Antoine Volodine, “Terminus radioso” (2014)

Non esiste più la distopia di una volta, ma non è necessariamente un male – anzi.

Antoine Volodine è un mistero: sul web si trova, tra le tante cose, che è nato “nel 1949 o nel 1950”, a “Lione, o a Chalon-sur-Saône”. Ma se poco importano date e luoghi (tenete a mente questa frase), quel che conta è che si è trovato così stretto nelle categorie artistiche codificate da crearne un’altra: il post-esotismo. Niente a che fare con mitici orienti o con avventure tropicali, no, qui si tratta – parole sue – di “letteratura dell’altrove che va verso l’altrove”. Giuro di non averci capito molto finché non mi sono incuriosito abbastanza da leggere la sua ultima creazione pubblicata in Italia, Terminus radioso.

Due necessarie parole per inquadrare l’opera: l’umanità, in un futuro non meglio precisato, è riuscita a realizzare l’apocalisse atomica il cui spettro si aggira fin dalla Guerra Fredda. Ma non si è trattato di bombe o gesti eclatanti, bensì del graduale malfunzionamento per incuria di tutte le mini-centrali nucleari disseminate in ogni villaggio per garantire l’autonomia energetica alla Seconda Unione Sovietica.

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Quindi dimenticatevi  il Dottor Stranamore, l’apocalisse di Volodine è un po’ deludente, se siete quelli che cercano il sublime ad ogni costo e in ogni dove.

Il romanzo è ambientato dopo il disfacimento della Seconda Unione Sovietica ad opera dei “capitalisti”: non esiste più una nazione, solo sparuti gruppi di persone allo sbando in un territorio completamente contaminato dalla radiazioni. Alcuni tuttavia hanno resistito all’avvelenamento radioattivo e sono stati “mutati” in strane figure al limite tra vita e morte: se ci stiano in mezzo, se siano entrambe le cose o se siano semplicemente immortali non è dato sapere.

In mezzo alla taiga siberiana resiste il kolchoz Terminus Radioso, che viene raggiunto dal protagonista Kronauer all’inizio del romanzo (curiosamente Elli Kronauer è il nome del protagonista, ma è anche uno degli pseudonimi usati da Volodine per pubblicare alcuni romanzi). Già il nome è piuttosto evocativo: “Terminus”, scopro ora dopo aver riesumato dalla polvere il mio vocabolario di latino del liceo, oltre a evocare l’idea di “fine”, “conclusione”, è anche la divinità che presiede ai confini (tenete a mente pure questo); “radioso” in questo contesto è un’inquietante vox media: da un lato può essere un triste relitto di tempi migliori o una testimonianza del forzato ottimismo che avvolgeva la toponomastica sovietica, dall’altro, se lo interpretiamo nel significato letterale di “irradiante” e lo accostiamo a un’apocalisse nucleare, be’, parla da sé.

Capo del kolchoz è Soloviei (traslitterazione del russo “usignolo”), uno degli “immortali”, un personaggio che ha in sé caratteristiche da Rasputin, Stalin, Dio, Freud e un sacco di altra bella gente. Soloviei fa il bello e il cattivo tempo, regola totalmente la vita del kolchoz, si insinua nei sogni degli abitanti, rende sogni le loro stesse vite, fa trascolorare realtà e immaginazione senza che nessuno se ne accorga, cura ferite apparentemente mortali: insomma, è in tutto e per tutto una sorta di divinità piuttosto ingombrante (a dispetto del nome) che usa il kolchoz come una specie di giocattolo, muovendo gli umani (o quel che ne resta) come pedine.

Ma mi fermo qui nella descrizione, per un motivo ben preciso: è Volodine stesso a rinunciare totalmente al costrutto tutto occidentale della definizione. Volodine non definisce nulla, lascia che le cose accadano senza spiegarle, butta lì nomi come se dovessimo conoscerli. Per quanto mi riguarda è stato qualcosa di completamente nuovo da trovare in una forma letteraria: forse si avvicina di più alla musica, che è una forma d’arte in un certo senso meno “mediata” dall’analisi cosciente.

In questo senso Terminus radioso è un romanzo zen: bisogna leggerlo e lasciarselo scorrere addosso, e soprattutto non fare domande. Si vedrà così che pian piano le risposte emergono da sole: non perché Volodine ce le scriva, no, tutt’altro, siamo noi lettori a costruirci un nostro personale castello più o meno coerente che permetta di inquadrare il tutto. Ecco perché mi sono fermato, non vorrei proporre la mia interpretazione come definitiva.

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Antoine Volodine mostra il libro delle risposte il suo romanzo

Volodine qui ha anche una – a mio parere – geniale intuizione: assieme alla definizione abolisce anche qualsiasi tipo di confine. Di quello tra vita e morte si è già detto (forse tutti i personaggi stanno a metà? Ma a metà di cosa? Se il confine non c’è più allora non c’è nemmeno differenza, a rigore, tra vivi e morti?), ma ce ne sono molti altri. I confini dei rapporti di parentela: Soloviei ha tre figlie ma non disdegna di – sembrerebbe – stuprarle quando gli pare, senza però sentire alcun senso di colpa (e non è semplicemente malato, proprio non possiede la categoria del “senso di colpa” per la violenza, che comunque sembra avvenire in una specie di dimensione onirica senza che sia per questo meno reale). I confini tra animato e inanimato: Nonna Udgul, una specie di sciamano del villaggio, parla spesso con la pila atomica che un bel giorno è impazzita ed è sprofondata nel terreno scavandosi un pozzo di duemila metri. Lo fa per tranquillizzarla quando questa inizia ad agitarsi troppo, e il bello è che ci riesce pure.

Dicevo che “poco importano date e luoghi”. Infatti anche le delimitazioni di tempo perdono significato: il potere di Soloviei è tale da sovvertire l’ordine temporale, facendo “sdoppiare” i personaggi che si ritrovano a relazionarsi con un sé futuro o passato, senza tuttavia accorgersene. Più concretamente, scompaiono anche i confini spaziali: un campo di lavoro in cui il protagonista si ritrova non sembra avere recinzioni o nulla che mantenga i prigionieri all’interno, semplicemente sfuma gradualmente nella taiga. Da qui forse il riferimento alla divinità latina dei confini, il Terminus di cui sopra, che (dice Plutarco) era l’unica divinità romana a rifiutare i sacrifici cruenti, accettando solo foglie e petali: un dio hippie insomma, che diventa (se ho azzeccato il riferimento) un’idea geniale, considerata l’atmosfera generale del romanzo. In effetti nessuno muore di morte cruenta, o meglio: qualcuno sembra morire, magari anche per una sparatoria, ma in realtà non muore veramente, proprio perché anche la morte ha ormai perso significato.

Se diamo retta all’etimologia, allora il kolchoz Terminus Radioso è un confine, ma un confine paradossale, perché coincide con un centro. Centro di narrazione, ma anche centro da cui “irradiano” le diverse vicende dei personaggi, che si sfrangiano e si ricompattano, e soprattutto il potere sovrumano di Soloviei.

Se cercate qualcosa che sia più audace del realismo magico ma meno della pura fantascienza, e se allo stesso tempo sentite il bisogno di leggere qualcosa di non troppo didascalico, be’, questo è senz’altro un’ipotesi interessante.

Alessio Venier

 

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