel verificare plasticamente la profondità dell’abisso in cui è precipitato un movimento che era un tempo il migliore in Europa per qualità diffusa degli interpreti e ricchezza.

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La classifica finale della stagione regolare 2000/01

Delle 18 città rappresentate nella massima serie, ben undici militano ora nel campionato di serie A2 – Virtus, Fortitudo, Treviso, Trieste, Roma e Siena possono vantare nel complesso oltre trenta scudetti – mentre altre due (Rimini e Montecatini) giocano in Serie B.
La gloria sportiva è passeggera, si potrebbe obbiettare, aggiungendo che l’emergere di nuove piazze come Reggio Emilia, Sassari, addirittura Trento, abbia in realtà allargato il movimento alla provincia virtuosa.
Il problema dunque non sta tanto nelle alterne fortune delle piazze storiche italiane, ma nel modo in cui i tracolli sono solitamente avvenuti, ossia fuori dal campo: fallimenti e malagestione economica sono da oltre dieci anni all’ordine del giorno, e ad essi si abbinano vicende di giustizia sportiva e penale, con il caso emblematico degli scudetti revocati alla Montepaschi Siena che aveva dominato il campionato dal 2006 al 2013 depositando i contratti dei giocatori in Lussemburgo, potendosi dunque permettere ingaggi non più alla portata degli avversari.
E così, tra squadre costrette a ripartire dalle serie inferiori, titoli sportivi persi, comprati, ricomprati (Virtus e Fortitudo ne sanno qualcosa), società che non sono più quelle “originali”, la tradizione cestistica del paese è stata in gran parte smantellata.
Inutile nascondersi però che la ragione economica sia quella preponderante. Esclusa in parte l’Armani Milano, le proprietà e gli sponsor sono sempre più poveri e traballanti: Kinder o Benetton non ci sono più; Segafredo e DeLonghi, che pure sono marchi riconosciuti, sostengono con molta prudenza società come Virtus Bologna e Treviso gestite da fondazioni e multiproprietà dal momento che singoli imprenditori disponibili ad investire sul giocattolo rotto che è la nostra pallacanestro comprensibilmente latitano.

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Quando contavamo in Europa

Le risposte messe in campo dalla politica sportiva sono state negli anni spesso al limite dell’imbarazzante, e un breve resoconto della situazione attuale basta a spiegarne l’assurdità.
Il campionato di serie A da anni non “qualifica” più alle competizioni europee, tra un’Eurolega (la maggiore) sempre più vicina al formato del numero chiuso, con la sola licenza pluriennale italiana a Milano (potenza in Italia e fanalino di coda oltralpe), ed altre competizioni (Eurocup, Fiba Champions League) che completano il lotto dei partecipanti sempre più tardi tra rinunce per motivi economici e veti incrociati tra leghe nazionali, federazione internazionale e organizzatori (Uleb in primis).
Da due anni a questa parte, inoltre, vi è una sola retrocessione in A2: risultato, le squadre di metà classifica non sono incentivate a conquistarsi qualificazioni europee, quelle di bassa classifica, invece, sono portate a limitare spese e progetti tecnici affidando alla sorte e alle disgrazie altrui la propria permanenza nella massima serie.
Infine, i limiti sui tesseramenti di giocatori stranieri sono particolarmente permissivi, arrivando fino a un massimo di 7 su 12 (ma di fatto su 10), in un contesto globale di vera e propria compravendita dei passaporti (con americani naturalizzati georgiani, italiani, bulgari… per poter sottrarsi al limite ed acquisire maggior valore di mercato).
Al piano di sotto, un campionato di A2 divenuto “dilettantistico”, portato a 32 squadre con l’inglobamento della vecchia serie B (anche qui per far fronte a fallimenti e mancate iscrizioni, un’estate dopo l’altra), con una sola promozione a rendere un terno al lotto ogni ambizione di scalata.
E qui viene la perla: dovendo raggruppare in due gironi 32 squadre disperse sul territorio nazionale, perché non dividere l’Italia in verticale in una conference Est ed una Ovest, in modo da forzare abbinamenti tipo “Biella – Trapani” o “Trieste – Roseto degli Abruzzi”?

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“Ma che, davero?”

Il risultato della combinazione tra crisi economica (che pure maltratta anche altri sport) e regolamenti demenziali è lo scadimento del livello tecnico dei campionati, specie della serie maggiore. Non potendo più attirare sui nostri parquet i migliori talenti europei e americani, come un tempo avveniva, ci si è accontentati di accaparrarsi giocatori stranieri a basso costo e a bassa qualità, destinati a cambiare maglia ogni anno, a non entrare nel cuore dei tifosi se non per pochi mesi, a non consentire alcun progetto a lungo termine alle società. I risultati non vengono, la passione cala, gli introiti recedono, gli sponsor si spaventano, i contratti televisivi vacillano: un circolo vizioso apparentemente senza sbocco.
Tutto questo avviene negli anni in cui siamo arrivati ad avere fino a 4 italiani in NBA (ora sono due), mentre “la nazionale più forte di sempre” (presidente della FIP Petrucci dixit) rimanda di anno in anno i sogni di gloria, mentre suoniamo l’inno di Mameli prima di ogni partita decisa da soli americani, mentre proponiamo discutibili “All Star Game” dove di Star ne brillano ben poche.

Ieri, per la prima volta dopo otto anni, è tornato il Derby di Bologna, tra Virtus e Fortitudo: la centoquattresima edizione, la prima in A2 dopo che per anni le stracittadine erano state cruciali per gli esiti di campionati e coppe europee.
E nonostante le due squadre fossero sì prima e terza, ma della serie inferiore, all’Unipol Arena di Casalecchio c’erano oltre novemila persone, di cui oltre tremila “ospiti” fortitudini. Un dato di pubblico che forse soltanto una finale scudetto al Forum di Milano potrebbe superare.
A un’ora e mezza dall’inizio della partita, trasmessa da Sky, le due curve erano già gremite e intente a scambiarsi sfottò più o meno pesanti. Alle tradizionali coreografie, peraltro, è stata affiancata una presentazione delle squadre avvenieristica per questi lidi, con proiezioni sul parquet e giochi di luce.
La partita, di cui non faremo la cronaca, è stata tesa, non eccelsa tecnicamente, come spesso avviene in queste circostanze, ma combattuta e avvincente nel corso di quattro tempi regolamentari e del supplementare. In campo, due stranieri per squadra (questo è il tetto massimo per la A2) e tanti giovani italiani, di cui molti provenienti dai rispettivi vivai: gente insomma ben consapevole del palcoscenico e personalmente (e non solo professionalmente, questa è l’impressione) coinvolta.
Anche sugli spalti e all’esterno dell’impianto lo spettacolo è stato ampiamente decoroso, se si esclude quella quota trasversale e forfettaria di incivili inevitabilmente compresa da un campione della società attuale quale quello incluso tra le mura dell’impianto – citiamo, ad onta perenne, il tifoso virtussino che dal parterre è entrato in campo a gridare in faccia ad un giovane giocatore avversario (Leonardo Candi) che aveva appena commesso una pesante palla persa, i tifosi fortitudini che hanno urlato durante il minuto di silenzio dedicato a Ezio Pascutti e a due tifosi (uno per parte) recentemente scomparsi, i pochissimi che hanno pensato di concludere la serata con qualche sberla.
E’ finita 87-86 per la Virtus, ma chi ha perso non ha nulla da rimproverarsi e anzi tanti motivi di convinzione per il futuro.
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Ha vinto il basket italiano?
Per certi versi sì: è stato indubbiamente un evento, con buona copertura mediatica e grande interesse suscitato tra gli appassionati di tutta Italia.
Non bisogna però esaltarsi: è pur sempre stato un derby di serie A2, con giocatori di serie A2, quasi ininfluente sugli esiti di un campionato che si deciderà solo in giugno e che al massimo promuoverà una sola di due società entrambe meritevoli della massima serie.

E allora mettiamola così: ha vinto il basket italiano per come dovrebbe essere oggi, stante le condizioni di enorme difficoltà elencate sommariamente in precedenza.
Siamo sempre più un movimento minore in Europa e uno sport minore in Italia? Forse, allora, l’unica remota possibilità di recuperare un po’ del prestigio di un tempo e il riconoscimento che questo sport splendido merita, è abbracciare momentaneamente questa condizione di inferiorità.
Il derby; i palazzetti spesso gremiti di Treviso, Bologna, Siena e tante altre piazze anche minori; un campionato che nonostante una formula astrusa ed un livello atletico e tecnico non eccelso è combattuto, divertente e partecipato: tutto ciò offre un approdo possibile.
Limitare il numero di giocatori stranieri in serie A non è una scelta protezionistica né autarchica, ma il modo di concedere spazio e occasioni di gioco ed errore ai giovani italiani di nascita o di formazione, di destinare gli investimenti sul mercato estero su meno giocatori di maggior qualità piuttosto che riempire le squadre di onesti mestieranti di passaggio, di spostare l’attenzione non sul risultato istantaneo ma su progetti di prospettiva.
Si riveda il formato dei campionati: una retrocessione in più (e dunque anche una promozione) è fondamentale per recuperare una dinamica più premiante e non deve spaventare – lo garantisce un tifoso appena retrocesso, questo campionato “di provincia” è quasi più godibile di quello maggiore e può comunque offrire garanzie economiche alle società.

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Non un passo indietro, dunque, perché siamo già con la schiena contro il muro. Non una “decrescita felice”, anzi una scelta necessaria per regalarci una prospettiva di crescita e non assistere ad un inesorabile declino, campionato dopo campionato.
Non possiamo più offrire budget milionari e interpreti stellari?
Allora ripartiamo dalle basi: la passione, l’agonismo, lo spettacolo che non è solo nel gesto tecnico ma nel sacrificio e nel gioco di squadra. Questo meraviglioso sport lo consente.
E il Derby numero 104 di ieri sera ce lo ha insegnato.

 

 

 

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