Che Irpef vuoi? Tra flat tax e imposta progressiva

Qualche giorno fa, a seguito di uno scambio con un lettore nel merito di uno dei desideri economici da noi espressi, la redazione ha deciso di aprire questo 2017 con un approfondimento sul sistema tributario italiano. Seguendo lo spunto ricevuto dal lettore, abbiamo deciso di analizzare un po’ più da vicino le criticità dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF).

Vi prometto che sarà breve e semplice, è poi comunque il 5 gennaio.

bottonomicsPerché si critica l’Irpef?

L’Irpef è un’imposta progressiva (con aliquote marginali crescenti fino al 43% per redditi superiori ai 75mila euro l’anno) che rappresenta la maggiore entrata tributaria dello Stato. Affiancata a deduzioni e detrazioni d’imposta, l’Irpef ricopre anche un ruolo redistributivo (le detrazioni sono decrescenti all’aumentare del reddito). Nonostante ciò, l’imposta sul reddito delle persone fisiche rimane uno strumento problematico e opaco. Problematico perché, a conti fatti, è composto soprattutto da reddito da lavoro dipendente (83%) e presenta tassi di evasione molto alti, la cui concentrazione è collocata tra i redditi da lavoro autonomo e di impresa (che rappresentano l’8,5% dell’imponibile ed il 53,6% dell’evasione). Significa, in parole povere, che l’Irpef è, e sta diventando sempre più, una imposta sul reddito da lavoro dipendente. Questa distorsione genera ovviamente problemi in termini di equità (tendenzialmente il vantaggio per gli evasori rispetto ai non evasori aumenta all’aumentare della progressività). Opaca perché è stata caricata di strumenti e compiti tali da stravolgerne in parte la natura rendendo poco comprensibile il calcolo delle aliquote marginali effettive.

Cosa si può fare?

Il sistema attuale prevede cinque aliquote nominali per altrettanti scaglioni di reddito e una no-tax area (per redditi inferiori agli 8 mila euro).  L’aliquota minima è al 23% e, all’aumentare del reddito si arriva al 43% per redditi eccedenti i 75 mila euro. Giusto per chiarezza un reddito di 80 mila euro è soggetto ad una imposta nominale pari a 27.570€ (circa il 34% del reddito), così composto:

(15.000 x 0,23) + (13.000 x 0,27) + (27.000 x 0,38) + (20.000 x 0,41) + (5.000 x 0,43).

(Era l’unica parte coi numeri giuro, comunque meritate un premio).

Pausa relax.

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Le alternative possibili di riforma dell’Irpef vanno in due direzioni, una verso una minore progressività, potenzialmente riducendola ad una imposta costante, l’altra verso una maggiore proporzionalità.

In entrambi i casi l’Irpef andrebbe comunque pulita degli strumenti di deducibilità e detrazione, per favorire una più semplice applicabilità della stessa e per ovviare a problemi di iniquità orizzontale evidenti (le detrazioni e deduzioni a parità di reddito variano per categoria di contribuente, con l’imbarazzante esito che un pensionato e un lavoratore non coniugato che percepiscono un uguale reddito pagano imposte con aliquote effettive differenti tra loro).

Chi propende per la prima ipotesi, la riduzione di progressività, insiste molto sul recupero dell’evaso applicando una imposta più bassa e più vicina alla media per ogni scaglione, fino ad arrivare alla proposta di flat tax proposta dalla Lega, ma che ha attratto tanti nell’arena politica nostrana. Il problema di questa soluzione, a parte quello di carattere morale che pure è evidente, è che riducendo l’aliquota media sotto l’attuale si perde gettito e si rende impossibile un provvedimento di spesa pubblica volta ad alleggerire il carico per i meno abbienti. In sostanza, l’adozione di una aliquota meno proporzionale, magari costante, inferiore all’aliquota media attuale, va nella direzione di una trasformazione del sistema di Welfare verso i modelli anglosassoni, che prevedono meno Stato sociale come conseguenza di un minor gettito. Chi sostiene che una imposta meno progressiva e più semplice possa essere integrata con provvedimenti di spesa tali da attaccare le disuguaglianze dall’esterno dell’imposta, o non ha capito o ha molta, molta fiducia nella crescita del Paese.

La riforma della progressività in senso opposto invece, rischia di aumentare il livello di evasione negli scaglioni più alti. In un articolo molto chiaro apparso su lavoce.info nell’ottobre 2014, Di Nicola e Paladini propongono una riforma dell’Irpef che preveda un aumento degli scaglioni, la riduzione delle deducibilità e la loro invariabilità per livello di reddito, nonché l’eliminazione delle detrazioni per carichi familiari. L’aumento del gettito sarebbe poi impegnato per un assegno universale che vada ad integrare i redditi fino ad una data soglia in modo decrescente.

E il sommerso?

Ogni modifica del sistema tributario, in particolare ogni modifica dello strumento principe del sistema tributario italiano, l’imposta sul reddito, non può essere svincolato dal discorso sul recupero del sommerso. Solo recuperando l’evaso si può permettere una riforma immediata e non costosa dell’imposta. Solo recuperando le imposte non riscosse si può pensare a ridurre il carico fiscale e razionalizzare la progressività in aliquote più ravvicinate. Rinunciare a questo significa accettare che ogni modifica preveda una introduzione graduale diluita in anni di soluzioni miste, aumentando la confusione e la possibilità di trovare falle nella combinazione.

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Non è solo malafede e incapacità della classe politica, la lotta all’evasione è complicata perché questa è intrinseca nella nostra società. Non è facile, ma va fatta e ogni strumento utile in questo senso è utile alla comunità.

“E il resto del mondo che fa?!”

Diversi e vari sono gli strumenti di imposta sul reddito nel resto del mondo; vale la pena citare due esempi, Francia e Regno Unito.

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In Francia la prima differenza che salta all’occhio è l’inesistenza di differenze tra famiglie monoreddito e non, oltre a prevedere una struttura meno pesante sul contribuente (lo stesso imponibile preso ad esempio all’inizio dell’articolo è tassato al 25%, ben nove punti percentuali al di sotto). Inoltre in Francia viene applicato il cosiddetto “quoziente familiare“, una soluzione che permette di tassare non tanto il reddito unitario della famiglia ma il reddito disponibile di ogni componente della famiglia, garantendo un trattamento migliore alla stessa (ogni parte è soggetta ad un’aliquota inferiore rispetto alla somma delle parti che potrebbe eccedere nello scaglione successivo); in Italia questo strumento non ha mai avuto particolare appeal. Degna di nota, ma solo per conoscenza, dato che non è più in vigore dal gennaio 2015, è la “super tassa” per chi guadagna oltre il milione di euro, un’aliquota al 75% imposta dal governo Hollande su consiglio dell’economista Piketty, volta a ridurre le disuguaglianze, ma i cui effetti sono stati abbondantemente insufficienti. Abolita sulle persone fisiche prima e sulle persone giuridiche poi, la super tassa è stato un esempio di iper-progressività mal studiata.

Il Regno Unito presenta solo tre scaglioni e una pressione fiscale decisamente inferiore per redditi fino 31 mila sterline (circa 37 mila euro), pari al 20%, raddoppiando fino alle 150 mila sterline, ma mantenendosi comunque costantemente al di sotto della pressione fiscale nostrana. Considerando la maggior parte della distribuzione dei redditi nel primo scaglione, risulta una pressione media molto inferiore alla nostra, giustificata dall’assenza di molti dei nostri servizi (pensate ad esempio al costo delle rette universitarie).

In conclusione, riformare l’Irpef è possibile e doveroso, ma costoso e lungo. A meno che non si trovino fondi sufficienti a colmare il gap. La soluzione che prevede la riduzione della progressività viene giustificata, oltre che per una ragione di tipo ideologico, da una maggiore semplicità e immediatezza. La soluzione opposta prevede a sua volta una forte componente ideologica e una uguale volontà di semplificare il processo. Di fatto, se si recupera il sommerso, rimane solo una questione politica.

Il mio obiettivo però era concentrarmi sul modo particolare in cui è stato formulato il messaggio politico, ossia l’idea corrosiva che non ci sia nulla da fare: che non esista alternativa agli attuali elevati livelli di disuguaglianza. È un’idea che respingo.

Disuguaglianza, che cosa si può fare?
Anthony Barnes Atkinson

Luca Sandrini
@LucaSandrini8

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