L’ultimo treno per Robert Enke

E’ novembre, una fredda e piovosa giornata di metà novembre. Robert ha trentadue anni. Guida, sotto la pioggia, lungo stradine di campagna, tra i prati dell’Alta Sassonia. Guida, da solo, ha detto alla moglie che usciva, senza spiegare dove, e prima che potessero arrivargli domande ha chiuso la porta ed è partito.

 Jena è una città della Turingia, rimasta famosa nei secoli per mille e più motivi. E’ la sede dell’Università dove nasce il Romanticismo tedesco ma anche quella in cui si laurea Karl Marx. Qui l’esercito napoleonico sconfisse l’esercito prussiano nel 1806, ed infine qui ha sede la Carl Zeiss, una grandissima azienda ottica. Proprio la Carl Zeiss Jena diventa una delle squadre di calcio più importanti e vincenti della Deutsche Demokratische Republik. E qui nasce Robert Enke. Il muro è caduto da pochi anni quando Enke veste per la prima volta la maglia della prima squadra. Veste la maglia diversa dagli altri, veste i guantoni, ha regole diverse dai suoi dieci compagni: è portiere. Il Carl Zeiss Jena gioca in Zweite Bundesliga, e l’esordio di Robert è contro l’Amburgo. Gioca tre partite consecutive, sostituendo il titolare Neumann. Subisce 14 reti, e viene di nuovo sostituito. Ha 18 anni, e rischia di aver perso il treno.

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All’improvviso svolta ed esce dalla strada, in un campo uguale a tutti quelli intorno. Uguale per tutti, ma diverso per lui.

 In realtà è stato visto. Il Borussia Monchengladbach lo compra, e lo parcheggia in Under 23. Cresce tanto, migliora, fino a diventare il titolare della nazionale Under 21 tedesca. All’alba della stagione 1998/99, il titolare Kamps si infortuna, ed ha ancora una chance. 15 agosto, partita contro lo Schalke 04. Finisce 3-0, Enke finisce senza reti il suo esordio in Bundesliga. Il posto è suo. Gioca in quella stagione 32 gare, ma il Monchengladbach retrocede. Lui è ancora giovane, ed ha notevole mercato. Tanto che in sede arriva la chiamata di Jupp Heynckes, che lo vuole. Heynckes è l’allenatore del Benfica. Ed Enke accetta. Volo internazionale, nuovi compagni, nuova vita.

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Ferma la macchina in mezzo al prato. Piove ancora, il cielo è grigio, l’erba è verde, ed il contrasto è vivo. Una linea dritta taglia il prato ed il cielo di fronte a lui. Apre la portiera e scende.

 Due anni dopo è titolare, e capitano. E’ passato indenne dalla cacciata di Heynckes attraverso l’interregno di Mourinho fino all’arrivo di António José Conceição Oliveira, detto Toni. E’ proprio il nuovo allenatore ad affidargli la maglia numero 1, probabilmente la più pesante, e la fascia di capitano. Le sue prestazioni sono di alto livello, ma purtroppo la squadra non è all’altezza. La società non è presente, i tifosi protestano. E lui riceve una chiamata. Le trattative per il rinnovo di contratto non decollano, e lui decide di ascoltare quella chiamata e dichiara di voler lasciare il Benfica. Dall’altra parte della linea telefonica c’è il Barcellona.

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La pioggia assume una sua fisicità, una sua forma, una sua pesantezza, quando all’improvviso si trova nel prato, senza più la difesa della macchina. Lì, con i piedi nell’erba bagnata, mentre i vestiti poco a poco si impregnano di acqua, Robert si gira.

 Juan Villoro, raccontando la storia di Robert Enke sul mensile peruviano Etiqueta Negra, scrive: “II Barcellona ti consacra o ti annienta. Al Barcellona Maradona si è dato alla cocaina e Ronaldinho ha trionfato e ha provato a superare la pressione del successo con la variante brasiliana della psicoanalisi: le discoteche.” In quel momento il Barcellona è al centro di un tifone del Sud Est Asiatico, di quelli che portano inondazioni e distruggono case. Di quelli che uccidono. Quel tifone si chiama Louis Van Gaal. Il suo esordio è in Coppa del Rey, contro il Novelda, squadra di terza divisione. Ed il Barcellona perde. E’ la fine, scritta ed annunciata. La sua unica esperienza in Primera sarà venti minuti in una gara con l’Osasuna, per sostituire il titolare Bonano.

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Non pensa neanche a chiudere la portiera o a spegnere il motore. La macchina protesta, fa notare il problema, con tutte le sue luci accese sotto la grigia pioggia. Ma lui la ignora, non la ascolta.

 Depressione. E’ lì che esplode. E’ li che lo rode dall’interno, che gli causa ansie e dubbi su ogni aspetto della vita. La moglie Teresa Reim lo aiuta, lo supporta, si trasforma quasi in una infermiera. Deve andarsene da Barcellona. Parte in prestito per la Turchia, al Fenerbahce, dove però giocherà una volta sola. Ancora in prestito, questa volta al Tenerife, in Serie B spagnola. Anche qui occasione persa per ripartire. La depressione si aggrava.

Fa qualche passo nell’erba. Ormai è bagnato fradicio. Ma non sente la pioggia. Non sente il freddo. E’ un portiere, è abituato a stare fermo ed attento con qualsiasi condizione, con la pioggia, con la neve, con il sole più caldo. La sua attenzione è focalizzata sulla linea nera che taglia il verde ed il grigio. Lontana suona la campana delle sei.

 Quando sembra tutto finito, quando sembra non poter più ripartire, gli arriva la chiamata dalla patria. L’Hannover lo cerca, ed il Barcellona non si fa scappare due volte l’occasione di cederlo. Può tornare in patria. Può tornare ad avere una vita. Si ristabilisce in Germania. Si guadagna la maglia da titolare e diventa perno dell’Hannover. Beniamino dei tifosi, presto capitano. Viene anche convocato in Nazionale, per la prima volta da quando vestiva la maglia dell’Under 21. La vita si rimette sui giusti binari. Teresa un giorno gli dice di essere incinta. Nasce Lara, una bambina. E’ la sua gioia più grande. Sorride.

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Duecento metri di distanza. Più o meno due campi da calcio. Là, in fondo, si vedono i cipressi. I muretti, e in alcuni casi i monumenti più alti, magari quelli familiari. Duecento metri. E’ quanto separa ora Robert e Lara. I cipressi ondeggiano lenti sotto la pioggia. 

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 La morte di Lara distrugge tutto di nuovo. Un problema cardiaco la porta via a due anni, lasciando vuota la vita di Robert. Non all’esterno, Enke continua ad essere titolare in porta all’Hannover e terzo portiere in Nazionale. Ma dentro di lui le cose non sono le stesse. Tempo dopo la morte di Lara, Robert e Teresa decidono di adottare una bambina, Leila. Enke è felicissimo quando è vicino a lei, ma appena se ne allontana esplode in lui il timore, di più, la paura che qualcuno scopra la sua depressione e gli tolga l’affidamento della piccola. La depressione diventa autodistruzione, che lo fa sprofondare ancora di più nell’oscurità.

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L’erba sotto i suoi piedi lascia spazio alla ghiaia, ai sassi, a rigide assi di legno e sbarre di ferro, rese viscide dalla pioggia, che si perdono nell’orizzonte davanti a lui fin dove può guardare. Ha raggiunto la linea, sopra di lui cielo grigio, sotto verde senza confini.

Nel dicembre del 2006, rinnova il suo contratto con l’Hannover di quattro anni, fino al 2010. L’8 novembre del 2009 gioca contro l’Amburgo in Bundesliga. Indossa la fascia, e la gara termina due a due. Una partita come tante.

Il mare d’erba intorno a lui si muove, spinto dal vento come una cosa sola. Un fischio lontano. La macchina ha scavato due solchi paralleli, lasciando una scia più chiara. Seguendola con lo sguardo dal suo inizio, si arriva all’auto, parcheggiata di traverso. La portiera è ancora aperta, piove sul sedile. I sassi sotto i suoi piedi tremano, le traversine si muovono.

E’ una stagione difficile per l’Hannover, la squadra rischia la retrocessione, è data tra le papabili per scendere in Zweite. La pressione è tanta, ma il pari con l’Amburgo viene visto positivamente. I commenti, il giorno dopo la gara, sono tutti favorevoli. Robert Enke ha giocato bene, in un paio di occasioni ha salvato la gara. E’ il capitano, salverà l’Amburgo, dicono.

Le traversine ora tremano con insistenza, il fischio è più forte. Il treno delle 18.17 sulla tratta Hannover – Brema non è in ritardo. Robert è lì per lui.

Il 10 novembre del 2009, a due giorni da quella che è diventata la sua ultima partita, Robert Enke si è suicidato, lanciandosi sotto un treno. La Germania intera è rimasta paralizzata al diffondersi della notizia. Teresa, poi, racconterà della depressione, tenuta segreta per paura. La polizia troverà in casa sua una lettera, in cui chiede scusa, ancor prima che spiegare i perché. Chiede scusa al medico curante. Chiede scusa a Teresa e alla piccola Leila. Chiede scusa anche a Lara.

I cipressi si muovono lentamente, mentre il vento porta via lo stridio dei freni d’emergenza.

Marco Pasquariello

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