Scusate, ma non riesco a parlare di Grillo

Il protagonista della settimana politica italiana appena conclusa è indubbiamente il Movimento 5 Stelle, dapprima con la rinuncia alla candidatura olimpica di Roma, poi con la pirotecnica esibizione di Beppe Grillo alla Festa Nazionale del Movimento, a Palermo.

Ora, devo premettere la mia enorme difficoltà ad occuparmi delle alterne fortune dei pentastellati.

Viviamo in un clima politico sempre più polarizzato ai margini dell’inedita frattura sistema/anti-sistema o, in altri termini, politica/anti-politica. Da un lato sta, con il suo carico di colpe e qualche merito, il sistema politico-istituzionale che ha guidato i paesi occidentali fino ad oggi; dall’altro montano la sfiducia, il disagio sociale e la rabbia di una vasta fetta di popolazione che di quel sistema si percepisce (chi a torto, chi a ragione) vittima. Un fenomeno globale e travolgente tagliato con l’accetta in poche righe, ne sono consapevole e chiedo venia.
Ma in un simile contesto, comprenderete l’imbarazzo del sottoscritto nel proporre osservazioni e critiche (politiche) rispetto a comportamenti ed atteggiamenti di un movimento che si fa vanto del discostarsi il più possibile tutto ciò che è identificato come “politico”. C’è un problema di linguaggio, di incomunicabilità tra due campi che dalla reciproca ed orgogliosa distanza fanno vanto. O magari non c’è, ma lo percepisco.

Fatta la prima premessa, ecco la seconda, che è anche un consiglio di lettura.
Lunedì Il Sole 24 Ore ha proposto in traduzione italiana un articolo edito dal Financial Times, a firma dell’economista Wolfgang Münchau, originariamente intitolato “Scare stories will not stop populist insurrections”.

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La firma tedesca concentra le sue argomentazioni su quattro punti.
Uno, la nuova frattura ha mobilitato ampie fasce di elettori fino a poco tempo fa estranee alla contesa, dunque – avvertimento ai sondaggisti – prevedere risultati a partire dalle tradizionali dinamiche di voto, pare rischioso.
Due, combattere il populismo con le argomentazioni di sempre (delle quali alcune anche giuste, altre invece terribilmente colpevoli) è controproducente: il campo anti-sistema si dimostra, comprensibilmente, refrattario.
Tre, offendere gli elettori avversari (à la Hillary Clinton) non porta bene, e ci mancherebbe altro; ma anche accusarli di compiere scelte irrazionali, dettate da ignoranza, mosse dai più bassi istinti – in altri termini accusare un populista di essere populista – non funziona.
Quattro, pensare di spaventare elettori anti-sistema evidenziando le terribili ripercussioni che una loro vittoria avrebbe sul sistema è un controsenso logico; cito: “se il reddito dell’elettore mediano è in stagnazione da oltre un decennio, è difficile che si faccia spaventare dalla minaccia di una recessione”. Chi ha detto David Cameron?

Non c’è solo un problema di linguaggio, dunque, ma anche di strumenti per affrontare l’antipolitica, che non possono certamente essere le scorciatoie evidenziate da Munchau. Sembra chiaro che debbano essere rimosse le cause di disagio sociale ed economico da cui attinge il populismo, più complesso è concretizzare questo proposito. Serve volontà, credibilità e visione politica. E molte delle forze politiche “di sistema” mancano di tali requisiti, in parte o in toto. E servirebbe riuscire a far comprendere un’operazione che avrebbe i tempi e i modi della politica ad una platea che la politica la rifiuta.

L’ho presa larga, ma ora torno alla settimana del Movimento 5 Stelle e alla frustrazione del sottoscritto nel guardarla con occhi “politici”.

Per usare i termini dei cronisti, sabato scorso a Palermo Beppe Grillo si è pubblicamente “ripreso il Movimento”, proclamandosene capo politico e rinnegando il cosiddetto “passo di lato” fatto un anno fa ad Imola, cui “non ci ho mai proprio veramente creduto”.

M5S: STRISCIONE VICINO AD ABITAZIONE GRILLO, 'GRAZIE BEPPE'
A far da corollario ad una svolta che svolta non è, la messa in votazione online del nuovo regolamento disciplinare del movimento, dal valore retroattivo, che arroga il potere di espulsione a tre parlamentari proposti da Grillo e votati dalla rete (e non più alla rete direttamente), che individua un comitato d’appello (tre membri, nominati da iscritti e direttivo), e che conferisce a Grillo stesso la facoltà di offrire la grazia.
“In due giorni, dall’uno vale uno siamo passati al capo politico, al passaggio dinastico e a regole ad personam per far fuori i non allineati”, così ha commentato il sindaco di Parma Pizzarotti, da tempo ai margini del Movimento di cui era stato primo alfiere. D’altronde, si tratta dello stesso movimento che fa sottoscrivere ai propri candidati romani un contratto che prevede sanzioni fino a 150mila euro (per danno di immagine), e che “Le proposte di atti di alta amministrazione, e le questioni giuridicamente complesse verranno preventivamente sottoposte a parere tecnico legale a cura dello staff coordinato dai garanti del M5S”.

Al mio sguardo, forse troppo “politico”, si riconferma un problema enorme di democrazia interna che va ben oltre la personalizzazione e i leaderismi vari diffusi anche negli altri schieramenti. Ma presso i simpatizzanti del Movimento, indubbiamente rispettabili, questo argomento esercita ben poca presa: le esigenze e i motivi (in parte comprensibili) che li hanno spinti verso i pentastellati sono più forti. E a poco vale citare l’articolo 49 della Costituzione ed il “metodo democratico” richiesto ai partiti. Viene ribattuto, anzi, che “allora Renzi, da chi è stato eletto?”, dimenticando che, per quanto cattivo possa essere il giudizio nei confronti del premier, egli è stato nominato Presidente del Consiglio dalla Camere in ossequio ai dettami costituzionali, dopo essere divenuto segretario di partito tramite congresso e primarie (per quanto imperfetto sia questo strumento).
Ma anche questa contro-argomentazione è “politica” e in qualche misura rigettata.

Festa nazionale del Movimeto 5 Stelle a Palermo, secondo giorno

Veniamo a Roma.
Non ci dilunghiamo sulla gestione della questione Giunta (dal caso Muraro all’introvabile Assessore al bilancio), che rivela certamente la grande complessità della situazione amministrativa di Roma – di cui Virginia Raggi non ha colpe, ma che, al contempo, getta ombre inquietanti sui luoghi e i metodi di decisione.
Ha fatto scalpore la rinuncia alla candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi 2024. Per quanto riguarda The Bottom Up, ci eravamo già soffermati in occasione dei Giochi di Rio sulla dubbia sostenibilità economica di tale evento: se anche il Campidoglio si è defilato per questo motivo, la scelta non deve far gridare allo scandalo né provocare certe eccessive drammatizzazioni levatesi dai sostenitori dell’avventura a cinque cerchi.
Le questioni, piuttosto, sono altre.

In primis: il No alle Olimpiadi dove è stato deciso? Chiaro, l’orientamento di Virginia Raggi era intuibile già prima del voto, ma certe aperture – evidentemente a fine elettorale – di cui si trova traccia tuttora in rete e le posizioni possibiliste di alcuni assessori, a partire dal titolare dell’urbanistica Berdini, sembravano aver aperto qualche nuovo spiraglio. Poi, nel pieno della crisi Muraro, prima il Direttorio poi Beppe Grillo stesso hanno sancito perentoriamente il No. E’ stata tarpata una discussione? Magari no, ma la scure calata da Genova su Roma si presta a simili fraintendimenti e culmina un’intera gestione della vicenda che si è macchiata di poco rispetto istituzionale (in primis nei confronti del sindaco stesso).
Ma questa è un’argomentazione politica.

Secondo: mentre è pienamente legittima una rinuncia data da una valutazione negativa di costi e benefici, risulta difficile accettare la motivazione latente per cui grandi opere portano necessariamente a corruzione e ruberie varie, dunque occorre fare a meno delle prime per evitare di incappare nelle seconde. Questa argomentazione ha avuto molto spazio nei dibattiti sui social ma risuona rinunciataria e auto-assolutoria. Se la politica tradizionale è riuscita in pochi casi a smentire l’equazione “grandi appalti uguale sprechi” e mazzette, ci aspetteremmo che chi vi si contrappone ci si adoperi per far meglio e proporre vie alternative. E invece si rinuncia. Ma, se portata agli estremi, questa tesi dove ci conduce? La politica, quella buona intendo, dovrebbe offrire prospettive.

Il raffronto con i disastri di turno compiuti dalla classe politica tradizionale, o la denuncia ai poteri forti che mettono bastoni tra le ruote, ricorrono assai frequentemente ogniqualvolta che esponenti pentastellati, ora alle prese con le istituzioni, vengono, a torto o a ragione, criticati. Giornalisti insultati a Palermo (dopo le liste dei “giornalisti del giorno” sul blog)? Si risponde: rifiuto totale della violenza. Però la stampa di regime è contro di noi. Si fa notare la svolta garantista nei confronti della Muraro? Si risponde: il PD (perchè “gli altri” sono sempre del PD) pensi ai propri millemila indagati.

Potrei andare avanti a lungo, ma Munchau insegna come sia controproducente e poco intelligente limitarsi a sguainare la penna rossa ad ogni passo falso di un esponente del Movimento, come invece le tifoserie avversarie immancabilmente fanno.
La questione di fondo mi pare un’altra.
Non basta essere, almeno per ora, diversi da chi ha governato in passato per dimostrarsi buoni politici. Né basta più l’onestà, condizione necessaria e illustre: la politica va fatta. E, con il massimo rispetto e ammirazione per gli amministratori pentastellati che ci stanno provando davvero, ad oggi non mi pare proprio che il Movimento 5 Stelle di Grillo, del blog e del direttorio faccia politica.
E d’altronde, se si colleziona quasi il 30% dei voti praticando l’antipolitica, perché smettere? A qual pro imparare un’altra lingua?

E dunque capite il mio imbarazzo e la mia inadeguatezza, non diversa da quella di un turista che, valicato l’ennesimo muro dei nostri tempi – metaforico ma reale, si aggira in una città straniera senza riuscire ad esprimersi né ad orientarsi.

 

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