Kazimierz Deyna, il calcio polacco

Primo settembre 1989. San Diego. Notte.

Una BMW ha appena finito la sua corsa. Le strade sono ancora piene del suo rombo, le ruote ancora girano, all’aria, il botto ha fatto tremare le finestre dei palazzi più vicini. I soccorsi non offrono speranze, a bordo nessuno è sopravvissuto. L’autista era solo, ed è morto. Solo i documenti riveleranno chi era. La notizia si sparge, supera l’Atlantico, ed una intera nazione piange. La Polonia intera si spegne nel ricordo di Kazimierz Deyna, attore, militare, patriota, ma soprattutto il 10 della generazione dorata.

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Danzica, nel 1947, è un posto complicato. In realtà Danzica in qualsiasi momento precedente della Storia è un posto complicato. Tutti, negli ultimi centocinquanta anni, l’hanno voluta, e lei ha continuato a voler essere libera. Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il cui primo colpo è stato sparato proprio qui. Ora che i Tedeschi non ci sono più, i sovietici si danno al libero saccheggio, e molti fuggono, cercando riparo nelle campagne. A cinquanta chilometri dalle ceneri della città, a Starogard Gdansk, nasce Kazimierz.

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La trafila è abbastanza lineare, in realtà. Cresce nel club del paese e a diciott’anni va al Lodz, dove in sei mesi gioca una partita. Chissà se grazie a quella partita, ma viene chiamato dal Legia Varsavia. Nonostante sia il club della capitale, il Legia non più vantare tanti titoli. Sì, ha giocato finora tutte le edizioni della I Liga, la futura Ekstraklasa, ma ha vinto solo due edizioni. Il campionato è storicamente appannaggio del Ruch Chorzow, ma il Gornik Zabrze ha aperto il ciclo vincente che lo porta a vincere otto scudetti in dieci anni, intervallati proprio da una vittoria del Ruch e da un exploit del Bytom.

Kazimierz arriva, e viene schierato da Jaroslav Vejvoda, allenatore, al centro del campo, un po’ più arretrato rispetto agli esordi. E’ una illuminazione. Deyna amministra il gioco come se avesse dieci anni di più, serve i compagni con lanci millimetrici e segna pure. E’ una via di mezzo tra un trequartista ed un regista, ma poco importa dove giochi. Tutti i palloni passano da lui. Prima per volontà dei compagni, poi è lui stesso a pretenderlo. Alcuni storcono il naso, ma ha sempre il favore del risultato.

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Esordisce in Nazionale nel 1968, l’anno successivo vince lo scudetto con il Legia, prima di vincerne un secondo l’anno dopo. Il ciclo vincente della squadra si ferma lì. Dopo una galoppata verso la finale di Coppa dei Campioni, frenata solo in semifinale dal Feyenoord vincitore, il Legia non vince più. Certo, qualche coppa nazionale torna in bacheca, ma nessun campionato vede vincere la squadra dell’esercito. Eh già, perchè nell’emisfero Orientale le squadre sono per la maggior parte “sponsorizzate”, chi dall’esercito, chi dalla polizia, chi dai vigili del fuoco eccetera eccetera. Il Legia è la squadra dei militari, e chi vi gioca è a tutti gli effetti nell’esercito.

E’ in Nazionale che Kazimierz ottiene la consacrazione. Esattamente come in patria, lui è il 10, l’incarnazione stessa del numero magico. E la prima manifestazione in cui può dimostrarlo sono le insanguinate Olimpiadi di Monaco del 1972. Tre vittorie su tre partite nel girone con tre gol di Deyna sugli 11 complessivi. Il girone finale si apre con un pari contro la Danimarca, in cui Deyna segna, poi vittoria contro l’URSS ed il Marocco, entrambe con Kazimierz sul taccuino marcatori. La finale è contro l’Ungheria. Due a uno Polonia, con doppietta di Kazimierz Deyna.

Alla premiazione, la Polonia viene insignita dell’oro olimpico, mentre lui diventa capocannoniere dei giochi. Certo, vincere l’oro non è cosa da tutti i giorni, ma si sa, il calcio alle Olimpiadi non è lo sport principale. Al contrario, di li a due anni si giocheranno i Mondiali. Ecco dove la Polonia deve confermarsi grande.

Le Olimpiadi di Monaco avevano l’obiettivo di mostrare al mondo quanto la Germania fosse cambiata. Quindi niente polizia, solo volontari a presidiare il perimetro degli stadi e dei villaggi olimpici, tutti amici, nessun problema, tanta gioia. I terroristi palestinesi che stanno assaltando i quartieri israeliani vengono guardati con il sorriso dagli Olys, i volontari di sicurezza, ed addirittura aiutati ad entrare da altri atleti. Il giorno dopo la Germania si sveglierà nel sangue. Ecco, il Mondiale del 1974 serve alla Germania a far capire al mondo che non puoi fregare i Tedeschi. La polizia e l’esercito pattugliano città e stadi e controllano tutto e tutti.

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Solo due anni prima.

La Polonia di Kazimierz Gorski è uno squadrone. Ma di quelli forti. Tomaszewski tra i pali, Gut, Zmuda e Gorgon in difesa, Deyna a centrocampo, Lato, Szarmach e Gadocha in attacco. Viene selezionata in un girone difficile, insieme ad Italia ed Argentina, oltre che Haiti. 3 a 2 con l’Albiceleste, 7 a 0 con i caraibici e 2 a 1 contro la squadra di Re Cecconi e Chinaglia, con gol e assist di Deyna. Primi nel girone, ed Italia a casa.

Si qualifica per il girone di semifinale, insieme a Germania Ovest, padrona di casa rimasta scottata dalla sconfitta contro i fratelli dell’Est, Svezia e Jugoslavia. Altro girone di fuoco. All’ultima giornata, Germania e Polonia sono a punteggio pieno con quattro punti, due vittorie a testa contro le contendenti ormai eliminate. Ma nella partita decisiva, vince la Germania, che poi vincerà il Mondiale ai danni dell’Olanda di Crujff. Alla Polonia resta la finalina, che vince contro il Brasile. Deyna in totale segna tre reti, con Lato che ne segna 7 (capocannoniere) e Szarmach 5. Pelè, a cui chiederanno chi sia stato il miglior giocatore, indicherà lui. In un Mondiale dove hanno giocato, tra gli altri, Crujff, Muller, Beckenbauer, Neeskens, Rivelino, Breitner,e tanti, ma veramente tanti, altri. In due anni, i polacchi hanno vinto l’oro olimpico ed il bronzo mondiale. E non è finita.

Al Legia arrivano le chiamate del Real Madrid e del Monaco. In persona, il principe Ranieri si interessa della faccenda. Ma Deyna non può partire, nonostante arrivi pure terzo al Pallone d’Oro di quell’anno. Non avendo ancora compiuto i trent’anni, deve chiedere il permesso per espatriare, ma dato che è un tenente dell’esercito (gioca nel Legia, ricordate?) gli viene negato. E’ costretto a rimanere al di là della cortina di ferro. Le uniche occasioni che gli rimangono per farsi ammirare, sono in Nazionale.

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Olimpiadi 1976 in Canada. La Polonia passa il girone da prima, non senza qualche difficoltà organizzativa causata dall’astensione delle squadre africane. Sul suo cammino poi trova la Corea del Nord, battuta con un sonoro 5 a 0, ed il Brasile in semifinale, sconfitto con due reti di Szarmach. In finale c’è la Germania Est, che per essere lì ha buttato fuori URSS e Francia. Lì probabilmente si inceppa il meccanismo della Polonia. La parabola inizia a scendere, proprio nel momento in cui non avrebbe dovuto. I tedeschi orientali vincono tre a uno. Deyna deve tornare a casa con un argento olimpico.

Il Mondiale 1978 potrebbe essere l’ultima occasione, ma come abbiamo detto la parabola va giù. Il girone iniziale è facile, e la Polonia passa, ma esce contro Brasile ed Argentina, senza arrivare a medaglia. La generazione d’oro polacca ha ormai trent’anni, è finito il suo momento.

Con il compimento dei trent’anni, Deyna può espatriare. Scelgie l’Inghilterra, in particolare il Manchester City, da cui viene comprato per 110mila sterline ed uno stock di mobili. Scelta strana, dato che i Citizens in quel momento vivacchiano in Premier da una salvezza ad un’altra, con qualche raro exploit. Ci resta tre anni, gioca tra un infortunio e l’altro. Nella sua prima stagione riesce a giocare solo otto gare, segnando però sette reti.

Con il 1981 arriva la chiamata da oltre oceano. In quel momento è il giocatore polacco più noto, secondo i più il giocatore polacco più forte. E viene scritturato come attore per “Fuga per la vittoria”, insieme a Pelè, Bobby Moore, Sylvester Stallone e Michael Caine. Arriva un bel gruzzoletto, e contemporaneamente viene comprato dai San Diego Sockers. Rimane sei stagioni, giocando bene e segnando tanto. Arrivano anche contratti con sponsor importanti, ma la sua vita calcistica si sta avviando alla fine. Sparisce dai radar della Nazionale, in patria si ricordano di lui con nostalgia, mentre guardano a Boniek come il miglior giocatore polacco di sempre.

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In piedi: Osman, van Himst, Summerbee, Stallone, Wark, Deyna, Lindsted. In ginocchio: Thoresen, Ardiles, Caine, Pelè, Moore, Prins

A quarant’anni lascia i Sockers per i Legends, preferendo rimanere a San Diego. Sarà la sua ultima squadra. A quarantadue anni muore in un incidente d’auto, per le strade della sua città. Poco importa in quel momento che abbia abbandonato la Polonia. Poco importa che sia ormai un giocatore finito. Poco importa di qualsiasi cosa. Negli occhi di ogni cittadino polacco in quel momento ci sono i due gol segnati contro l’Ungheria per la finale olimpica. Quello è Kazimierz Deyna.

Marco Pasquariello

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