verità per giulio regeni

L’Egitto dei desaparecidos

Arrivano a casa tua alle prime ore del giorno o al calar del sole. Un calcio alla porta e poi l’irruzione. A decine, vestiti come se fossero in battaglia. Sono gli uomini dell’NSA. Con l’arroganza di chi sa di poter contare sulla più totale impunità, portano via i mal capitati con il viso ancora assonnato. Lo dichiarano senza mezzi termini, sono le autorità di un paese sovrano e, secondo loro, non hanno alcun bisogno di mandato. Con le buone o con le cattive, caricano i “prigionieri” su un furgone bianco senza targa. Destinazione l’”Inferno”. Così sono chiamati i sotterranei della sede centrale dell’Agenzia egiziana per la Sicurezza Nazionale.

A portare alla luce questa spaventoso racconto è la mamma di Mazen Abdallah, quattordicenne prelevato da casa in piena notte e portato non si sa dove. Mazen ha passato 10 giorni in quell’Inferno, appunto, subendo torture e maltrattamenti. Come lui, sono migliaia i ragazzi che negli ultimi 3 anni si sono volatilizzati senza lasciare traccia. Spariti come se non fossero mai esistiti. È così, per far fronte a questa nuova frontiera della violazioni dei diritti umani, che l’ECRF ha deciso di lanciare un’app, ahimè, tristemente originale.

tortura egitto rapporto amnesty

Per voce del suo inventore, che ci tiene a rimanere anonimo, l’app dovrebbe scongiurare la pratica delle sparizioni forzate sempre più in voga nell’Egitto di al-Sisi. Grazie al sistema di geo-localizzazione, infatti, è in grado di inviare la posizione del fermato a tutti i contatti della rubrica. Secondo la Commissione Egiziana per i Diritti umani e le Libertà, I protect permetterebbe di individuare i fermati entro le prime 24 ore. Un lasso di tempo tutt’altro che irrilevante. Fondamentale, anzi, proprio per non perdere di vista le persone arrestate, evitando che vengano risucchiate nel limbo dei servizi di sicurezza. La stessa no man’s land in cui è finito Giulio Regeni.

In realtà, una app simile era già stata realizzata durante le proteste del 2013. Quelle che scoppiarono a Piazza Tahir, tanto per intenderci, infiammando la terra che un tempo fu dei Faraoni. Si rivelò, purtroppo, un’arma a doppio taglio. La polizia, infatti, cominciò a cercare tutti coloro che l’avevano istallata sullo smartphone. Come andò a finire? Lo lascio alla vostra immaginazione. Questa volta, assicurano dalla Commissione, le cose dovrebbero andare diversamene. L’app è stata elaborata per evitare che gli uomini della sicurezza nazionale possano rintracciarla. L’escamotage, semplice quanto geniale, sta tutto nella sua interfaccia simile ad una calcolatrice. Per trasformarla in geo-localizzatore basta un click, come si dice, o meglio basta inserire un codice di sicurezza.

street art per giulio regeni

I dati emersi dall’ultimo report di Amnesty International sono di quelli che fanno accapponare la pelle. 1250 persone scomparse solo nel 2015, fermate per strada o prelevati dalle loro abitazioni e trasferite in centri di detenzione. Luoghi segreti, secondo l’organizzazione umanitaria, in cui si viene sbattuti senza la benché minima garanzia processuale. In cui persone di tutte le età vengono torturati e seviziati fino alla morte, in alcuni casi, per ottenere informazioni che generalmente non sono in grado di fornire. Il tutto senza che nessuno organo giudiziario possa evitarlo. Già, perché da quanto sia apprende dalla stessa ECRF, chi viene “selezionato” per rimanere in detenzione più di quattro giorni è direttamente trasferito nell’Ufficio della sicurezza nazionale a Lazoughly. Una terra di nessuno, appunto, dove nemmeno l’autorità giudiziaria può entrare.

Una media di tre o quattro persone al giorno. Molto spesso bambini di poco più di 14 anni. Scomparsi nel nulla e a cui viene negato di qualsiasi contatto con la famiglia. Sono centinaio le storie simili a quella Giulio, il ricercatore trovato morto sul ciglio della strada che collega il Cairo ad Alessandria d’Egitto. Si chiamano Islam, Karim, Asser studenti come tanti. Picchiati, bendati ed ammanettati per mesi. Lasciati per giorni appesi al soffitto come carme da macello. Desaparecidos di un Egitto che dopo la primavera doveva aprirsi ad una nuova fase democratica, ma che sembra sprofondato nel baratro della peggiore dittatura.

Dall’SSI di Mubarak alla NSA di al-Sisi il passo è breve, brevissimo direi. C’è un anello di congiunzione infatti, macabro, ma c’è. Un uomo, un funzionario di alto livello che collega l’Egitto del “Faraone” a quello post Piazza Tahir. Si chiama Nagdy Abd el-Ghaffar capo della polizia segreta allora e deus ex machina dell’attuale, raccapricciante, sistema repressivo. Una macchina del terrore che, stando alle cifre del Ministero dell’Interno, ha prodotto dall’anno del Golpe (2013) più di 40.000 arresti. Così tanti da rendere necessaria la costruzione di due nuove carceri.

Viene da chiedersi, allora, se questo è l’Egitto che i ragazzi di Piazza Tahir avevano immaginato. Quando ebbri di speranza, urlavano slogan e sventolavano al cielo le loro bandiere rosse, bianche e nere. Viene da chiedersi cosa sia andato storto. Che cosa non ha funzionato durante quel dirompente processo di transizione. L’entusiasmo che si respirava all’epoca sembra aver lasciato il posto alla paura. La stessa di prima. Una gattopardesca sceneggiata, attuata per dare l’idea che tutto stava cambiano rimanendo, in realtà, com’era.

L’ultima considerazione, è qualcosa più simile ad un ringraziamento sincero e doveroso.  Un elogio, che sono sicuro la famiglia Regeni avrebbe fatto a meno di ricevere. Sento, però, di doverlo fare lo stesso. È, infatti, solo grazie alla tragica vicenda di Giulio, avvolto in una coperta e gettato da una macchina in corsa neanche fosse un sacco della spazzatura, che oggi sappiamo. La morte del giovane ricercatore, se non altro, ha avuto il potere di scoperchiare quel vaso di pandora fatto di torture, violenze e sparizioni forzate. Senza di lui, forse, avremmo continuato a credere che all’ombra delle piramidi stesse nascendo una nuova democrazia.

Mattia Bagnato

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