Welcome to the jungle: Mister Obama is here

Alessando Maffei ha 19 anni ed è di Novara. Studente universitario, ha deciso di volare a Miami per partecipare, come volontario, alla campagna elettorale della candidata democratica Hillary Clinton e per osservare in prima persona l’evento politico dell’anno. La rubrica USA2016 Pills raccoglie le sue impressioni, le sue idee e gli elementi più interessanti della sua esperienza.

Negli ultimi 10 giorni, lavorando come volontario qui a Miami, ho potuto vedere dal vivo 1 Presidente degli Stati Uniti, 2 Premi Nobel per la Pace, 4 Senatori, 1 Segretaria di Stato, 1 Governatore, 1 vicepresidente. A questi vanno aggiunti 1 quasi Presidente (la persona in questione non lo divenne per 597 voti), una possibile futura Presidentessa e un altrettanto possibile futuro vice Presidente. Nell’ultima settimana e mezza, infatti, sono passati da Miami Hillary Clinton, Al Gore, Tim Kaine e Barack Obama. Quello che segue è il resoconto di quelle giornate.

Bagarini per Hillary Clinton, sbadigli per Al Gore

Al Gore Hillary Clinton
Al Gore e Hillary Clinton in una foto d’annata a parti invertite | Fonte: Politico

Il discorso di Hillary Clinton e Al Gore è stato fissato all’ultimo momento, o almeno, così è stato reso pubblico. Il risultato è che anche noi volontari del partito ci siam trovati ad organizzare tutto di fretta. In quella occasione mi sono calato tra il pubblico. L’intervento dei due statisti si è svolto all’interno di un enorme campus universitario con 3 piscine e impianti sportivi di ogni tipo (le università private non hanno carenza di soldi dato che, la retta annuale, può costare anche 40mila dollari). La coda era lunga e molti venditori abusivi avevano colto l’occasione per aprire delle bancarelle dove proponevano gadget di ogni forma e colore per supportare la democratica.

L’attesa causata dalla coda all’ingresso è stata animata da un gruppo di studenti che hanno deciso di cercare la strada del martirio manifestando a gran voce, con tanto di slogan e cartelli, il loro sostegno a Donald Trump. Mi ha colpito particolarmente un ragazzo con uno striscione sul quale riportava la scritta “Bill Clinton violentò…” e il nome di una ragazza a me ignota. Questo avvenimento mi è rimasto impresso non solamente per il battibecco che il ragazzo ha suscitato, ma perché il suo cartellone confermava la mia impressione che spesso nella politica americana si perda il focus e l’argomento principale della contesa. Il cartello del sostenitore di Trump, vero o falso che fosse, era semplicemente “fuori tema” (come ci dicevano le maestre alle elementari), poiché Bill Clinton non è certo il candidato alla Casa Bianca. Che colpa ne ha sua moglie? La mia reazione, insomma, può essere riassunta dalla mitica risposta che Antonio Di Pietro dava a quasi tutte le osservazioni che i suoi rivali gli facevano, ossia “Ma che c’azzecca?!”.

Il discorso di Hillary è stato tagliente e puntuale: ha parlato di ambiente, argomento sul quale è facile attaccare Donald Trump (definito, dalla democratica, un “negazionista ambientale”). Il repubblicano infatti ha più volte sostenuto di non credere del riscaldamento globale. Sono in realtà tanti i sostenitori del GOP a considerare i problemi ecologici una sorta di complotto giudeo-massonico-comunista a discapito del mercato e della libertà (di inquinare, aggiungo io). La cultura ambientalista, va detto, non è particolarmente radicata nella società americana e non bisogna sorprendersi nel vedere  case deserte con luci e televisioni accese. Meritano però di essere ricordate alcune frasi di Clinton particolarmente improbabili, tra le quali “Io amo le infermiere!”, “Le aziende devono tornare a produrre e pagare le tasse in America” (che fine ha fatto il mito del libero mercato americano? Sotto elezioni Clinton si trasforma nella più accanita protezionista) e l’immancabile storytelling della necessità, per il mondo, di una guida degli Stati Uniti d’America. Ovazione generale e grida di giubilo.

A nulla è valso il premio Nobel per la pace, l’aver sfiorato di diventare presidente o gli anni di studi ambientali: il discorso di Al Gore è piombato, come il Titanic dopo aver colpito l’iceberg, nell’oceano del disinteresse. Terminato il discorso di Clinton, infatti, molti hanno iniziato a lasciare il palazzetto per non trovare traffico e solo i più accaniti sostenitori o nostalgici di quel novembre del 2000 in cui i repubblicani vinsero per 597 voti le elezioni sono rimasti ad ascoltare l’ormai sconsolato Al Gore. Egli, tuttavia, non sembra essersi impegnato troppo per coinvolgere il pubblico: ha proposto infatti un intervento abbastanza tecnico e tedioso. La folla davanti a lui è stata infiammata solamente quando si è sollecitato l’aspetto della partecipazione al voto, con la frase slogan “Ogni voto conta”, scandita più volte.

Pick up e groove per Tim Kaine

Tim Kaine con Pusha T a Miami
Tim Kaine con Pusha T a Miami

Di tutt’altra pasta è stato l’intervento di Tim Kaine. Era una giornata calda e nella piazzetta adibita a zona conferenza numerosi gelatai ambulanti e venditori di cibo da strada si erano accalcati per guadagnare qualcosa in più. Scelta poco fortunata, dato che c’era solamente qualche centinaio di ascoltatori giunti a seguire l’evento. La composizione degli oratori era eterogenea e alquanto bislacca, poiché, prima di Tim Kaine, hanno parlato un attore a me sconosciuto, che ha invitato “Miami a fare un po’ di rumore” (suscitando grandi gioie tra i presenti), un rapper a me sconosciuto, ma talmente sconosciuto che poco prima che parlasse gli avevo chiesto delle indicazioni riguardanti i bagni pubblici (dopo accurate ricerche posso affermare che si trattava di Pusha T), una giornalista radiofonica anch’ella sconosciuta ma particolarmente avvenente, che ha distribuito baci, autografi e selfie a coloro tra il pubblico che, a differenza mia, sapevano chi lei fosse, e una vecchietta di colore vestita con una giacca da cowgirl e un cappello dello stesso stile completamente ricoperto di brillantini argentati e una camicia dorata. Quest’ultima, oltre ad essere particolarmente prolissa, vestirsi male ed avere una voce abbastanza acuta da infastidire, doveva avere anche delle doti, poiché me la sarei trovata a parlare anche prima di Barack Obama (in quel frangente il look rimase uguale ma l’argento venne sostituito con un blu elettrico, manco a dirlo, brillantinato).

tim-klaine

Dopo questi interventi, è toccato al candidato vice presidente Tim Kaine il quale, però, non ha alzato di molto il livello. Il complesso della situazione, va detto, non lo aiutava: non so per quale motivo ma avevano deciso di organizzare tutti gli interventi utilizzando la parte posteriore di una jeep come palco e Tim Kaine, per non sfigurare, si era presentato con degli occhiali da sole degni del migliore John Travolta (compiendo tra l’altro un gesto che mi ha abbastanza sorpreso dato che gran parte degli esperti di comunicazione sconsiglia gli occhiali da sole poiché creano una sorte di barriera tra il parlante e l’ascoltatore). Il senatore della Virginia ha iniziato il suo discorso sostenendo, come fa Clinton, che i russi supportino Trump e sabotino i democratici. Ha continuato affermando che Trump sia un potenziale dittatore e sottolineando come lui di uomini forti se ne intenda poiché ha vissuto in Honduras sotto dittatura e ha visto quanto queste siano terribili. Va detto, per onore di cronaca, che la dittatura di cui stava parlando era quella di Policarpo Paz García e si fondava sull’appoggio economico e militare degli Stati Uniti. Non mi sembra tuttavia che i presenti abbiano colto la gaffe. Il candidato vice presidente ha anche accusato George W. Bush di essere stato la causa della crisi economica recente, compiendo, me lo si permetta, una forzatura storica. A questo e a tante invettive pseudo patriottiche sono state però aggiunte parole lodevoli riguardanti alcuni punti del programma di Clinton: ha sottolineato la necessità di accrescere la tutela dei diritti degli omosessuali e delle donne (solo il 19% tra deputati e senatori USA è donna. La classifica è guidata dal Rwanda, con 64%), quella di creare una registrazione unica e perpetua per il voto, così da arginare il fenomeno dell’astensionismo, il bisogno di aiutare le piccole e medie imprese e di diminuire le tasse scolastiche universitarie.

Obamers e acquazzoni per il Presidente

barack obama florida

Se siete stati al concerto di una grande rockstar, e avete assistito a tutte quelle scenette tipiche del fermento che precede l’inizio del concerto, l’incontro con altri sostenitori e appassionati, ma anche le code interminabili e i litigi con chi cerca di superare, allora potete capire che cosa può significare provare a seguire un comizio di Barack Obama a Miami Gardens. In quel frangente ho svolto l’attività di volontario, e ho dunque potuto seguire tutta la giornata. Alle 10 abbiamo iniziato a lavorare e si erano già delineati 300 metri di coda, quando l’intervento di Obama era previsto ben sei ore dopo, alle 16.00. Il lavoro che mi era stato assegnato era quello di controllare i biglietti di coloro che entravano, raccogliere i dati personali da riportare alla  polizia e fermare chi non aveva alcun titolo di ingresso. Tutta queste attività erano previste all’esterno dell’arena, ovviamente all’aperto e, insomma, avete già capito come è andata a finire: quella è stata una delle giornate più piovose che abbia mai visto, con un nubifragio torrenziale e violentissimo che ha smesso ed è ricominciato per tre volte nel corso di poche ore. L’area era presidiata da 50 poliziotti grandi grossi e, da come ho potuto appurare, poco socievoli. A questo vanno aggiunti i servizi segreti, che gestivano i controlli al metal detector e con cui dovevamo trattare noi volontari, una squadra che nelle settimane precedenti aveva controllato le case circostanti il perimetro, il servizio di sicurezza aereo, i volontari dell’Università che ci ospitava e, come ciliegina sulla torta, le guardie private del Presidente. La celebre frase di De Andrè “Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” potrebbe benissimo essere adattata alle suddette forze dell’ordine, in quanto ci hanno ripetutamente negato di prendere riparo dalla pioggia sotto le tettoie del palazzetto poiché quella era un’area oltre il metal detector e quindi non accessibile prima delle 13:00.

Il momento dell’apertura dei cancelli è stata senza ombra di dubbio una delle situazioni più surreali in cui mi sia mai trovato. Per qualche ora, il giorno precedente, era girata voce che nemmeno chi aveva il biglietto era sicuro di entrare vista l’enorme affluenza prevista. Di conseguenza, non appena abbiamo aperto le porte, si è scatenato l’inferno: almeno un migliaio di persone ha iniziato a correre verso le barricate metalliche per cercare di entrare, rischiando quasi di forzare l’ingresso e costringendo noi volontari (orfani dei corpi di polizia, i quali erano molto interessati all’incolumità del Presidente ma del tutto indifferenti alla sopravvivenza di chiunque altro) a tenere le barricate socchiuse e ad imporci per evitare che questa marea si riversasse contemporaneamente verso l’ingresso del palazzetto.

Insomma, il mio racconto del mio primo incontro con Barack Obama potrebbe finire qui: bagnato come un pulcino mentre cerco, invano di arginare una marea umana che nemmeno i Rolling Stones. La curiosità, tuttavia, era troppa: mi sono intrufolato dentro e ho provato a cogliere qualche battuta del discorso del primo presidente di colore nella storia degli States. Se dovessi riassumere quello che ho visto con un solo termine, userei carisma. Il Presidente è entrato in sala dopo che il pubblico era stato scaldato per più di un’ora e mezza (tra gli altri anche dalla vecchietta cowgirl di cui abbiamo parlato sopra e dall’inno americano con tanto di commozione dei presenti) e ogni suo gesto generava un’esplosione nella folla. Al suo ingresso, un boato simile a un gol allo stadio, un suo minimo movimento poteva far impazzire il pubblico. Sembrava di essere nella scena della messa dei Blues Brothers, più che a un comizio elettorale: Obama sorrideva a una porzione del pubblico e le persone in quella direzione iniziavano a gridare e scalpitare, Obama alzava il tono della voce rivendicando più giustizia e le signore nere iniziavano a cantare alzando le braccia al cielo. Obama faceva un cenno con la mano verso il pubblico e tutti i presenti iniziavano a scandire il suo nome. Il discorso si è concluso, ovviamente, con una standing ovation e minuti di applausi. Mentre stava lasciando la sala, passando a salutare i suoi sostenitori o meglio sarebbe dire fan, sono riuscito a stringergli la mano.

Barack Obama Miami Alessandro Maffei
Allego prova fotografica.

“Notti magiche” per gli haitiani

Mi sembra giusto chiudere questo articolo con una nota di colore tanto poco inerente, quanto straordinaria. Dopo la conferenza di Obama con l’intenzione di riprendermi dalla tempesta (atmosferica e non), sono andato a cena con il mio amico Piero, che viene da Haiti, e ho scoperto che in quel paese vi è una mezza adorazione per Edoardo Bennato. Tutto risale al Mondiale di Calcio di Italia ’90 quando il cantante napoletano scrisse, con Gianna Nannini, Notti Magiche. Questa canzone, ormai riposta dai più nei cassetti del ricordo, ha invece dato imperitura memoria per il suddetto Bennato in quel di Haiti. Tale onore non è toccato, per ignoti motivi, alla sua compagna Gianna Nannini. Egli viene tutt’oggi considerato una sorta di enfant prodige e il mio amico Piero sembrava così emozionato che non ho avuto cuore di dirgli che quel ragazzo, lo scorso 23 luglio, aveva compiuto 70 anni. Il mio amico mi ha raccontato che era tale la passione degli haitiani per quella canzone che, per supplire alla loro ignoranza sulla lingua italiana, continuavano tutt’oggi a cantarla con un testo scritto da loro in creolo. Inutile dirlo, Piero ha sentito il bisogno di condividere con me le sue doti canore e di cantarmene un estratto. Non appena finirò questo articolo mi metterò al lavoro per tradurre Notti Magiche in francese così che, a 26 anni di distanza, i caraibici possano finalmente capirne il testo. Quando l’ho detto al mio amico non sembrava stare più nella pelle. Quindi, caro Edoardo Bennato, se ci stai leggendo e ha avuto la pazienza di arrivare fino in fondo, e che ne dici di  fare una capatina ad Haiti, anche solo per fare un saluto? Sono sicuro che Piero e i suoi connazionali apprezzerebbero e, insomma, forse potrebbe addirittura raccontarci cosa si prova ad essere così amati. Un po’ come Barack Obama.

Alessandro Maffei

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