Helmuth Duckadam, l’eroe maledetto

Probabilmente, ogni bambino o ragazzo che abbia mai giocato a calcio ha mirato a calcare il terreno di una finale di Champions League. Poi, magari, crescendo i limiti sono emersi, i confini del destino e del sogno si sono fatti nitidi, ed il bambino ha dovuto rassegnarsi all’essere uno dei tanti, alla mediocrità. O magari una delle mille svolte della vita lo ha portato lontano, anche quando l’erba verde e la gloria dorata sembravano vicinissime. Per alcuni, però, il sogno si realizza. Di questo già piccolo ed esclusivo gruppo, esiste una sezione ancora più esclusiva, ancor più ristretta. I nomi di questi pochi fanno la storia della coppa: sono coloro che hanno deciso una finale, che sono saliti nell’Olimpo del Calcio, che rimarranno ricordati per sempre, e non solo nelle statistiche, o tra le infinite liste di convocati. Pensate quanto debba essere soddisfacente, quanto improvvisamente tutte le sofferenze diventino insignificanti, quanto tutti gli sforzi abbiano magicamente un senso. E pensate poi, per chi ha toccato l’Olimpo, cosa sia esserne improvvisamente privati. Strappati dal sogno dorato non appena ci si appoggiano sopra le punte delle dita, o nel caso, i guantoni. Questa è la storia di Helmuth Duckadam, l’eroe maledetto di Romania.

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La strada del destino di Duckadam, ad una svolta qualsiasi, poteva portare molto molto lontano dalla Coppa dei Campioni. Semlac è un piccolissimo comune del Distretto di Arad, vicino al confine ungherese. Qui nasce Helmuth, che affianca il calcio alla scuola. E’ portiere. Viene preso dal Constructorul Arad, dove gioca nella Primavera. In città si fa notare per l’altezza e per i riflessi felini, che ne fanno fin da subito un portiere interessante. Arriva nell’UTA Arad, la squadra al vertice dell’intero distretto, e con la maglia granata arriva in Diviza A, la prima divisione del calcio rumeno. E da lì approda alla Steaua Bucarest, il vertice dell’intero movimento calcistico.

Quando lui arriva alla Stella, nel 1982, la squadra sta perdendo l’eterno duello con i Câinii Roșii, i rivali cittadini della Dinamo. Hanno appena vinto il loro decimo scudetto, e la Steaua, che non vince da cinque stagioni, è arrivata sesta. La partenza dell’allenatore Cernaianu lascia il posto ad Emerich Jenei, che ha giocato con la Steaua per dodici anni e su quella panchina ha già vinto due campionati ed una coppa nazionale.

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Quinto posto al primo anno, secondo l’anno successivo. Duckadam si è guadagnato il posto da titolare, e la Steaua ingrana. Ha ormai i giocatori migliori della Romania. Oltre a Duckadam, ci sono Laszlo Boloni, Gavril Balint, Mihail Majearu, Victor Piturca e Marius Lacatus. E’ uno squadrone, che vince il campionato 1984-85 e fa doppietta con la coppa nazionale. Ma è lo scudetto che consegna alla Steaua il biglietto per la Coppa dei Campioni.

Scordatevi i gironi, creati per accontentare tutti e permettere a più persone di vivere il sogno Europa. La Coppa Campioni è elitaria, solo chi vince il campionato nazionale ci può giocare. E se non sei abbastanza bravo, ti becchi alla prima partita una valanga di gol e vai subito a casa. La Steaua supera il primo turno, con qualche difficoltà, contro i danesi del Vejle. Negli ottavi tocca agli Ungheresi dell’Honved. L’andata termina con una sconfitta per Duckadam e compagni, ma nel ritorno in Romania la partita finisce 4 a 1 e la Steaua va avanti.

Il sorteggio poi porta i rocciosi finlandesi del Kuusysi Lathi, che riescono a non farsi segnare a Bucarest, ma vengono sconfitti in casa per una rete a zero. La Steaua è arrivata alle semifinali. Le altre tre squadre rimaste sono il Goteborg ed il Barcellona, che si affrontano nell’altra gara, ed i campioni del Belgio dell’Anderlecht. Ancora una volta, la Steaua perde l’andata. Ma al ritorno in casa, con un sonoro tre a zero, si guadagna la finale, a Siviglia, contro il Barcellona.

Il Ramon Sanchez Pizjuan è strapieno di bandiere azulgrana. Sessantamila spettatori tifano apertamente per il Barcellona, contro uno sparuto gruppo di rumeni. Formazioni. Barcellona: Urruti, Gerardo, Migueli, Julio Alberto, Victor Munoz, Alexanko, Carrasco, Bernd Schuster, Pedraza, Archibald, Marcos Alonso Pena, allenatore Terry Venables. Steaua Bucarest: Duckadam, Iovan, Barbulescu, Bumbescu, Balan, Belodedici, Lacatus, Majearu, Piturca, Balint, Boloni.

Dopo 90′, il tabellone luminoso dello stadio mostra ancora zero a zero. E lo fa anche dopo i supplementari. La finale di Coppa Campioni si deciderà ai rigori.

Il primo tocca alla Steaua. Il pallone lo prende Majearu, che lo piazza sul dischetto davanti ad Urruti. Il tiro è debole, basso e centrale. Il portiere del Barcellona lo blocca, tra le grida dei tifosi. E’ il turno di Alexanko, il capitano. Il tiro è molto più angolato, ma Duckadam vola e lo para. Ancora zero a zero. Boloni. Parata di Urruti. Il Sanchez Pizjuan è una bolgia infernale. Pedraza sul dischetto. Punta l’angolino basso. Un tiro imparabile. Ed invece Duckadam vola e la toglie dalla porta. Zero a Zero dopo quattro rigori. Le porte sembrano stregate, colpite da un incantesimo.

La magia viene spezzata da una botta di Lacatus che piega la traversa e che da il vantaggio alla Steaua. L’incantesimo è rotto, si può tornare a segnare. Il pubblico freme, con la gioia pronta ad eruttare. Pichi Alonso, entrato dalla panchina nei supplementari, può riportare il punteggio in pari. Tira sullo stesso palo di Pedraza. Ma questa volta Duckadam non solo para, ma trattiene il pallone sull’addome, blocca quella sfera incandescente e la tiene al petto.

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I rigori, per il portiere, sono una partita diversa da quella degli altri. Gli altri giocatori possono nascondersi, cercare di non incrociare lo sguardo con i compagni e l’allenatore, possono tirarsi indietro, magari sperando che il loro tiro non serva. Il portiere no. Il portiere deve fronteggiare tutti i rigori, e se serve pure tirarlo.

La Steaua è avanti. Quarto rigore per la Stella, va Balint. Rincorsa lunghissima e portiere spiazzato. Due a zero. Tocca a Marcos Alonso Pena. Se segna, si va avanti. Se sbaglia, è finita. Sessantamila e ventuno paia di occhi lo guardano. Lui guarda la palla. Calcia. Ma il tiro è debolissimo, rimbalza a terra più volte prima di finire, docile, tra le mani di Duckadam.

Quando l’aereo tocca la pista dell’aeroporto di Bucarest, migliaia di persone aspettano la squadra e la luccicante coppa, che esce per prima dal portellone. E’ festa per le vie e le piazze cittadine. Il Conducator Ceausescu premia i giocatori, stringendo le mani ad ognuno di loro. La Steaua è nel cuore di ogni rumeno, Duckadam è la Romania.

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Proprio quando sta toccando l’Olimpo dorato, Duckadam sparisce. E’ costretto ad abbandonare il calcio giocato, i più non sanno che fine abbia fatto. Dopo la grande vittoria, è tornato a Semlac. E lì qualcosa è successo.

La versione ufficiale parla di aneurisma al braccio sinistro. I medici furono costretti ad operarlo d’urgenza, spiegando che forse sarebbe stato necessario amputare l’arto. Fortunatamente non fu così, ma Duckadam rimase due mesi in ospedale, in attesa di riavere tutte le funzioni nel braccio e nella mano, venendo presto scaricato dalla Steaua.

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Altri però raccontano una storia un po’ diversa. Valentin, il figlio di Nicolae Ceausescu, ha una passione per il calcio. E così viene inserito all’interno della società di Bucarest. Dopo la finale, scopre che il Real Madrid ha regalato a Duckadam una Mercedes, per ringraziarlo di aver fermato i rigori del Barcellona. E vuole la macchina. Non è abituato a sentire un no come risposta, ma è ciò che ottiene dal portiere. Invia così gli uomini della Securitate, la polizia segreta, a punirlo, ed i militari gli rompono le mani a bastonate.

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Nicolae Ceausescu e la Steaua al gran completo, dopo la vittoria. Duckadam è sulla sinistra, in seconda fila

In ogni caso, tornò a giocare solo tre anni dopo, in una squadra della sua città natale. All’esordio, con il Vagonul Arad, in Coppa di Romania, parò due rigori. Però il braccio continuava a tormentarlo, e dopo due stagioni vissute più in tribuna che in campo, si ritirò, a trentadue anni.

Duckadam tornò alla Steaua in veste di presidente, alcuni anni più tardi. E’ li tuttora, ed ha contribuito a far diventare la Steaua il club più forte di Romania. Di nuovo.

Marco Pasquariello

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