Perché la Turchia (insieme agli USA) ha invaso la Siria?

La Turchia invade i siriani per combattere i nemici di Assad. Damasco si arrabbia.
Vi siete persi? Tranquilli: è “soltanto” la guerra in Siria.

Antefatto

La mattina del 24 agosto il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden è arrivato in visita dall’amica Turchia. Un’alleanza che però mai come in questo periodo aveva raggiunto livelli così bassi.
Più o meno nelle stesse ore aerei da guerra, carri armati e forze speciali turche iniziavano ad attraversare il confine con la Siria con la copertura aereacome confermava lo stesso Biden – dei bombardieri USA.
Si può parlare di invasione vera e propria o si è trattato solo di una breve incursione?
La guerra civile in Siria ci ha abituati a frequenti picchi di caotica incomprensibilità ma raramente azioni come quella di oggi hanno contribuito a rimescolare così tanto le carte in mano ai principali attori del conflitto.

Le motivazioni

Ma per Erdogan quali sono i veri obiettivi e le reali necessità che motivano questa drastica decisione? 
La più impellente di tutte è sicuramente quella di impedire che le due enclave curde in territorio siriano (strette al confine con la Turchia e interrotte da una striscia di terreno conquistato dall’ISIS) si possano riunire saldandosi così completamente da est a ovest fino ad agganciarsi al Kurdistan iracheno.
E, in secondo luogo, fermare gli attentati dell’ISIS sul suolo turco  (che del resto colpiscono anche zone densamente abitate dai curdi di Turchia ) e i lanci di missili provenienti dalle aree controllate dagli jihadisti in Siria.

Per quanto riguarda il primo punto non appare casuale che la mossa sferrata dai turchi sia avvenuta a due settimane precise dalla liberazione di Manbij. La città da più di due anni viveva sotto il giogo dei fondamentalisti di al Baghdadi ma si trova anche – aspetto che più interessa questa analisi – a poche decine di chilometri dal fiume Eufrate. Il corso d’acqua costituisce infatti la linea rossa posta da Washington e Ankara alle ambizioni territoriali dei nemici-amici del Kurdistan siriano. Per sicurezza di recente i turchi hanno deciso di ricordarglielo bombardando la stessa Manbij appena liberata. Anche Biden, per tranquillizzare lo storico alleato, ha recapitato un messaggio abbastanza chiaro alle YPG (le Unità di Protezione popolare nate nel Kurdistan siriano a seguito delle rivolte contro Assad): o ritornate dietro all’Eufrate o l’America interromperà i suoi aiuti.

Alla luce di questi avvenimenti non appare casuale la scelta di “Scudo dell’Eufrate” come nome per l’operazione lanciata dai turchi il 24 agosto scorso.
E così, man mano che i progressi dei curdi verso occidente vanno accumulandosi, altrettanto si agitano i sonni di Erdogan.

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Combattenti del YPG

Ci sembra invece più debole la seconda motivazione. In questa zona, stretto fra i due cantoni di Efrin e di Kobane a ovest e a est e i territori ancora controllati da Assad a sud, l’ISIS non se la passa molto bene.
Non è difficile ipotizzare che però, in questo senso, anche il presidente turco sia rimasto intrappolato dalla inevitabile necessità di ricorrere indirettamente alle forze curde (le più valorose ed efficaci al momento) per i combattimenti on the ground, evitando così di rimanere troppo invischiato nella trappola siriana.
Ma, tale necessità, al contempo si scontra con l’atavico bisogno di smorzarne l’impeto e gli appetiti, di riequilibrarne l’avanzata con una o più battute d’arresto.
Quindi si ritorna al punto di partenza. Chi poteva impartire alle YPG una simile lezione? Assad è un nemico quindi è subito scartato. I ribelli siriani sono, teoricamente, alleati dei curdi, quindi vengono scartati anche loro. Gli USA i curdi li stanno addirittura armando, addestrando e affiancando in battaglia, difficile che si trasformino in loro nemici nel giro di qualche giorno. Non restava che l’esercito turco in prima persona.

Non è da escludersi in toto neanche una necessità di “immagine”. Infatti probabilmente Erdogan, dopo il tentato e fallito golpe di luglio, aveva bisogno di dimostrare al suo paese e al mondo che le forze di sicurezza turche sono ancora sotto il suo controllo, una istituzione che in Turchia – così come del resto in altri paesi arabi – ha sempre goduto di ampia autonomia rispetto agli altri poteri dello Stato. E quale mossa migliore per dimostrare che la stretta è ancora salda se non con una operazione audacissima, se non addirittura folle?, quale l’invasione di un altro paese sovrano?

Le reazioni


Come abbiamo visto i personaggi di questa storia sono tanti, ciascuno coi propri interessi da difendere e le proprie posizioni (almeno ufficialmente, di fronte al pubblico a casa) da mantenere.

I russi in Siria hanno impegnato uomini e mezzi e anche il Cremlino fa affidamento sulle milizie curde per contenere i raggruppamenti di terroristi. La mossa di Erdogan potrebbe non averli colti del tutto alla sprovvista e per il momento non minaccia direttamente i territori controllati da Assad, storico alleato di Putin.

Inoltre Mosca e Ankara avevano appena riallacciato i rapporti dopo  la brutta vicenda del caccia russo abbattuto dai turchi. Anche se, come nota giustamente Federico Petroni su Limes , quella di Erdogan verso la Russia sembra più una mossa dettata dalla necessità del momento, piuttosto che un progetto per una reale alleanza sul lungo periodo.

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Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan

Gli americani dal canto loro sostengono da tempo le YPG nella lotta contro l’ISIS. Washington sa che uno scontro frontale fra esercito turco e milizie del Kurdistan siriano rallenterebbe la lotta al terrorismo e logorerebbe le uniche valide truppe di fanteria di cui dispone sul terreno.
Vi è poi il già citato avvertimento – molto radicale – lanciato da Biden alle YPG: Obama sarebbe disposto a mantenere la promessa del suo vice? E chi occuperebbe il vuoto lasciato dai curdi se questi obbedissero e ritornassero oltre l’Eufrate? L’ISIS? Assad? Le incerte e malferme formazioni dell’Esercito siriano libero?
Al contempo le forze speciali statunitensi (pizzicate appena qualche mese fa in Siria da France Presse con le mostrine delle YPG cucite ben in vista sulle divise) combattono da tempo affianco ai curdi sul territorio siriano. Cosa succederebbe se un missile dell’alleato turco per errore uccidesse un Navy Seals a stelle e strisce?
D’altro canto, se Ankara tramutasse l’incursione in invasione e si impegnasse seriamente dal punto di vista militare, gli USA avrebbero finalmente quei famosi “scarponi sul terreno” che lo scenario siriano non ha mai visto. Un’opzione che inevitabilmente sminuirebbe l’importanza delle milizie curde nella lotta al terrorismo.

E i civili (turchi, siriani, curdi, ecc.)? La loro opinione non è pervenuta e nessuno pare essersi premurato di chiedergliela.
Del resto sono anni che questo assurdo teatrino chiamato guerra va avanti senza tenere conto delle terribili difficoltà con cui la popolazione convive quotidianamente.

Marco Colombo

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