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Dolan Anyways

Dolan Anyways: ogni storia di Dolan è una storia di un assassinio

Che sia (stato) un enfant prodige, pure un po’ terrible, lo sanno tutti, ormai. Che sia canadese, così glamour da stare in una copertina di Vogue e su una campagna di Louis Vuitton, abilissimo a raccontarsi sui social, pure.

Il cinema di Dolan, approdato solo parzialmente sui nostri schermi con uno scarto di qualche anno (a parte Mommy, uscito nel dicembre del 2014, quest’estate si sono visti, rispettivamente con tre e quattro anni di ritardo, Tom à la ferme e Laurence Anyways), è un cinema fatto di donne, respinte e desiderate, siano esse madri, o compagne o rivali.

Nulla di più semplice, freudianamente parlando, per un regista dichiaratamente gay.

La questione per chi scrive è ben più complessa per essere ridotta al melò, all’estetica o al citazionismo di cui il suo cinema è pieno: innanzitutto, le origini e il contesto in cui Dolan vive e filma, contano. Di pari passo, ogni sua storia è la storia di un omicidio, o meglio, di matricidio.

Politica, letteratura e cinema ai tempi della rivoluzione in Quebec (quale rivoluzione?)

Dolan nasce a Montreal, capitale del Quebec canadese, che, per chi non lo sapesse, da regione fortemente cattolicizzata e sostanzialmente sottosviluppata economicamente, negli anni ’60 è passata a un progressismo liberal di stampo europeo (con la nascita del welfare state, la nazionalizzazione di banche e aziende e dell’energia elettrica).

Ciò che però si è mantenuto, nonostante e a causa delle trasformazioni economiche, è il carattere maschilista della società quebecoise, il cui progetto di “rivoluzione” (la quiet revolution) ha coinvolto istituzioni e processi dal carattere maschile (Joane Nagel, sociologa americana esperta in tematiche come sessualità e rapporto con il potere, ne ha scritto in un saggio pubblicato nel 2010). Il liberalismo del nuovo Quebec assumeva un sapore generico, senza coinvolgere concetti come “pluralismo” e “tolleranza” soprattutto riguardo l’identità sessuale e di genere.

Per contro, nel decennio fra il 1970 e il 1980, una grossa parte della produzione letteraria nazionale è in mano alle femministe, impegnate a sottolineare l’oppressione della donna come soggetto politico e umano: France Théoret, Madeleine Gagnon, Nicole Brassard sono nomi misconosciuti da noi, ma importantissimi per l’identità letteraria del Quebec. Il movimento femminista ha dunque contribuito in modo fondamentale a scalzare la base patriarcale della società quebecquoise, cioè la visione della donna al centro nel progetto nazionalista solo in funzione del suo ruolo riproduttivo.

In questo contesto storico, la questione dell’identità di genere, e dell’omosessualità, è naturalmente un fanalino di coda. Sia sul piano politico che sociale ha rappresentato una debolezza fino in tempi recenti. C’è un certo cinema di genere, il New Queer Cinema, che nasce negli anni ’90 da una definizione coniata dalla giornalista del NY Times B. Ruby Rich e conta nomi come Gus Van Sant, Todd Haynes, Gregg Araki e film di culto, come My own private Idaho interpretato da River Phoenix, scomparso tragicamente, questo per quanto riguarda l’humus cinematografico americano, mentre parlando del Canada, Jean Marc Vallè e il suo C.R.A.Z.Y (2005), candidato a Venezia, ha raccontato di adolescenze turbolente e ricerca di identità sessuale nel Quebec a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.

Che Dolan faccia parte di questo scenario, è tema di dibattito per esponenti LGBT e critici cinematografici: il suo essere gay e l’ interpretare personaggi omosessuali in conflitto con figure femminili ne fanno sicuramente un regista schierato – ma le implicazioni stilistiche possono essere lasciate fuori, quando è il contesto del Quebec, ancora parzialmente maschilista, a fare di Dolan un regista che sdogana. Sdogana cosa? L’omosessualità, certamente, ma non è il primo. È il femminile, quello a essere messo in risalto.

femen quebec
Una protesta FEMEN in Quebec, aprile 2015

Il primo omicidio di Dolan: J’ai tué ma mere

La prima nota evidente, è che il nucleo famigliare nel film di Dolan è sempre una sfida al modello dominante: è un nucleo decostruito, con una madre single, o vedova, spesso precaria economicamente.

Nella scena iniziale, c’è la bocca impastata di formaggio di Chantal, che lecca le dita per pulirle, e lo sguardo schifato di Hubert.

Non lo so cos’è successo. Quando ero piccolo, ci amavamo. La amavo, la potevo guardare, le potevo dire ciao. Non posso essere suo figlio. Avrei potuto essere il figlio di qualsiasi altro, ma non il suo.”

J’ai tué ma mere (che Dolan girò a 19 anni) è un titolo che non ha bisogno di spiegazioni: Hubert (lo stesso Xavier) e Chantal si detestano come solo un figlio adolescente fresco di scoperta sessuale e una madre single, vagamente spiantata e divorata dai sensi di colpa per l’indisciplina del figlio, potrebbero fare. Il padre, assente, compare solo per rimproverare Chantal per la cattiva educazione del figlio. Hubert rifiuta Chantal perché simbolo dell’autorità e della castrazione, in una società dove già è difficile farsi accettare per la propria identità sessuale – altra nota caratteristica è che la mise en scene in Dolan è sempre anacronistica, J’ai tué ma mère è ambientato negli anni ’80 – ed è lì che si compie l’omicidio di Chantal.

Dolan Anyways, o il maschio sbagliato

Un uomo, capelli castani lunghi e tailleur verde, un solo orecchino pendente a destra, attraversa su un paio di decolleté il corridoio affollato di una scuola: passa in mezzo a due file di armadietti, a cui sono appoggiati una serie di adolescenti, vestiti anni ’80, che chiacchierano e osservano, alcuni indifferenti, altri maliziosi, il prof. Laurence Alia. Arrivato alla mensa, un collega strizza l’occhio solidale e gli chiede come va. “C’est une revolte”, dice. “Non, c’est une revolution”, risponde Laurence, sottofondo un pezzo techno ballabile.

Il terzo film di Xavier Dolàn è quello più rivoluzionario di tutti: in primis, politicamente, poi esteticamente, è un trionfo di tutto quello che stilisticamente ha fatto la fortuna del regista: slow motion, switch temporali, schermo quadrato, estetica da videoclip, colonna sonora ultra pop.

Laurence ha 35 anni, è felicemente convivente con Suzanne – ridono, bevono, fanno l’amore, lei regista lui professore-scrittore, sono visibilmente gioiosi e goderecci, fino a che un giorno Laurence non decide di diventare quello che ha sempre sentito di essere, una donna. I sentimenti per Susanne non cambiano e Susanne accetta la più impossibile delle sfide: rimane con lui.

Laurence Anyways è il tentativo più compiuto di uccidere la cultura patriarcale: qua, a morire, è addirittura il sesso sbagliato nel corpo sbagliato.

Dolan naked
Xavier Dolan

Il rifiuto del mascolino, come rifiuto non solo di un’identità imposta naturalmente ma anche politicamente (è il maschio che regge le sorti della società) destabilizza lo status quo degli affetti di Laurence: la storia con Susanne vive di conflitti, interruzioni e un finale tentativo di ripresa – forse una delle scene più intense, sottolineata da una color correction così satura da abbagliare, la coppia separata da tempo decide di riprovarci fuggendo su un’isola innevata, musica dei Moderat e slow motion dei due che camminano sotto una pioggia, letteralmente, di vestiti vintage.

Non può mancare, anche qui, una madre: borghese e anaffettiva, rifiuta il cambiamento di Laurence per preservare lo status quo della famiglia – di cui lei è l’unico rappresentante senziente perché il padre, malato, non c’è – fino a un ultimo tentativo di riconciliazione.

Non ti ho mai visto come mio figlio, ma ti vedo come mia figlia”

Le relazioni nel cinema di Dolan sono tutte, intrinsecamente, conflittuali: i conflitti madre-figlio, l’accettazione dell’omosessualità, addirittura la rivoluzione transessuale sono visti come necessari, sani conflitti, in una società contemporanea rovesciata, dove il desiderio di vivere la vita coerentemente a se stessi è visto come patologico.

Chiara Tripaldi

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