Le ragioni del “Sì”, intervista a Federica Venturelli

Il Referendum Costituzionale si avvicina e noi di The Bottom Up ci siamo presi carico di fare qualche domanda ai ragazzi che vivono nella politica locale. In una sorta di riedizione moderna (e non violenta) della storia della “Secchia Rapita”, così abbiamo intervistato ragazzi e ragazze tra Modena e Bologna, cercando di tenere uguali le domande ai vari intervistati. Si comincia con Federica Venturelli, la più giovane consigliera comunale del PD a Modena.

Trovi che sia auspicabile uno stravolgimento della nostra democrazia, di natura parlamentare, a favore di un governo decisamente più centralizzato?


Questa riforma, seppur con diversi limiti, è dentro una cultura del riformismo italiano e, se guardiamo alla sostanza e non ai dettagli, persegue degli obiettivi che stanno dentro la storia costituzionale italiana fin dagli anni della Costituente.
Numerosi sono stati i tentativi di riforma della seconda parte della Costituzione: il primo tentativo risale al 1983, quando il deputato liberale Aldo Bozzi istituì la prima commissione bicamerale della Repubblica. Dopo oltre due anni di lavori Parlamentari non si raggiunse alcun esito e il testo non arrivò mai all’esame del Parlamento. Si susseguirono poi altri tentativi di riforma naufragati: quello del 1992 sotto la presidenza di De Mita, del 1997 con la bicamerale presieduta da D’Alema, del 2006 voluta dal centrodestra che fu poi bocciata grazie al referendum.
Penso che sia venuto il momento che la Politica torni ad essere centrale e di assuma la responsabilità di riformare se stessa e le istituzioni. Sono quindi convinta dell’impianto di una legge che supera il bicameralismo paritario, corregge le storture portate dalla riforma del titolo V del 2001 in tema di competenze Stato-Regioni, introduce il voto a data certa per i disegni di legge prioritari nel programma di Governo, potenzia gli strumenti di democrazia diretta, introducendo, ad esempio, referendum propositivi e d’indirizzo e assicura la discussione delle leggi d’iniziativa popolare e limita il ricorso alla decretazione d’urgenza e alla fiducia, vada per il verso giusto.

Quali sono i principali benefici o rischi che potrebbero derivare dalla vittoria del “sì” unito alla nuova legge elettorale entrata in vigore a luglio?
Se è vero che il 4 dicembre non saremo chiamati a esprimerci sulla legge elettorale non si puo’ negare che fra la legge elettorale e la riforma costituzionale non vi sia un nesso preciso. Credo che ci siano dei punti controversi della legge elettorale che dovrebbero essere cambiati, lo stesso Giorgio Napolitano e altre personalità hanno chiesto un impegno in questo senso. Alcune delle proposte portate avanti da alcuni esponenti della minoranza del PD, primo fra tutti Gianni Cuperlo, punta a superare il doppio turno, da un premio di maggioranza ragionevole come contributo alla governabilità e mantiene il premio al partito, evitando coalizioni ex ante. La governabilità deve essere coniugata con la rappresentanza.

Cosa pensi del nuovo Senato, in relazione al suo funzionamento e alla sua composizione? È un sistema che funzionerà a tuo parere?
Con la riforma, il Senato della Repubblica, che era un compromesso concordato dai costituenti, diventa “camera di rappresentanza delle istituzioni territoriali” e funge da sede di raccordo tra lo Stato, le Regioni, i Comuni e le Città Metropolitane. Si supera quindi il bicameralismo paritario e si abbrevia il processo legislativo ordinario nella grande maggioranza dei casi, ponendo fine alla cosiddetta “navette” per cui entrambe le Camere devono approvare la stessa legge nella stessa identica versione ed è una delle cause della lentezza delle approvazioni delle leggi; l’altra, non dimentichiamolo, è la volontà politica della classe dirigente.
Pensiamo alla legge sulla regolamentazione delle unioni civili dove i tempi di approvazione sono stati lunghissimi (circa due anni), anche a causa di determinate forze politiche che hanno cercato in tutte le maniere di far saltare la legge, o ritirandosi all’ultimo momento, o facendo battaglia dall’interno costringendo allo snaturamento della legge, dove: alla fine, è stato tolto l’articolo che regolamentava la stepchild-adoption. Un giochetto interno che si è riversato sulla necessità di tutelare il superiore interesse dei bambini, di tutti i bambini.
Avremo, quindi, strumenti istituzionali più snelli e funzionali e saremo in linea con altri Paesi europei; pensiamo alla Germania federale o alla Francia, in cui la seconda camera è composta integralmente da persone che hanno altri incarichi istituzionali e dimostrano che un sistema di questo genere può funzionare, senza che il ruolo dei senatori sia ridimensionato.

senato delle regioni

Il nuovo Senato, alla luce degli argomenti già trattati nelle precedenti domande nonché dell’assenza del vincolo di mandato, sarà realmente rappresentativo degli interessi di Regioni ed Enti Locali?
Sono convinta che la compresenza delle istituzioni locali-regionali renderà possibile un’efficace trasmissione delle istanze dei territori al centro e le istanze nazionali nei territori.

Cosa succede se i parlamentari non vengono più eletti dai cittadini ma “piazzati” dai partiti, anche in relazione alla questione dell’immunità?
I senatori non saranno nominati, visto che saranno sindaci e consiglieri regionali, tutte persone già elette per definizione. Aggiungo anche che, il documento firmato dal vicesegretario del Partito Democratico, dai capigruppo e dall’Onorevole Gianni Cuperlo (rappresentante della minoranza del PD); impegna il Partito Democratico a cambiare alcuni punti della legge elettorale e riapre un confronto costruttivo in merito. In particolare sull’introduzione dell’elezione diretta dei senatori, superamento del ballottaggio e un premio ragionevole di governabilità. Sicuramente lo scenario dei prossimi mesi cambierà.

Nel 2001 l’articolo V, riguardo alle competenze territoriali, è stato riformato, ma in seguito stato e regioni si sono pestati i piedi, dovendo ricorrere alla Corte Costituzionale per risolvere i conflitti. Con la “clausola di supremazia” lo stato avrà la decisione ultima, credi che sia una strada giusta?
La Riforma è un incisivo cambio di rotta, che cerca di rimediare ad alcuni errori che furono fatti con la riforma del titolo V del 2001, riguardo alle materie corrispondenti della Regione-Stato che hanno portato spesso alla paralisi. Si costruisce un sistema più chiaro ed efficiente, perché tornano alla competenza statale materie come: il turismo, l’energia, infrastrutture strategiche; mentre le Regioni manterranno le scelte rilevanti per gli interessi Regionali. La cosiddetta “clausola di salvaguardia” ha il solo interesse di salvaguardare l’unità e gli interessi nazionali. Infatti, la maggior parte dei sistemi regionali o federali prevede che il Parlamento abbia, quando occorre, l’ultima parola. Chiaramente mi auguro che non ci sia un abuso di questa clausola.

Con il governo Berlusconi ci eravamo tutti abituati alla parola “federalismo”, ora però con la riforma andiamo dalla parte opposta. Secondo te, la gente è davvero disposta a concedere maggior potere al governo e meno a livello locale?
Io credo che tutto ciò che propone alle persone una semplificazione del modo di funzionare della macchina amministrativa e dell’assetto istituzionale, sia positivo. Trasformare un Senato non significa ridurre gli spazi di democrazia ma avere un sistema più efficiente che permetta alle politiche di affermarsi meglio. C’è una ragione, infatti, se al tempo dei lavori dell’Assemblea Costituente fosse proprio il Partito Comunista, che voleva riforme economiche e sociali, a volere addirittura una Camera unica.

Cosa pensi della personalizzazione del referendum? Credi ci saranno realmente le dimissioni del premier in caso di vittoria del no?
Penso sia sbagliato trasformare il referendum in un plebiscito personale o comunque in un voto che nulla c’entra col merito della riforma, e lo stesso premier ha ammesso l’errore. In questi mesi c’è stato un eccesso, da ambo le parti, di personalismi e di demonizzazioni dell’altro. Il 4 Dicembre saremo chiamati a votare una riforma che incide su 47 articoli dei 134 della nostra Costituzione: che semplifica il processo legislativo, che supera l’assetto del bicameralismo paritario, che semplifica e cerca di evitare il più possibile le ragioni di conflitto fra Stato e Regioni, e che potenzia gli istituti di democrazia diretta. Non voteremo il prossimo segretario del Partito Democratico. Queste rotture, anche umane, sono incomprensibili in un partito e sono un brutto presagio per il futuro, chiunque vinca il 4 dicembre. Come dice Cuperlo: ”se sei al governo la fatica è tenere unito il Paese. Questa è la prima responsabilità di una classe dirigente”

basta un sì referendum costituzionale

Tempo fa era ventilata la possibilità di uno scorporo dei quesiti referendari, sarebbe stata un’opzione migliore?
Ne dubito. Non solo la legge 352/1970, che disciplina tutti i referendum, dice qualcosa in proposito, ma neppure la Costituzione. Inoltre la Corte Costituzionale ha affermato come principio cardine quello dell’omogeneità del quesito referendario. Non ne faccio, però, solo un aspetto tecnico ma anche politico: la riforma risponde ad una strategia coerente e unitaria e va considerata, a mio avviso, nella sua interezza. Come si può scomporre in più voti una legge che il Parlamento ha votato in maniera unitaria con un solo voto?

Un recente sondaggio IPSOS sembra mostrare una mancata propensione dei giovani ad andare a votare (il 49% della fascia di età tra i 18 e i 34 intende astenersi), credi che questo possa avvantaggiare una delle due parti? E, secondo te, tenderà a migliorare o peggiorare dopo il voto?
Non ne faccio una questione di “tatticismo”. I dati sull’astensione (in particolare quella giovanile) sono drammatici e dimostrano quanto sia imponente la crisi della rappresentanza che vive la nostra epoca. Se pensiamo alla storia del nostro Paese, il fatto che 80% dei cittadini andasse a votare fungeva da garanzia per avere istituzioni più solide, ora questa certezza è venuta a meno. Dobbiamo porci il problema del malessere giovanile e dell’insoddisfazione del sistema politico e dei principali partiti o ci perderà tutta la politica. Pensiamo, per esempio, alle ultime Regionali in Emilia-Romagna dove solo il 37% è andato a votare contro il 68% delle precedenti elezioni, in una Regione dove la partecipazione civile alla vita democratica è sempre stata fra le più alte in Italia.

Chiudiamo con una domanda che va oltre il territorio nazionale e andiamo in Europa. L’Italia ha sempre faticato a essere tra gli attori principali dell’Unione Europea. Pensi che il superamento del bicameralismo perfetto rappresenti un passo indietro o un’evoluzione dell’Italia, per, e nello scacchiere europeo?
Il nostro paese è caratterizzato da istituzioni politiche inadeguate, con governi che fino al 1993 duravano circa un anno e mezzo in media e ora durano circa due anni. Quattro anni fa, nel pieno della crisi economica e nell’assoluta incapacità della politica, il nostro paese è stato costretto ad affidare il governo ad un un tecnico per fare riforme (anche impopolari) che un governo politico non avrebbe mai avuto il coraggio di fare; e chiedere al Presidente Napolitano di assumersi, con grande senso dello Stato, la responsabilità di fare il presidente a causa della completa paralisi delle istituzioni che non riuscivano a trovare un minimo consenso attorno ad una figura, vincolando il suo impegno alla realizzazione di riforme istituzionali ormai non più prorogabili.
In tutto ciò, ci troviamo in un contesto internazionali con sfide difficili: crisi dei rifugiati e l’incapacità politica di trovare una risposta europea, crisi economico-finanziaria ancora da superare, lotta al terrorismo fondamentalista jihadista e mancanza di investimenti efficaci in politiche attive per i giovani. In questo contesto così cupo, il fatto che l’Italia possa conquistare credibilità nel contesto europeo, dimostrando la capacità di riformarsi, per un paese che tutt’ora fatica ad uscire dalla crisi economia e con un debito pubblico che, a lungo andare, soffocherà la mia generazione nei prossimi anni, ci permetterà sicuramente di “alzare maggiormente la voce in Europa”. C’è grande aspettativa di innovazione nel nostro Paese e la sinistra non può essere percepita come colei che vuole mantenere lo status quo, ma dopo il 4 dicembre c’è il 5 dicembre, ed è al dopo che noi dobbiamo guardare. Le sfide non finiscono col referendum costituzionale.

 Riccardo Casarini

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