Storie di frontiera, tra gli Stati Uniti e il Messico

El Paso e Ciudad Juárez si guardano negli occhi, ogni giorno: da un lato il Texas e gli Stati Uniti d’America, dall’altro lo stato di Chihuahua ed il Messico. In mezzo, una frontiera lunga quasi 3.200 km e che in questo punto divide le due città, snodo e crocevia di persone, storie e sogni. Da qui passano i migranti che ogni giorno cercano di raggiungere gli Stati Uniti per lavoro. Lasciano dietro mogli, figli ed intere famiglie, vidas partidas da un confine che divide e contemporaneamente connette due mondi – e non soltanto due paesi – e che dal Golfo del Messico fino a questo punto passa per il Rio Bravo, storico scenario di drammi personali e simbolo di divisione e speranza.

Qui la realtà delle interdipendenze tra i due paesi è evidente. Ciudad Juárez, negli ultimi decenni, è cresciuta all’ombra di El Paso grazie alla presenza di oltre trecento maquiladoras: imprese straniere (che qui vuol dire statunitensi) che delocalizzano la propria produzione – o parte di essa – in paesi con costi minori, con l’obiettivo di commercializzare i prodotti finali all’estero. Migliaia di operai messicani qui lavorano per meno di quattro dollari al giorno al fine di produrre oggetti di vario genere di cui non potranno disporre poiché verranno venduti proprio negli Stati Uniti o altrove. Soprattutto dal 1994 – anno di entrata in vigore del NAFTA – il numero delle maquiladoras è aumentato costantemente ed esse sono diventate uno dei simboli delle inestricabili interrelazioni tra Messico e Stati Uniti. Una delle tante promesse di Trump riguarda proprio le maquiladoras: il presidente eletto ha dichiarato di voler far in modo che tutte le industrie che si sono trasferite oltre il confine con il Messico possano rilocalizzarsi negli Stati Uniti al fine di dar lavoro agli americani, invece di creare posti in un altro paese.

“Pobre México – diceva il presidente messicano Porfirio Diaz – tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos”. Il fatalismo messicano implica una rassegnata accettazione del proprio destino: la presenza dei gringos non è solo vicinanza geografica ma inevitabile sudditanza economica e politica. E’ un pensiero insito in ogni messicano di frontiera: gli Stati Uniti sono un’opportunità ma anche una condanna a vita. Lo sanno i braccianti, gli operai e la manodopera semplice ma anche gli ingegneri ed i tecnici che da anni lavorano nella Silicon Valley.

L’incertezza, in questi luoghi, è parte della vita di ogni persona ed il rischio altro non è che un fisiologico corollario di un’esistenza costantemente in bilico. Milioni di messicani entrano negli Stati Uniti, legalmente ed illegalmente, ed il frutto del loro lavoro ritorna in Messico sotto forma di remesas. Si tratta di flussi di denaro che i lavoratori messicani inviano alle proprie famiglie, rimaste nelle terre d’origine. Secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2014 il Messico ha ricevuto più di 25 milioni di dollari di rimesse, diventando così il quarto ricettore al mondo dopo India, Cina e Filippine. Le rimesse sostentano famiglie, aiutano a sviluppare l’economia locale, diventano fonte di ricchezza per intere comunità. I lavoratori messicani emigrati negli Stati Uniti sono mani invisibili che lentamente muovono l’economia delle comunità locali che hanno abbandonato. Anche per quanto riguarda le rimesse, Trump ha dichiarato di esser disposto a trattenere tali flussi di denaro, con l’obiettivo di finanziare la costruzione del muro.

La sua elezione alla presidenza americana segna, probabilmente, l’inizio di una nuova era.  Le promesse della costruzione di un muro di frontiera, le minacce di un’imminente deportazione di massa aumentano i timori e le ansie di migliaia di famiglie di confine, di chi vive negli Stati Uniti da decenni e di chi lo fa da poco. Il “muro” è stato uno degli elementi portanti dell’ascesa di Trump verso la Casa Bianca. La folla che grida “Messico Messico” alla domanda di Trump “Chi pagherà il muro?” è un’immagine vivida nella mente di tutti ma fornisce un quadro poco realistico dei prossimi eventi.

Il primo problema è, appunto, di natura puramente economica: al di là di tutti i proclami, lo stesso Peña Nieto ha categoricamente escluso che il Messico possa farsi carico di una spesa che alcune stime prevedono di oltre 25 miliardi di dollari. Basti pensare, inoltre, che Stati Uniti e Messico sono già divisi per circa 1000 km (più o meno da El Paso fino alla costa del Pacifico) da recinti e barriere, la cui costruzione è costata più di 7 miliardi di dollari e che rendono più difficoltoso il passaggio ma sono tutt’altro che invalicabili. Un ulteriore problema è dato dalla morfologia del terreno: la presenza di vaste zone desertiche, di montagne, dello stesso Rio Bravo sono tutti ostacoli difficili da superare, se non con altissimi sforzi economici. Da non dimenticare, poi, che il governo federale possiede soltanto una piccola parte delle terre del Texas e che quindi un muro dalle dimensioni paventate da Trump dovrebbe prevedere l’uso di territori di proprietà privata, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Questi sono soltanto alcuni esempi di una realtà che è molto più complessa dei proclami elettorali e della semplicistica e manichea divisione Messico – Stati Uniti. La frontiera è e rimane un luogo di forte interdipendenza economica, di scambi commerciali, di passaggio di persone, di merci e di narcotraffico.

Quando e se la costruzione di un muro inizierà o quando più realisticamente si rafforzeranno i controlli ai confini, non si potrà di certo cancellare una realtà sociale così variegata. Rimarranno le storie dei migranti, le violenze delle Border Patrols ed i raggiri dei coyotes che giornalmente lucrano sulla pelle dei migranti. Rimarranno le vite divise e le lacrime di una madre di Nogales costretta a vedere il proprio figlio soltanto attraverso le fessure di un recinzione. El Paso e Ciudad Juarez continueranno a guardarsi, così come lo faranno Tijuana e San Diego e decine di altre città: a sud del Rio Bravo, ogni giorno, qualcuno scruterà l’orizzonte, tenterà la sorte, lascerà dietro di sé i propri cari. E la storia ricomincerà, come sempre.

Giovanni Marco Maggio

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4 pensieri su “Storie di frontiera, tra gli Stati Uniti e il Messico

  1. “Secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2014 il Messico ha ricevuto più di 25 milioni di dollari di rimesse”.

    Se mi posso permettere sono 25 miliardi.

    Mi piace

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