giovanni lo porto

Te lo ricordi Giovanni Lo Porto?

Giovanni Lo Porto è un giovane siciliano. Per la famiglia e gli amici è Giancarlo, chissà perché. Giovanni ha studiato a Londra e ha girato il mondo. Giovanni non riesce a stare né zitto né fermo di fronte alle ingiustizie. Un terremoto ad Haiti? Un’alluvione in Pakistan? Giovanni è lì, pronto a mettere tutte le sue competenze a disposizione di chi ha bisogno. Del, resto è (anche) questo il lavoro del cooperante. Giovanni Lo Porto è uno di quelli bravi, forse uno dei più sfortunati.

giovanni lo porto cooperante

Giovanni Lo Porto, un nome che forse non vi dirà nulla, non c’è più: è stato ucciso nel gennaio 2015 nel corso di un’operazione “anti-terrorismo” dell’esercito statunitense. L’obiettivo del drone USA era un compound di Al Qaeda nell’area di confine tra Pakistan e Afghanistan, invece ha colpito una zona dove il cooperante siciliano era trattenuto insieme ad altri ostaggi  probabilmente dell’organizzazione terroristica. Così è morto, la prima volta, Giovanni Lo Porto. Ma il giovane muore ancora, ogni giorno, ogni volta in cui le autorità non rispondono alle audizioni della famiglia, ogni volta che non si racconta la sua storia, ogni volta che una morte ingiusta rimane senza un perché.

Era il 19 gennaio 2012, una violenta inondazione aveva messo in ginocchio una parte del Pakistan. Lo Porto si trovava a Multan, nella provincia centro-occidentale del Punjab. Vi era tornato da meno di 24 ore per lavorare con l’associazione tedesca Welthehungerhilfe a sostegno della popolazione locale colpita da un terremoto seguito da un’alluvione. Erano migliaia le famiglie senza più una casa. E proprio accanto a queste famiglie si trovava quella sera di gennaio quando il cooperante è stato prelevato in strada, insieme al collega Bernd Muehlenbeck (poi liberato in Afghanistan). Ostaggio di Al Qaeda (probabilmente) per circa due anni, in tutto questo periodo di tempo la famiglia, gli amici, i colleghi di una vita hanno continuato incessantemente a chiedere notizie sulle sorti di Lo Porto, ma nessun contatto è stato possibile, almeno fino all’annuncio ufficiale: è il 23 aprile 2015 e il presidente degli Stati Uniti annuncia che Giovanni è stato ucciso. Non da Al Qaeda, non da una malattia, non da qualche altro “nemico”, ma da un drone statunitense, “per errore”.

Obama annuncia la porte di Giovanni Lo Porto

“Non ci sono parole per esprimere in modo adeguato il nostro dolore per questa terribile tragedia” ha dichiarato Barack Obama durante una conferenza stampa. “A nome degli Stati Uniti chiedo scusa a tutte le famiglie coinvolte. Come presidente e comandante in capo mi assumo la responsabilità di tutte le operazioni antiterrorismo, compresa questa.” Nella stessa occasione il presidente USA aveva promesso che tutti i documenti sull’attacco sarebbero stati resi pubblici per rendere giustizia a Lo Porto e alla seconda vittima civile del drone attack, il medico americano Warren Weinstein, prigioniero dal 2011. Così non è stato.

Giovanni Lo Porto è morto il 15 gennaio 2015, perché aspettare fino ad aprile per informare la famiglia? Se l’intelligence sostiene di essere stata all’oscuro del fatto che Lo Porto si trovava lì, perché è stato possibile identificare il corpo del cooperante senza il test del DNA? Se era nota la posizione di un compound di Al Qaeda, perché non è stato possibile liberare gli ostaggi? Se è stato l’esercito USA ad uccidere Giovanni, perché Roma non ha mai richiesto che la verità e le responsabilità venissero a galla? Perché nessuno ha pagato? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che rimangono senza risposta e che vengono sollevati quotidianamente da chi è deciso a non mollare la presa su questa vicenda. Lascia sconcertati che ad occuparsi della ricerca della verità e della giustizia debba essere una famiglia già colpita duramente. Purtroppo non è né il primo né l’ultimo caso, basti pensare alla battaglia portata avanti dalla famiglia Regeni.

Il governo italiano non sembra aver mosso un dito. D’altronde la controparte statunitense ha eseguito una donazione di 1 milione e 158 mila euro alla famiglia “in memoria di Giovanni Lo Porto”. Non un risarcimento con valore giuridico, ma un semplice pacco di dollari recapitato ai Lo Porto che ha il sapore di un punto fermo alla fine della storia, che riduce ancor di più le possibilità di scoprire cosa è successo davvero. È la prima volta che si ha notizia di una donazione del genere ai familiari una vittima “collaterale” della guerra dei droni. In teoria si tratta di una strategia di guerra “chirurgica” che dovrebbe permettere di colpire solamente gli obiettivi sensibili, in pratica durante questi anni sono molti i civili che hanno perso la vita durante un “signature strike”.

“Ormai sembra essere passato il concetto che la guerra fatta con i droni non sia proprio una guerra, ma un’offensiva asettica, quasi da videogame. Non è così. Le vittime sono reali, e sono molte”, commenta Margherita Romanelli, policy advisor di GVC e amica di Lo Porto, che aveva lavorato ad Haiti per l’ong bolognese. Secondo quanto reso noto dall’organizzazione britannica Reprieve, per esempio, dall’inizio della drone war hanno perso la vita più di 4.000 civili, persone normali che già vivevano in una situazione precaria e rischiosa.

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Il ricordo di Giovanni Lo Porto durante le premiazioni della decima edizione del Terra di Tutti Film Festival di Bologna

Solo la memoria e la società civile possono restituire a Giovanni una briciola di giustizia. Anche il Terra di Tutti Film Festival fa la sua parte, per il secondo anno consecutivo infatti ha deciso di consegnare il “Premio Lo Porto” a un film o documentario che abbia lo scopo di valorizzare gli sforzi eroici e la resistenza di uomini e donne che non arretrano di fronte a violenza e oppressione, ma che promuovono valori come la solidarietà e il rispetto dei diritti umani, di pace e libertà. L’assegnazione del premio a Nevertheless, Al Quds è un’occasione per presentare in anteprima alcuni frammenti del documentario che il regista Costantino Margiotta ha scelto di dedicare all’intera vicenda. Non solo: di fronte alla platea del Festival, è il ricordo a salire sul palco. Il ricordo commosso di un collega perso anzitempo in maniera ingiusta. Il ricordo di un uomo mosso da grandi ideali e solide competenze. Il ricordo dell’assordante silenzio tombale che avvolge l’intera vicenda. “La speranza, commenta la Presidente di GVC onlus Dina Taddia, è che la verità venga fuori, perché ormai c’è solo quello che possiamo sperare, che venga la verità”.

Angela Caporale

@puntoevirgola_

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