Le ragioni del “Sì”, intervista a Federico Pattacini

Il nostro speciale continua con una nuova intervista per il “Sì”, oggi è il turno di Federico Pattacini, responsabile organizzativo GD (Giovani Democratici) della provincia di Modena.

Trovi che sia auspicabile uno stravolgimento della nostra democrazia, di natura parlamentare, a favore di un governo decisamente più centralizzato?
La nostra democrazia rimane di natura parlamentare. L’equilibrio dei poteri rimarrà intatto e governo avrà ancora bisogno della fiducia della Camera dei Deputati. Il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica viene innalzato (dal settimo scrutinio saranno comunque necessari i tre quinti dei votanti); mentre i 5 giudici della Corte Costituzionale, eletti in sede comune da ambo le camere, saranno divisi in 3 per la Camera dei Deputati e 2 per il Senato.
Il superamento del bicameralismo perfetto è un passo avanti importantissimo. A mio parere, sono meglio tanti giorni di discussione in un’unica sede, che l’ugual numero speso per “correre” da una camera all’altra per la variazione di ogni piccolo emendamento a un testo di legge. Oggi il passaggio delle leggi e delle riforme tra le camere risulta molto snaturato a causa degli accordi politici tra i vari partiti.
Il dibattito, riguardante il superamento del bicameralismo perfetto, dura sin dagli albori della politica italiana contemporanea. Negli anni il grado d’inefficienza della macchina statale è diventato piuttosto alto; questa inefficienza causata da una mancata capacità di riformarsi ha coinvolto sia i ministeri, che gli enti territoriali, e a mio parere è una delle cause del nostro debito pubblico. Inoltre, la revisione del titolo V avvenuta nel 2001, ha peggiorato la situazione. Basti vedere quante volte si è ricorso alla Corte Costituzionale per risolvere contenziosi tra stato e regioni. Prendiamo ad esempio le opere pubbliche di interesse nazionale, per la cui realizzazione si assiste ad un accavallamento di veti e pratiche tra i vari enti territoriali e il governo. Un rapporto pubblicato in questi giorni dalla Cgia di Mestre ha messo in luce come l’80% delle tasse vada direttamente allo Stato centrale, di cui però il 53% della spesa pubblica viene amministrato dagli enti territoriali. In sostanza lo stato può aprire o chiudere un rubinetto, ma a decidere come questi soldi vengano spesi rimane una prerogativa dei vari enti territoriali (Expo e Mose sono un esempio di come questo meccanismo sia stato estremamente dannoso).

Quali sono i principali benefici o rischi che potrebbero derivare dalla vittoria del “sì” unito alla nuova legge elettorale entrata in vigore a luglio?
Il grande deficit di questa nuova legge elettorale è il tener in conto solo delle prime due liste che hanno avuto più voti al primo turno, nel caso nessuna superi il 40% dei voti; escludendo totalmente la terza lista (per numero di voti) dal poter partecipare al secondo turno. Personalmente, al posto di un ballottaggio avrei preferito fosse stabilita una percentuale di voti per l’ammissione al secondo turno, in modo da avere una distribuzione più equa dei seggi. D’altro canto, sono quasi dieci anni (da quando è entrata in vigore della legge Calderoli) che si discute su come cambiare la legge elettorale, senza che ciò si sia mai concretizzato; e questo governo è l’unico che sia riuscita a cambiarla (valida solo per la camera, al senato la legge elettorale rimane quella precedente anche se rimaneggiata da una sentenza della Corte Costituzionale). Detto ciò non credo che lo stato rischi una deriva autoritaria col nuovo assetto. Infatti, come già citato, la riforma bilancia l’equilibrio dei poteri, lasciando al senato una funzione di “controllore”, inoltre mantiene la parola sulle leggi fondamentali, come: trattati internazionali, riforme costituzionali o nuove leggi elettorali (su queste ultime è stata introdotta la clausola del giudizio preventivo della Corte Costituzionale). In sostanza se passasse la riforma costituzionale, la legge elettorale Italicum dovrebbe passare per forza al vaglio della Corte Costituzionale. Per quanto riguarda invece gli effetti positivi della riforma, combinati a un sistema elettorale maggioritario, questi si possono individuare in tre principali aspetti: riforme migliori, maggior efficienza dei ministeri, possibilità di progettare leggi finanziarie a lungo termine. Primo, le riforme avranno così un contenuto univoco e chiaro, cosa che oggi si fa fatica a vedere dopo i vari “rimbalzi”. Secondo, il continuo cambio di ministri, dovuto alla poca longevità dei governi, ha spesso causato una bassa efficienza dei ministeri (un effetto simile a quello di una azienda che sostituisce l’apparato direttivo ogni anno e mezzo); senza considerare il cambio dei tecnici interni, che necessitano di un periodo di “rodaggio” per essere efficienti. Grazie a queste riforme, si può evitare tale inefficienza. Terzo, ci sono leggi finanziarie che possono dare risultati nel breve periodo e quelle sistemiche che necessitano di un tempo più lungo.

Cosa pensi del nuovo Senato, in relazione al suo funzionamento e alla sua composizione, è un sistema che funzionerà a tuo parere?
Sicuramente avrà bisogno di una fase di “Rodaggio”, ogni cambiamento ammette un periodo di assestamento. Però, credo sia comunque un passo avanti coinvolgere gli enti territoriali su decisioni fondamentali, oltre che a rafforzare un equilibrio tra i poteri. Sulla composizione del Senato, c’è stato un dibattito assurdo in parlamento (ad esempio le migliaia di emendamenti presentati dalla Lega), per cui non so e non posso dire se 100 sia il numero giusto, così come la divisione tra consiglieri e sindaci. Per quanto riguarda, invece, il dibattito del “doppio lavoro”, non credo assolutamente sia così: Ie materie bicamerali saranno in numero minore rispetto a quelle odierne e saranno complementari ai temi trattati all’interno delle istituzioni territoriali di appartenenza (va considerato anche che, oggi, un senatore lavora in parlamento tre giorni alla settimana). Per tanto, credo sia più giusto definirlo come una continuazione naturale della propria attività politica svolta nei territori, anche perché molte istanze che un singolo senatore porterà in parlamento saranno frutto del lavoro del proprio gruppo consiliare.

Il nuovo Senato, alla luce degli argomenti già trattati nelle precedenti domande nonché dell’assenza del vincolo di mandato, sarà realmente rappresentativo degli interessi di Regioni ed Enti Locali?
I seggi per i futuri senatori saranno distribuiti proporzionalmente in base alla composizione dei gruppi consiliari per cui l’assetto istituzionale sarà rappresentato coerentemente. Per quanto riguarda invece il vincolo di mandato, forse sarebbe stato più opportuno prevederlo, però non credo che i vari rappresentanti andranno contro al lavoro del proprio gruppo.

Cosa succede se i parlamentari non vengono più eletti dai cittadini ma “piazzati” dai partiti, anche in relazione alla questione dell’immunità?
Il dibattito sulle linee guida per l’elezione dei senatori è stato uno di quelli che ha occupato maggiormente il parlamento in questi due anni e mezzo. Vincolo di mandato, elezione diretta e rappresentanza proporzionale della composizione consiliare; sono stati i tre temi che hanno riguardato questa discussione. Nel testo finale si è raggiunto questo compromesso: “I seggi sono ripartiti in base alla composizione di ciascun consiglio e ai voti espressi”. Da come si evince, le preferenze saranno nuovamente centrali (con la legge Calderoli erano sparite) e l’elezione di secondo grado sarà solamente confermativa. Ad oggi, il Pd ha proposto “la legge Chiti”, che prevede l’elezione diretta sia per i consiglieri che i sindaci, di conseguenza anche per l’elezione dei senatori.

Nel 2001 l’articolo V, riguardo alle competenze territoriali, è stato riformato, ma in seguito stato e regioni si sono pestati i piedi, dovendo ricorrere alla Corte Costituzionale per risolvere i conflitti. Con la “clausola di supremazia” lo stato avrà la decisione ultima, credi che sia una strada giusta?
Va precisato che la maggior parte delle materie riportate in sede allo stato centrale saranno solo per lo più “disposizioni generali e comuni” per cui alle regioni resterà tutta la fase attuativa. Quindi, gli enti locali avranno ancora un ruolo importante, senza considerare la loro presenza interna al parlamento. Questa, secondo me è una direzione giusta, ovviamente per come detto precedentemente, per il senato ci sarà bisogno di un periodo di assestamento, però l’importanza di avere delle regole comuni per tutto il paese è fondamentale. La burocrazia nazionale e locale che si è venuta a creare in questi anni, insieme alla complessità fiscale, è stata un disincentivo per gli investimenti sul nostro territorio. La concorrenza tra enti sulle opere pubbliche, esempi come quelli di prima o la Salerno Reggio Calabria, hanno creato un danno sia per il tempo sprecato che per i soldi spesi inutilmente. Un’opera seguita da un unico ente risulterebbe sicuramente più semplice da controllare; e nell’eventualità, si facilita l’individuazione della responsabilità in caso di illeciti o sprechi. Preciso che: la “clausola di supremazia” non riguarda le materie bicamerali.

Con il governo Berlusconi ci eravamo tutti abituati alla parola “federalismo”, ora però con la riforma andiamo dalla parte opposta. Secondo te, la gente è davvero disposta a concedere maggior potere al governo e meno a livello locale?
A mio parere, la gente in questi anni si e accorta che in alcuni ambiti è necessario un indirizzamento più centrale, proprio per tutelare l’uniformità delle prestazioni pubbliche su tutto il territorio. Analogamente è necessario che la promozione dell’Italia all’estero sia coordinata a livello unitario, evitando doppioni o assenze eclatanti di parti importanti del nostro territorio.

Cosa pensi della personalizzazione del referendum? Credi ci saranno realmente le dimissioni del premier in caso di vittoria del no?
Credo che sia stato un grosso errore. È vero che in questi due anni e mezzo il dibattito non ha attirato l’attenzione della gente comune, però credo sia stato eccessivo mettere come posta in gioco la vita del governo. Il famoso “Patto del Nazareno” è stato un progetto di ampia condivisione della riforma e questa personalizzazione ha cancellato il merito. A prescindere da ciò, credo che le dimissioni siano doverose e credo anche sia molto probabile il ritorno al voto.

Tempo fa era ventilata la possibilità di uno scorporo dei quesiti referendari, sarebbe stata un’opzione migliore?
Non credo, perché non è possibile scorporare una riforma, tanto che anche Mattarella stesso lo ha ricordato. Ancora una volta, un buon esempio può essere la riforma del 2001, dove in progetto c’erano due riforme: la prima quella del titolo V, che è entrata in vigore, e la seconda che riformava il sistema bicamerale, che però non è entrata in vigore. Questa è il più grande esempio di riforma zoppa che ha rovinato il nostro paese.

Un recente sondaggio IPSOS sembra mostrare una mancata propensione dei giovani ad andare a votare (il 49% della fascia di età tra i 18 e i 34 intende astenersi), credi che questo possa avvantaggiare una delle due parti? E secondo te, tenderà a migliorare o peggiorare dopo il voto?
Le letture sulle intenzioni di voto in questo periodo sono state tante, sinceramente non so dare una mia opinione se avvantaggerà l’una o l’altra parte.

Chiudiamo con una domanda che va oltre il territorio nazionale e andiamo in Europa. L’Italia ha sempre faticato a essere tra gli attori principali dell’Unione Europea. Pensi che il superamento del bicameralismo perfetto rappresenti un passo indietro o un’evoluzione dell’Italia, per, e nello scacchiere europeo?
Sarà sicuramente un’evoluzione. Avere un quadro interno, sempre, fortemente bloccato politicamente, ci fa avere di conseguenza un ruolo debole sulla scena internazionale. Oggi, l’Europa ha bisogno di un cambio di rotta totale e i paesi del sud non sono in grado di darlo in mancanza di un paese leader forte. Ad esempio, la soluzione avuta per la Grecia di Tsipras è stata una politica economica troppo feroce. Inoltre, non credo che si debba dare la “colpa” al popolo se sia stato amministrato male.

Riccardo Casarini

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