A Hong Kong i giovani sfidano Pechino sulla democrazia

Se fossimo nei primi anni ottanta questa sarebbe la solita nebbia di Hong Kong che illumina lo skyline come un’elegante illuminazione in stile art-decò. Ma da un po’ di tempo la città assomiglia sempre più alla cupa Los Angeles del film Blade Runner, dove al posto del conflitto tra macchine e uomini, si staglia un conflitto politico generazionale; il motivo? il rapporto che lega Hong Kong a Pechino. Nonostante buona parte della città sia favorevole a un maggior legame con la Cina comunista, i giovani non sembrano pensarla così; e ora Hong Kong è diventato un banco di prova politico, che potrebbe minare l’autorevolezza del Partito Comunista Cinese a Pechino e compromettere i futuri piani politici cinesi per il Tibet e Taiwan.

120619042341-hk-handover-jiang-zemin-horizontal-large-galleryFonte: CNN. La cerimonia di transizione. Da sinistra: Il Primo Ministro cinese Li Peng, il Presidente cinese Jiang Zemin, seguono il Principe Carlo e il Primo Ministro inglese Tony Blair.

Il corso degli eventi dell’ultimo secolo è fondamentale per capire il processo che sta attraversando Hong Kong oggi. Fino a poco prima dell’82 (data di inizio dei colloqui per la transizione), la storia di Hong Kong ha viaggiato su due binari diversi. Da una parte la Cina, che negli anni 70 stava cominciando la sua ascesa economica e politica e dall’altra la Gran Bretagna che stava attraversando una crisi di identità. Grazie all’accordo, la Cina voleva scrollarsi di dosso il suo passato di vittima coloniale, mentre la Gran Bretagna non aveva più risorse e interessi per mantenere un controllo diretto su una terra tanto lontana dalla madre patria. Così, nel 1984, Cina e Gran Bretagna giungono a un’intesa per la transizione di sovranità, con il passaggio di bandiere fissato per il 1997. In quest’ultima data viene creata una Regione Amministrativa Speciale, secondo la formula “una Cina due sistemi”, in cui Hong Kong guadagna alcune libertà e le istituzioni britanniche create in precedenza non vengono azzerata; tuttavia, la città lega indissolubilmente il suo futuro a Pechino. Per anni l’isola ha rappresentato l’ultimo avamposto dell’Impero Britannico in Asia; la sua vocazione al libero scambio ha prodotto un’incredibile crescita economica che le ha consentito di guadagnare un posto tra le quattro “Tigri Asiatiche” e tra i maggiori centri finanziari mondiali; inoltre era uno dei pochi posti in Asia dove si poteva trovare un ragguardevole rispetto dei diritti civili grazie al sistema giuridico Common Law (di stampo inglese). L’accordo di transizione terminerà 50 anni dopo la sua entrata in vigore; dunque, nel 2047 Pechino potrà reclamare a pieno titolo la città-stato di Hong Kong unendola al resto della Cina, il che potrebbe significare una cancellazione delle istituzioni e procedure democratiche rimaste dal retaggio inglese.

È proprio quest’ultimo punto a preoccupare gli abitanti, che non sono mai stati interpellati riguardo alla scelta da che parte stare (Cina o Regno Unito), sempre che da una parte volessero stare (Indipendenza). Ma, grazie all’accordo di transizione, il 1997 segna l’inizio di una parziale libertà politica per gli abitanti dell’isola, che da quella data hanno la possibilità di votare l’assemblea legislativa in modo democratico anche se solo parziale, infatti il metodo elettivo e il suo funzionamento è piuttosto complicato e strano (quello che segue è il riassunto più semplicistico possibile). Dei 70 membri dell’assemblea legislativa (LegCo), 40 vengono eletti a suffragio universale e gli altri 30 rimanenti da funzionari (vicini a Pechino); mentre l’esecutivo viene eletto da un’assemblea di 1200 persone o gruppi di interesse, che spesso sono legati a interessi personali o a Pechino.

L’accordo sembra aver però causato più paure che soluzioni. Da quando Hong Kong è stata separata dalla Corona inglese, la popolazione si è via via polarizzata su due grandi coalizioni politiche: una Pro-Pechino e una Pro-Democrazia, quest’ultima si batte per una maggiore democratizzazione dello stato, ma comunque legata alla Cina. Queste due coalizioni politiche e il sistema elettorale ibrido (spiegato sopra), non sembrano essere apprezzate dai giovani dell’isola, i quali non si sentono disposti a barattare le loro libertà civili e politiche con un maggior legame verso la Cina, un paese che non sentono loro. Lo scontento che provano i giovani è arrivato al culmine nel 2014 quando Pechino ha rifiutato una riforma elettorale più aperta. Questa chiusura dall’alto, ha avuto come risposta la creazione di un movimento studentesco che punta dritto verso l’indipendenza di Hong Kong.

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Fonte: Wall Street Journal. Le strade di Hong Kong due anni fa.

Il movimento studentesco, meglio noto come “Movimento degli Ombrelli”, ha raggiunto un livello mediatico rilevante solo due anni fa, quando migliaia di ragazzi hanno invaso le strade di Hong Kong con gli ombrelli (l’ombrello, inizialmente usato per difendersi da spray orticanti sparati dalla polizia, è poi diventato il simbolo del movimento). Le agitazioni di Hong Kong non erano molto diverse, come modalità, da quelle di “Occupy Wall Street”; anche se per le strade della città asiatica non si chiedeva tanto una riforma del sistema finanziario (nonostante Hong Kong sia una delle città con la più alta diseguaglianza economica del continente), ma di avere una libera e completa democrazia. Dopo esattamente 75 giorni di occupazione delle piazze, l’ultimatum della polizia non si è fatto aspettare, e in poche ore il movimento degli ombrelli è stato smobilitato. Anche la risposta di Pechino non si è fatta attendere, inizialmente concedendo votazioni a suffragio universale per le elezioni dell’esecutivo nel 2017, ma a una condizione: il governo cinese sceglierà i candidati. Quest’ultimo, è un contentino che non ha soddisfatto gli abitanti più giovani di Hong Kong. Così, a settembre, è avvenuta una cosa inaspettata sia per Pechino che per i giovani.

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Fonte: The Guardian. Da sinistra: Baggio “Sixtus” Leung e Yau Wai-ching

Con il rinnovo dell’assemblea legislativa (LegCo), sono stati eletti due giovani legati al Movimento degli Ombrelli. I due giovani, Baggio “Sixtus” Leung e Yau Wai-ching (30 anni lui e 25 lei), si sono fatti subito notare per le loro idee fortemente indipendentiste e gli atti provocatori in aula. All’inaugurazione dell’assemblea, Yau ha espresso la propria lontananza dalla Cina, utilizzando più volte l’espressione “People’s Re-fucking of Shina” (Shina è una storpiatura linguistica di origine coloniale che offende le origini cinesi), il tutto sfoggiando una bandiera blu con scritto “Hong Kong non è la Cina”, in tutto sono cinque le persone che hanno avuto rimostranze nei confronti del governo cinese. Tuttavia la spaccatura ha raggiunto un nuovo livello quando, il 7 novembre, ai due giovani è stato vietato di insediarsi al loro posto in assemblea, il motivo: per svolgere un incarico politico è necessario giurare fedeltà alla Cina. Mai l’influenza della Cina su Hong Kong si era spinta tanto in là, e questo per i giovani di Hong Kong equivale a un punto di non ritorno.

Arroccati sulle proprie idee, gli abitanti di Hong Kong e il governo centrale della Cina sono entrati in un circolo vizioso. La stessa ricerca di una maggior libertà politica da parte della fascia più giovane porta Pechino a scegliere la linea dura e della restrizione, la quale alimenta a sua volta le forze indipendentiste e così via. Ma il vero problema è che Hong Kong è diventato un banco di prova politico. Il modello, “un paese, due sistemi”, è una delle proposte che Pechino avrebbe anche per Taiwan; ma nel caso in cui la situazione a Hong Kong diventasse peggiore di quella di adesso, sicuramente Taiwan ci penserebbe due volte prima di arrivare alla stessa formula. Anche se il Partito Comunista Cinese volesse lasciare maggiori libertà politiche per gli abitanti di Hong Kong, allora nulla vieterebbe agli stessi abitanti cinesi di chiedere una maggiore apertura politica (anche se tuttavia si sperimentano già elezioni democratiche a livello locale in Cina). Rimane il fatto che la perdita di controllo e autorità sul territorio è lo spettro principale del Partito Comunista Cinese. Il prossimo anno ci saranno le elezioni per eleggere l’esecutivo a Hong Kong e vedremo se i giovani di Hong Kong riusciranno a tagliarsi uno spazio politico.

Riccardo Casarini

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