Tunisia: sulla strada della democrazia?

Lo scorso 26 Agosto, il parlamento tunisino ha approvato il nuovo governo di unità nazionale proposto da Youssef Chahed. Il nuovo governo ha continuato il processo di democratizzazione delle istituzioni governative e di riforma del paese, concentrandosi su un maggiore sviluppo economico, per sanare i tumulti interni ed aumentare il tasso di occupazione, e sulla lotta al terrorismo, nel tentativo di rivitalizzare la risorsa principale del paese, il turismo. Chahed tende già a porsi, almeno in apparenza, in discontinuità con il precedente governo, assegnando incarichi governativi ad esponenti politici più giovani e proponendo una politica di trasparenza governativa mirata ad eliminare la corruzione nella pubblica amministrazione.

Il nuovo governo ha avviato un processo di femminilizzazione delle cariche governative, con la partecipazione di otto donne in ruoli ministeriali, che si allinea pienamente con la volontà del nuovo governo di perseguire il percorso di democratizzazione avviato con la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011.  Altro indicatore di una maggiore volontà di democratizzare il paese è la grande partecipazione agli eventi internazionali proposti dalle Nazioni Unite: il 15 Settembre 2016, infatti, la Tunisia celebrera per la prima volta la Giornata mondiale della democrazia, proclamata dalle Nazioni Unite al fine di riflettere in tutte le organizzazioni internazionali e nei vari paesi sullo stato della democrazia nel mondo.

governo tunisia

Tuttavia, il nuovo governo dovrà scontrarsi presto con i grandi problemi del paese: una forte crisi economica che interessa tutti i settori della società, dal turismo all’industria secondaria, ed il problema del terrorismo. Queste due problematiche sono strettamente collegate: la recessione economica ed il peggioramento degli standard di vita alimentano un malcontento diffuso che facilita l’avvicinamento della popolazione a gruppi estremisti affiliati ai combattenti dello Stato Islamico. Un chiaro esempio di questo è riscontrabile sul territorio tunisino: la regione del Kasserine, al confine con l’Algeria, rimane un punto caldo per questioni di sicurezza nazionale e ordine pubblico: essa è infatti considerata una zona di rifugio per gruppi jihadisti composti principalmente da cittadini tunisini ed algerini e un centro caldo per i movimenti di protesta relativi alla disoccupazione, in quanto nella regione si registrano livelli di disoccupazione elevati, in articolare quella giovanile che rimane oscillante intorno al 30%.

Come ricetta per risolvere la crisi economica del paese, il nuovo governo si è proposto di iniziare un percorso di riforme semi-strutturali al fine di stimolare gli investimenti esteri. La possibilità di una politica di austerità, comprendente un nuovo aumento della tassazione, privatizzazioni e licenziamenti di migliaia di dipendenti pubblici, è reale, come dimostrato dalle dichiarazioni di Chahed relativamente ad una diminuzione del 30% degli stipendi ministeriali: fin dall’insediamento del nuovo governo ci sono state forti critiche sul web e potrebbero essercene altre da parte dei sindacati, sebbene la coalizione governativa sia formata da partiti a loro vicini.

Anche in materia ambientale e di sviluppo, il nuovo governo ha subito preso una posizione definita rispetto al Green Climate Fund, stabilito nella convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nel 1992 a Rio de Janeiro e finalizzato a sostenere economicamente progetti ambientali nei paesi in via di sviluppo. Héla Cheikhrouhou, nuovo ministro per l’energia in Tunisia e direttrice del dipartimento relativo ad energia, ambiente e cambiamento climatico per la Banca dello Sviluppo Africano, ha posto come obiettivo del suo ministero lo sviluppo di investimenti nel settore dell’energia pulita, in particolare nei settori dell’energia eolica e solare che ora, nonostante le abbondanti risorse, generano solamente circa il 4% dell’energia elettrica del paese.

Questo enorme sforzo nella democratizzazione, allo sviluppo economico ed alla cooperazione è certamente dovuto ad un clima instabile e ad una forte preoccupazione nei confronti dei recenti sviluppi nella lotta a Daesh: infatti, secondo le stime del governo tunisino, ben 4,000 cittadini tunisini si sono uniti a gruppi jihadisti e dopo la recente sconfitta del califfato a Sirte potrebbero decidere di tornare in patria e continuare il loro operato sul suolo tunisino. Proprio il ministro tunisino della difesa, Farhat Hachani, ha invitato alla creazione di una strategia regionale comune: “Siamo ad un punto decisivo. Le minacce mettono in pericolo l’intera regione. Dobbiamo cooperare prima che la barca affondi.”  Seguendo questa richiesta, l’Italia si è resa disponibile ad una maggiore cooperazione con il governo tunisino, come ha dichiarato il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, dopo l’incontro di inizio settembre con il Chahed e gli esponenti del suo governo per l’industria, il turismo, l’agricoltura e la cooperazione.

Cooperazione, in un’ottica principalmente regionale e mediterranea, diviene dunque la parola chiave di questo nuovo governo di Tunisi: l’incontro con Amendola e De Cadorna, ambasciatore italiano in Tunisia lo dimostra e questo desiderio di inserirsi in una rete più stretta di interazioni economiche e politiche è confermata da vari esponenti governativi e dalla conferenza internazionale di sostegno all’economia e promozione degli investimenti che si terrà a Tunisi il 29 e 30 Novembre.

È evidente come la Tunisia punti sempre più a riproporsi come una democrazia in crescita, l’unica consolidatasi successivamente al periodo della Primavera Araba, e come un paese laico e pronto per un maggiore sviluppo all’interno di un format regionale e di cooperazione internazionale. Un esempio di questa laicità è evidente se analizzato secondo uno degli indicatori più classici nella valutazione di una democrazia, ovvero la libertà di culto religioso e la tolleranza. Secondo un sondaggio del Pew Reasearch Center pubblicato sul quotidiano The Independent, la Tunisia si palesa come la nazione più laica, se comparata con altri stati dell’area, riguardo alla possibilità delle donne di scegliere liberamente il proprio abbigliamento in pubblico e, in generale, non viene considerata come uno stato coercitivo rispetto a questa libertà personale.

La democratizzazione del paese e la cooperazione con le altre potenze dell’area mediterranea sembra essere l’unica via per il paese per risolvere i problemi interni e per contrastare l’avanzata di Daesh. La speranza è che queste riforme laiche e democratiche siano davvero funzionali ad un miglioramento reale e che riescano a creare uno sviluppo sostenibile nel paese, dal campo economico a quello sociale, tutelando i valori rivoluzionari del 2011.

Anna Nasser

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