Cambiamento climatico, il Rapporto Stern dieci anni dopo

Era il luglio del 2005 quando si tenne in Scozia il G8 di Gleneagles, durante il quale la discussione si focalizzò sui due grandi temi proposti dal governo inglese: lotta alla povertà e cambiamenti climatici. Ad accompagnare il primo ministro Tony Blair e il ministro del Tesoro Gordon Brown era presente Nicholas Stern, già Chief Economist e Vice Presidente della Banca Mondiale dal 2000 al 2003. A seguito dell’incontro, ciò che stupì l’economista e il ministro Gordon Brown fu la disparità di analisi, di argomentazione e coesione emersa tra i due temi.

Tutte le parti coinvolte furono concordi in termini di impegni espliciti, così come si dimostrarono consci di quale fosse e che dimensione avesse la sfida della povertà. Al contrario, di fronte a un grande lavoro della comunità scientifica nel sottolineare i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, non vi fu alcuna risposta soddisfacente sul tema. In una dichiarazione postuma Stern stesso ammise: “Non esisteva ancora un opinione condivisa su cosa si dovesse fare e perché”.

Fu allora che venne lanciato, con l’appoggio del governo inglese, il lavoro che avrebbe portato alla pubblicazione, nell’Ottobre 2006, del Rapporto Stern, (qui la versione in italiano) una delle analisi più lucide ed esaustive sul tema. Stern si era occupato fino ad allora di politiche di sviluppo, cominciando negli anni sessanta con progetti di coltivazione del tè nelle piccole aziende africane a cui seguirono trent’anni di impegno nel seguire l’evoluzione socio-economica di Palanpur, in India.

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Nicholas Stern

Quando all’età di sessant’anni, dopo aver dedicato una vita alla lotta alla povertà, Nicholas Stern cominciò ad occuparsi di cambiamenti climatici, la prima cosa che lo colpì fu la portata delle conseguenze che, come racconterà egli stesso, “Proprio mentre il progresso materiale comincia ad accelerare, diffondendo ottimismo sulla possibilità di sconfiggere la povertà, rischiamo di far deragliare tutto a causa della nostra inazione sul piano dei cambiamenti climatici”.

Il tono del Rapporto Stern e del libro che ne seguì “A blueprint for a safer planet”, non è assolutamente quello di chi preannuncia un inevitabile apocalisse. L’approccio di Stern ha poco a che vedere con l’ambientalismo pessimista che, cercando di sensibilizzare tramite lo shock, troppo spesso induce a rassegnazione.Il messaggio centrale è semplice: i rischi sono enormi, sociali, economici ed ambientali, ma è possibile arginarli in maniera significativa se si agisce in fretta e con decisione. La parola d’ordine è una: investire.

Facciamo un esempio. Per mantenere la concentrazione di gas serra al di sotto dei 500 ppm (parti per milione) entro il 2030 è necessaria una riduzione di almeno 30 Gt (gigatonnellate) di gas serra, pur considerando che i 500 ppm è considerata una fascia di rischio elevata, non sufficiente a contenere l’aumento di temperatura al di sotto dei 2 C°. Per meglio comprendere che dimensioni abbia una riduzione di questa portata, basti pensare che nel 2013 le emissioni globali erano di 52 Gt.Ma qui arriva la sorpresa. Secondo il modello economico utilizzato da Stern nel 2006, circa 10 Gt di emissioni sono riducibili a costo zero, o meglio, a costo negativo, in quanto i risparmi derivanti da questi interventi superano gli investimenti stessi. La maggior parte di questi interventi riguardano, in generale, l’efficienza energetica, tra i quali la sostituzione delle lampadine con tecnologia LED, l’ottimizzazione dell’impiego luci nell’industria, elettronica domestica a basso consumo e così via.

La grande sfida riguarda le città, le quali nel futuro prossimo saranno dimora per sette persone su dieci nel mondo. Nonostante ciò una certa attenzione deve esser riservata all’utilizzo della terra e delle zone boschive, fondamentali non solo per questioni etiche e di ossigenazione del pianeta, ma quali importanti fonti di risorse necessarie alla nostra sopravvivenza.

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A distanza di dieci anni dalla pubblicazione del Rapporto, esso rimane un inquietante monito. Non vi è dubbio che oggi il tema sia sensibilmente più conosciuto e discusso di allora, anche grazie all’impegno di personaggi popolari, attori e musicisti. In un paese che, come gli Stati Uniti, si è sempre dimostrato sospettoso sul tema, è stata senza dubbio significativa la campagna di Obama, così come l’accordo della COP21 di Parigi ha suscitato relativo interesse.

Ad ogni modo nel 2006 Stern raccomandava azioni immediate su temi specifici le quali sono tutt’oggi tardive. L’analisi economica metteva in guardia su un punto tanto semplice quanto fondamentale: non agire è la soluzione economicamente più costosa. In una fase di grandi incertezze economiche appare dunque contro ogni logica ritardare investimenti strutturali. Più il tempo passa più essi diventeranno costosi e sarà dunque più difficile trovare le risorse per rispondere alle emergenze, a maggior ragione se si considera che rispetto al 2006 alcuni effetti si sono rivelati più veloci del previsto. Allo stesso tempo alcuni dei costi tecnologici presi in considerazione nel 2006 sono oggi largamente inferiori al previsto, rendendo, almeno in teoria, ancora più accettabili i costi di intervento. Non si tratta semplicemente di avvertire riguardo a un disastro, si tratta di riconoscere un’opportunità.

Andrea Cattini

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