Corbyn trionfa ancora ma i laburisti hanno già perso

A Liverpool, sede dell’annuale congresso nazionale del partito laburista, Jeremy Corbyn è stato confermato come leader. Tanto quanto la sua vittoria nelle primarie dell’anno scorso fu clamorosa, quella di quest’anno era largamente preventivabile. Ciò che forse non tutti si aspettavano era che Corbyn superasse addirittura il risultato già molto rotondo del 2015. E invece è successo.

Il 67enne rappresentante della circoscrizione londinese di Islington North ha ricevuto il sostegno di ben il 61,8% dei membri e dei sostenitori del labour, contro il 38,2% del suo avversario di turno, Owen Smith, di oltre 20 anni più giovane. Da notare come Corbyn abbia ottenuto, a contrario di 12 mesi fa, anche la maggioranza assoluta tra i membri a pieno titolo del partito. Insomma l’epettorato laburista ha parlato e il suo messaggio non poteva essere più chiaro.

schermata-2016-09-26-alle-00-03-11

Chi è avaro di politica britannica e forse si è fermato al nostro articolo dell’anno scorso in cui accostavamo Jeremy Corbyn con Bernie Sanders, candidato un po’ agé alle primarie democratiche negli Stati Uniti, si potrebbe domandare: ma se aveva tutto questo consenso interno perché si è dovuta mettere in piedi un’ulteriore sfida per la leadership? Per dare una risposta a questo quesito bisognerebbe tracciare la storia di un anno di aspri contrasti tra Corbyn e la gran parte dell’establishment del partito.

Da una parte della barricata si trovava appunto l’anziano leader di sinistra, convintissimo delle sue proposte radicali sia in tema di politica interna che, soprattutto, di politica estera e poco incline al compromesso. A sostenerlo nella sua battaglia c’è stato soprattutto il suo popolo, quello che ha coinvolto in massa nelle primarie del 2015 e anche in seguito, aumentando considerevolmente i numeri dei supporter del Labour. Esso si è coagulato attorno al movimento denominato “Momentum”. Pochi gli alleati invece ai piani alti, tra i quali è spiccato il fedelissimo ministro ombra dell’economia John McDonnell, il quale tuttavia, a causa del suo stile conflittuale, è stato la causa scatenante di tanti diverbi con i colleghi.

Dall’altra parte si sono stabiliti invece quasi tutti i membri del gruppo parlamentare, che nel sistema politico britannico conta tantissimo, insieme a tutti gli ultimi leader del Labour, ovvero Ed Miliband, Tony Blair e Neil Kinnock. La fonte dei malumori erano le posizioni troppo radicali di Corbyn e la certezza di non poter tornare al governo con lui come leader. Quest’ultima asserzione è stata corroborata nel corso del tempo da risultati deludenti in diverse tornate elettorali, come quella in Scozia dove addirittura i laburisti sono finiti terzi dietro i conservatori che erano dati per scomparsi nella regione. Inoltre hanno suscitato perplessità nel partito i marchiani errori di comunicazione e strategia della leadership, esemplificati dalla difficoltà di gestire i rapporti con una stampa fin dal principio poco tenera.

Come aveva predetto profeticamente il professor Edoardo Bressanelli nell’intervista a poche ore dal voto del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, è stata la Brexit a rimettere in discussione in maniera decisiva la leadership di Corbyn. I suoi oppositori hanno infatti colto la palla al balzo per accusarlo, non senza ragioni, di aver sostenuto in maniera ambigua e poco appassionata la campagna per il Remain.

La crisi è scattata nella notte del 25 giugno quando il ministro degli esteri ombra Hillary Benn, il quale a dicembre aveva già manifestato le sue divergenze d’opinioni nel voto sui bombardamenti in Siria, ha esplicitamente detto per telefono a Corbyn che il gruppo parlamentare “non credeva che lui potesse vincere le prossime elezioni”. Indispettito, il leader laburista lo ha rimosso dal suo posto il mattino seguente. Per solidarietà con Benn si sono dimessi dal loro ruolo altri 20 esponenti del governo ombra, alcuni dei quali non si erano dimostrati nemmeno troppo ostili a Corbyn in passato. La pressione affinché Corbyn si dimettesse è aumentata a dismisura ma le sue resistenze hanno condotto ad una mozione di sfiducia del gruppo parlamentare che lo ha visto sconfitto pesantemente per 172 a 40. A quel punto era chiaro che si sarebbe andati verso un nuovo scontro per la leadership.

Sì, ma con Corbyn? Di regola ogni candidato avrebbe dovuto ottenere 51 firme dai colleghi di Westminster. Per Corbyn sarebbe stato impossibile raccogliere 10 firme in più di quelle presenti nella mozione. Fortunatamente per lui il 12 luglio il Comitato Nazionale ha deciso che in quanto leader uscente sarebbe stato ammesso di diritto alla competizione. In quei giorni Angela Eagle presentava ufficialmente la sua sfida e Owen Smith la seguiva a ruota. Alla fine l’opposizione a Corbyn ha fatto quadrato attorno al più spendibile Smith, rappresentante del collegio gallese di Pontypridd ed ex lobbista per la casa farmaceutica Pfizer.

owen-smith
Owen Smith

La campagna è stata segnata anche dalla querelle riguardo a chi potesse votare, con lo stesso comitato esecutivo che aveva deciso di escludere le circa 130mila persone che si erano registrate quando la sfida era cominciata. Dopo la sentenza contraria dell’Alta Corte e l’appello vincente del comitato esecutivo questi elettori sono stati effettivamente privati del voto. All’inizio si pensava che questa faccenda potesse danneggiare Corbyn.

Ma il leader uscente è sempre stato in testa nelle preferenze e sostanzialmente ha anche dettato l’agenda della campagna nonostante un clima da guerre tra bande. Smith, sembrato alquanto acerbo in termini di personalità, non si è distanziato molto dalle proposte politiche del suo avversario. Per distinguersi è dovuto ricorrere alla promessa di un secondo referendum e a piccoli colpi bassi come l’insinuazione che Jeremy avesse votato per la brexit. Alla fine appunto non è bastato a colmare il gap e Corbyn è stato confermato con un mezzo plebiscito.

Image: Labour Party leadership debate Glasgow
Uno dei faccia a faccia tra Corbyn e Smith a Glasgow

Nonostante la base laburista abbia rinnovato e addirittura rafforzato il mandato del proprio leader, la faida all’interno del partito potrebbe non concludersi. Infatti fondamentalmente nulla è cambiato: c’è ancora Corbyn da una parte e c’è ancora un gruppo parlamentare molto scettico nei suoi confronti dall’altra. Visto che i ribelli non hanno alcuna intenzione di attuare una storica scissione, come si è vociferato prima e durante la campagna, per non far ripiombare il partito nel caos serve la volontà di entrambe le fazioni di raggiungere una mediazione.

A lanciare il primo ramoscello d’ulivo è stato proprio Corbyn nel discorso successivo alla proclamazione. “Abbiamo molte più cose in comune di quelle che ci dividono”, ha affermato dal palco della città dei Beatles. I suoi oppositori si trovano naturalmente all’angolo dopo il risultato, ma non per questa ragione hanno intenzione di gettare le armi facilmente. La soluzione potrebbe essere trovata nel reintrodurre la nomina dei ministri ombra da parte del gruppo parlamentare, come ha proposto Tom Watson, il vice leader dei laburisti, e in una sorta di patto di non belligeranza fino alle prossime elezioni generali.

Chi di sicuro esce con le ossa rotte da tutta questa vicenda è il Labour stesso. In un anno in cui il partito conservatore al governo ha causato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e mostrato tutte le sue fratture tra l’ala più moderata e quella più di destra, i laburisti hanno sprecato il loro tempo in una effimera lotta intestina, non accorgendosi di indici di gradimento ai minimi storici e di una working class sempre più attratta dal populismo dello UKIP. Ma, come sappiamo anche in Italia, alla sinistra piace farsi male da sola.

Valerio Vignoli

Annunci

Un pensiero su “Corbyn trionfa ancora ma i laburisti hanno già perso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...