germania anniversario

Cara Germania, ti scrivo

Cara Germania,
il 3 ottobre di 26 anni fa, dopo quarant’anni, tornasti ad essere unita. Quel giorno la Repubblica Democratica Tedesca cessò di esistere e i suoi territori confluirono nella Repubblica Federale. Io ero piccolo, troppo piccolo, per avere ricordi di quel giorno. La storia della tua riunificazione l’ho letta sui libri, l’ho ascoltata dalle voci di chi aveva vissuto lì durante la guerra fredda e che, anni dopo, guardava con interesse e gioia alla fine di una divisione tanto odiosa quanto artificiale. Per quanto fossi piccolo e non possa avere ricordi di quel giorno, sento forte l’importanza di questo anniversario e ci tengo a farti i miei più sinceri auguri.

Quel giorno non cambiò solo la tua storia. Cambiò la storia di tutta l’Europa. Di quell’Europa a cui la mia generazione è tanto legata. Quell’Europa senza confini che noi – nati e cresciuti dopo il Muro – diamo per scontata. Quell’Europa è anche merito tuo. Non solo perché fosti tu tra le prime a volerla e a crearla, ma soprattutto perché quel giorno del 1990, grazie alla fine dell’odiosa e artificiale divisione, l’idea di un’Europa unita e senza confini si fece più concreta.
In quest’Europa noi Millennials (così hanno deciso di chiamarci) ci stiamo formando e stiamo creando il nostro futuro in un modo che sarebbe stato impossibile per i nostri genitori. In quest’Europa noi viaggiamo, studiamo, incontriamo nuovi amici, incontriamo nuovi amori.
Per questo e per tanto altro oggi ti scrivo ringraziando di cuore te e il tuo popolo che 26 anni fa aggiunse un tassello tanto importante a questa splendida idea che è l’Europa unita.

Eppure, cara Germania, questa splendida idea oggi sembra più lontana di quanto lo fosse dieci anni fa. È paradossale: l’Europa unita e senza confini sembra interessare solo noi che ce la siamo trovata lì, bella e pronta, che non abbiamo dovuto lottare per averla. Quelli che l’hanno creata ormai sembrano aver perso ogni interesse, sembrano pronti a rialzare muri (interni ed esterni) e ad interessarsi solo di ciò che accade nel cortile di casa loro. Io no, io ci credo ancora. Ma non posso non ascoltare le voci di chi è deluso da questa esperienza, di chi vuole tornare a contare in casa propria, di chi se ne fotte di quello che ci chiede l’Europa e vuole tornare a decidere per sé.

Ascoltandoli, cara Germania, mi sono reso conto che molti di loro incolpano te per la forma che ha preso la nuova Europa. Dicono che l’idea era bella, per carità, ma che non è rimasto nulla di quell’Europa che doveva decidere insieme, in cui ogni stato e ogni popolo aveva la stessa dignità e gli stessi diritti e doveri. Oggi – dicono loro – sei tu che fai il buono e il cattivo tempo e per sapere quanti profughi dobbiamo ospitare, quanto latte possiamo produrre e quanti soldi possiamo spendere dobbiamo rivolgerci a te.
Germania, tu lo sai, io ti voglio bene – come potrei non volertene? – ma a ben vedere quelli che ti criticano non hanno tutti i torti.
La tua superiorità economica è indiscutibile. Grazie alla qualità dei tuoi governi e – soprattutto – al duro lavoro del tuo popolo, sei riuscita a liberarti dal senso di colpa del tuo passato, a superare le insidie della riunificazione e ad inserire i nuovi arrivati dell’est in quel sistema-paese basato sulla disciplina finanziaria, sull’impegno nella produzione e sulla partecipazione politica. Tutto ciò ti ha portata a diventare, nel giro di pochi anni, la più forte potenza europea e la quarta a livello mondiale.
Quando hai preso consapevolezza della netta superiorità economica e politica, però, hai iniziato a perdere di vista quella splendida idea che era l’Europa unita, fatta di stati e popoli tutti con la stessa dignità e gli stessi diritti e doveri. Da subito hai iniziato a dare segnali che non avevi intenzione di ricoprire lo stesso ruolo degli altri stati dell’Unione. Ma fu con la crisi del 2008 che la cosa divenne evidente. La crisi dell’Eurozona e la debolezza di alcuni dei suoi membri, soprattutto quelli del sud, mettevano in pericolo la ricchezza e il benessere del tuo popolo così decidesti di approfittare del tuo potere per imporre la tua leadership.

Ora, cara Germania, sia chiaro, non è l’iniziativa che sto criticando ma le modalità con cui hai agito. Quando il mio paese, come altri, sembrava sull’orlo del fallimento, io speravo che tu intervenissi in nome delle nostre radici comuni, della nostra amicizia, ma soprattutto in nome di quella splendida idea che è l’Europa unita. Speravo intervenissi dicendo: “i nostri amici sono in difficoltà e io, forte della mia ricchezza, ho il dovere di intervenire per aiutarli”. Invece non lo hai fatto. Sei intervenuta, ti sei imposta come leader ma hai approfittato della debolezza di noi altri per imporre le tue idee e le tue politiche senza tener conto delle nostre necessità e delle ripercussioni che quelle idee e quelle politiche avrebbero avuto sulle nostre vite. I più maligni dicono che lo hai fatto consapevolmente, per rafforzare la tua posizione e distruggere potenziali concorrenti. Io voglio pensare che il tuo sia stato solo un errore di valutazione. Eppure resta il fatto che ti sei sostituita alle istituzioni europee (che nel migliore dei casi confermavano le tue decisioni, nel peggiore tacevano) imponendo quelle odiose politiche di austerity che hanno paralizzato il nostro sistema economico facendo aumentare la disoccupazione e il malessere sociale. Illustri economisti ti avvertirono: “l’austerity in sé, senza precise politiche di sviluppo, non serve a niente e anzi è dannosa”. Ma tu no, convinta delle tue idee non hai cambiato rotta. Ci dicevi che il risanamento dei conti pubblici doveva essere la priorità, che non potevamo spendere soldi in investimenti, pensioni, scuola e sanità senza rientrare prima in determinati parametri (che, te lo dico con affetto, mi sembrano fissati a caso). Ce lo dicevi come se la crisi fosse dovuta solo a cause domestiche e non anche alle criticità del sistema economico internazionale. E a noi italiani è andata pure bene. Alla Grecia hai imposto politiche tanto restrittive che sembravano quasi punitive.

Immagino già le tue obiezioni: “io non ero sola in tutta questa storia. Con me c’erano altri paesi del nord preoccupati dalla situazione giù al sud e che dovevano salvaguardare loro stessi”. Già, è vero. Con te c’erano Danimarca, Svezia, Finlandia e gli altri paladini dei conti in pareggio. E con loro hai agito immaginando una Europa a due facce. Fatta di paesi di serie A – rigorosi e laboriosi – (con il dovere di guidare, spiegare e, se necessario, imporre) e paesi di serie B – discoli e pigri – dove al massimo si poteva andare a mare d’estate.

Questo disegno, mia cara Germania, è l’estremo opposto di quell’idea di Europa unita che tu hai contribuito a creare e per cui, all’inizio di questa lettera, ti ho tanto ringraziato.

Il modo in cui agisci e in cui ti imponi è uno dei motivi per cui siamo rimasti in pochi ad amare l’Europa. La Gran Bretagna se n’è già andata e in tutti i paesi dell’Unione si rafforzano nazionalismi e antieuropeismo. Conquistano voti quei partiti che, qualora arrivassero al governo, proporrebbero la fuoriuscita dall’Unione.
L’Europa, come l’avevano sognata i nostri nonni, sembra non esistere più.
Sia chiaro, non è solo colpa tua. Bisogna ammettere che spesso, intimoriti, ti abbiamo lasciata fare. Non abbiamo detto la nostra e ci siamo lasciati trasportare dalla dolce corrente tedesca. Ma il vaso è ormai colmo e ho la sensazione che basterà un ulteriore passo falso a far saltar tutto.

Non voglio dirti cosa dovresti fare. Tanti, più autorevoli di me, lo fanno da tempo. Né voglio continuare a tediarti con le mie considerazioni. In fondo è la tua festa ed è giusto che te la goda. Spero, comunque, che nel prossimo futuro saprai diventare quella Germania europeista che tutti noi sogniamo. Una leader che sappia dare la giusta direzione ma senza imporsi. Che sappia sfruttare le differenze che ci sono tra te e noi altri. Quelle differenze che, se tutto andrà per il meglio, saranno il punto di forza dell’Europa di domani.
Ancora tanti auguri, cara Germania.
Con affetto,

Mario Messina

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