calais fire

Cosa sta succedendo a Calais?

È cominciato lo scorso lunedì l’ennesimo tentativo di sgombero del campo per migranti improvvisato situato nella cittadina francese di Calais, nelle vicinanze dell’Eurotunnel, punto di collegamento tra l’Europa e la Gran Bretagna. Il campo, vera e propria baraccopoli famosa per la totale mancanza di regolamentazioni e monitoraggi anche sulla sua stessa composizione in termini di presenze umane, era stato oggetto di attenzioni dopo la decisione di costruirvi un muro al fine di impedire ai migranti di tentare di raggiungere il Regno Unito.

L’ultimo progetto che interessa il campo ne prevede lo svuotamento, che dovrebbe essere realizzato nell’arco di una settimana: centinaia di autobus pronti per redistribuire i migranti in tutto il territorio francese, dove sono stati allestiti ulteriori trecento siti di accoglienza provvisori per ricevere i rifugiati di Calais. La baraccopoli è stata luogo, alla vigilia dei lavori di evacuazione, di scontri tra migranti e polizia, ma all’alba di lunedì sono ufficialmente iniziati i lavori per l’ultimo smantellamento programmato.

calais migrants

Gli scontri tra migranti e polizia non sono stati però l’unico segnale di malcontento. Vanno considerate anche le proteste che si sono sollevate in diversi punti della Francia contro la volontà di accogliere piccoli gruppi di migranti. Molti sindaci si rifiutano, sostengono che le loro città non siano adatte, troppo piccole anche per le poche decine di persone che viene loro chiesto di accogliere, come riassunto nella dichiarazione di Patrick Martinelli, sindaco contrariato dopo l’arrivo di trenta profughi afgani nel suo comune. In altri casi, i problemi si sarebbero riscontrati nelle strutture adibite all’accoglienza, che sarebbero effettivamente troppo piccole, mentre altri luoghi di asilo sono stati invece oggetto di attacchi: alcuni sarebbero stati dati alle fiamme, altri sarebbero stati colpiti da armi da fuoco. Il tutto accompagnato da manifestazioni e proteste con slogan “No ai migranti in casa nostra”. Una fetta dell’opinione pubblica piuttosto consistente, che corrisponde al 57% dei francesi, si è dichiarata apertamente contraria alla ripartizione dei profughi di Calais sul territorio nazionale.

Relativamente allo svuotamento del campo sorgono spontanee quindi alcune domande: il piano è inquadrato in un progetto di accoglienza più ampio, complessivo, a lungo termine? Cosa distingue questo tentativo da quelli, falliti, già condotti in passato? Un altro rischio non trascurabile che si cela dietro a questa operazione è infatti quello di causare, tramite operazioni di smantellamento che non siano minuziosamente controllate e parte di un programma di ricollocazione definitivo entro il territorio francese, la nascita o la ripopolazione di nuovi campi nell’area del Nord della Francia, di minori dimensioni ma, se possibile, caratterizzati da condizioni di vita anche peggiori di quelle della bidonville di Calais. Si tratterebbe di campi totalmente privi di acqua corrente, servizi e senza alcun tipo di assistenza medica.

È vischiosa anche la questione relativa al ricollocamento di minori e ragazzi: alcuni di loro per legami familiari sarebbero stati accolti dalla Gran Bretagna, altri sarebbero ancora in attesa di risposte, anche a causa della scarsa propensione all’accoglienza manifestata dal Regno Unito. Infatti, un quarto delle amministrazioni locali ha dichiarato di non potersi assumere la responsabilità di accogliere minori non accompagnati. Altre fonti sembrano, invece, confermare la volontà da parte di Londra di accogliere indistintamente i minori provenienti dal campo, ma a patto che si trovassero a Calais già da prima dell’avvio dei lavori di smantellamento. Una pretesa discutibile, dal momento che non si sono mai avuti numeri certi sulla composizione del campo, ma solo cifre approssimative. Nessuno, nemmeno le decine di volontari che hanno supportato i migranti tutti i giorni, ha mai saputo dire con precisione nemmeno quante persone vi si trovavano.

Calais jungle
La jungle di Calais in uno scatto del Time

Sorge di nuovo spontaneo chiedersi, come ha già fatto il ministro degli interni britannico Dianne Abbott, perché la demolizione del campo non sia cominciata dopo aver assicurato una destinazione sicura almeno a tutti i minori presenti sul luogo. Domande lecite, elementari, che non dovremmo essere qui a porci vista la portata della materia di cui si sta parlando. Sono tanti i quesiti che sorgono attorno a questa operazione, forse troppi: magari sarebbe servita più prudenza, più organizzazione, anche solo per evitare la ricomparsa di campi come questo, o per evitare il ripopolamento delle sistemazioni alternative che molti migranti potrebbero trovarsi ad occupare, destinazioni, come già detto, anche peggiori di Calais: da altre bidonville ai traffici illegali. Una maggiore attenzione organizzativa avrebbe anche potuto creare un clima d’opinione pubblica più disteso e meno ostile nei confronti dei migranti che le cittadine francesi si troveranno ad accogliere temporaneamente, magari assicurandosi che i paesi prescelti siano effettivamente e sufficientemente equipaggiati per l’accoglienza. Come la storia ci ha insegnato ci sono sempre stati e sempre ci saranno flussi di persone in movimento, ma nonostante questo, anche di fronte agli spostamenti più prevedibili, ci facciamo ancora cogliere impreparati, titubanti, e troppo spesso ostili. 

Elena Baro

@elena_baro

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