E se fosse lo Stato a pagare le tasse a te?

Ok, parto dal presupposto che questo titolo ad effetto mi è costato la prima e la seconda laurea in economia, con immenso dispiacere dei miei genitori ed il cordoglio di tutta la comunità scientifica. Ma è per un buon motivo e adesso capirete il perché.

Anche se tasse ed imposte sono due cose nettamente diverse – le prime servono a compensare lo Stato per un servizio che eroga su richiesta del cittadino; le seconde sono richieste dallo Stato per poter finanziare il suo funzionamento, anche se non c’è una controprestazione esplicita –  nella letteratura economica, ormai da molti anni, si è diffusa l’idea che lo Stato possa erogare esso stesso una forma di sussidio alle famiglie in difficoltà e che tale sussidio prendesse il nome di Negative Income Tax (NIT) o, come diciamo qui in Italia, Imposta Negativa sul Reddito. Ecco a che serviva il gioco di parole, ma torniamo seri.

Già nelle scorse settimane qui sul The Bottonomics avevamo affrontato questa tematica con degli articoli di Luca Sandrini e Andrea Armani, rispettivamente su Reddito di Base Incondizionato e Reddito Minimo Garantito. Oggi tocca a me presentare un altro strumento.

L’ idea di una Imposta Negativa sul Reddito fu avanzata nei primi anni ’40 da Juliet Rhys-Williams, politico britannico, ma solo negli anni ’80 ne fu formulata una vera e propria teorizzazione in ambito di politica fiscale da Milton Friedman che, per chi non lo conoscesse, è il papà del pensiero monetarista. L’impianto teorico alla base del NIT si compone di tre elementi essenziali:

  • Y*, un livello di reddito standard minimo (tale livello è fissato tenendo conto degli standard di vita e altri elementi che incidono sulle condizioni di povertà);
  • Y, il livello di reddito effettivo della famiglia;
  • t, un’imposta sul reddito familiare di tipo “flat”, cioè piatta e uguale per tutti.

L’ equazione ricavata da Friedman è disarmante nella sua semplicità:

T = t (Y-Y*) .

Tutte le volte che il reddito effettivo della famiglia supera il livello del reddito standard minimo, tale differenza è utilizzata come base imponibile per calcolare le imposte sul reddito che la famiglia deve allo Stato (T>0); nel caso contrario, cioè se tale differenza è negativa, sarà lo Stato a pagare l’imposta alla famiglia per permettergli di raggiungere un livello di sussistenza adeguato (T<0). Da qui il nome di Imposta Negativa sul Reddito.

Anche se il ragionamento alla base di questo strumento è semplice e di facile comprensione, proprio come gli altri strumenti presentati da Luca e Andrea nelle scorse pubblicazioni, questo non significa che sia di facile applicazione. Difatti, Friedman proponeva questa Imposta Negativa in un mondo in cui il ruolo dello Stato fosse minimo e, di conseguenza, anche le sue spese fossero limitate: questo significa riduzione drastica della spesa sociale e del livello di assistenza dello Stato verso i propri cittadini.

Ma questo non è l’unico aspetto negativo (proprio come l’imposta!) che ne rende difficile la sua attuazione, almeno in Italia. Vi sono altri due aspetti interessanti da considerare. In primis, si dovrebbe riflettere su come quantificare il reddito “effettivo” delle famiglie, operazione non sempre così facile e banale, e quale periodicità utilizzare per il calcolo dello stesso. In secondo luogo, in una società che diventa sempre più diseguale da un punto di vista della ricchezza, quali vantaggi potrebbe portare un’imposta di tipo “piatto”, cioè identica per tutti, che come risaputo non avvantaggia la redistribuzione della ricchezza?

Quelli presentati qui  sul The Bottonomics, sono solo alcuni degli strumenti su cui il dibattito si è imperniato negli ultimi anni e altri ne sono stati considerati in letteratura economica: ad esempio, il Dividendo Sociale di Meade, che per alcuni aspetti potrebbe coincidere con l’Imposta Negativa sul Reddito di Friedman, ed il Partial Basic Income di Atkinson nelle sue più diverse sfaccettature e implementazioni (che per alcuni aspetti sono assimilabili a quanto letto negli articoli precedenti).

Al di là di questo nostro sforzo “di comunicazione”, il nostro vero obiettivo è quello di promuovere la conoscenza su queste tematiche. Difatti, le ultime indagini statistiche condotte a livello europeo mostrano una situazione di stallo in cui le economie crescono poco, molto poco. Oltre al vecchio, anche il nuovo mondo e l’oriente non sono più ruggenti come una volta: crescita sotto le aspettative e bolle immobiliari che potrebbero esplodere da un momento all’altro. Globalmente parlando, la crescita economica è piatta e, dove c’è, è guidata dal basso costo del lavoro o dal progresso tecnologico. Quest’ultimo, a sua volta, è considerato da sempre il male assoluto, tanto è vero che da secoli le classi che svolgono lavori meno qualificati o facilmente rimpiazzabili temono la bestia della disoccupazione tecnologica al pari della peste. Ma il progresso tecnologico è inevitabile e tende a diffondersi nel mondo produttivo ad una certa velocità, soprattutto quando diventa a buon mercato come in questo momento storico. Grazie ai progressi negli ambiti dell’Intelligenza Artificiale e del Machine Learning, la disoccupazione tecnologica potrebbe colpire anche le classi di lavoratori più qualificati perché ormai le macchine leggono come noi, capiscono come noi e, cosa che non era mai successa prima, apprendono e pensano come noi.

Ma senza crescita, o meglio con la scarsa creazione di ricchezza concentrata per lo più nelle mani di pochi, e senza la creazione di nuovi posti di lavoro (si stima che ogni 3 posti di lavoro che vengono distrutti dal progresso tecnologico attuale, solo 1 ne venga rigenerato) chi comprerà i beni che Amazon spedisce in tutto il mondo? E chi spenderà centinaia di euro per comprare l’ultimo iPhone o l’ultimo Gear Smart Watch? Il crollo della domanda sarà inevitabile e bisognerà ripensare un po’ tutto il sistema. Una possibile soluzione è l’adozione di politiche atte a sostenere, con un importo monetario, la domanda di base, soluzione che ormai da tempo è entrata nei dibattiti economici di mezzo mondo. E a noi interessava che voi ne foste a conoscenza.

Niky Venza

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