Uno, due, Gary Johnson! La terza scelta americana

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L’ho già sentito, questo slogan…

“November 8, we’d better be careful, because that election is going to be rigged”
-Donald Trump

L’elezione truccata

Chi l’avrebbe detto? Di certo il detto popolare “Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno” ha dei fondamenti nella vita reale. The Donald ha perfettamente ragione quando dice che l’elezione (o, in altre occasioni, il “sistema”) è truccata. L’insignificante dettaglio è che non lo è come intende lui (ovvero truccata per non contare i voti, o chissà in quale altro modo).
L’organizzazione dei dibattiti televisivi delle elezioni presidenziali americane prevede che vengano invitati ai dibattiti solo i candidati con più del 15% di preferenze nei sondaggi, ma i sondaggi negli anni hanno dimostrato che questa percentuale può essere raggiunta stabilmente solo con la partecipazione ai dibattiti! Una bella fregatura, eh?
Questo sistema è fatto per favorire i due grandi partiti, e naturalmente ha il riscontro positivo di potersi concentrare sui programmi di chi ha una reale speranza di guidare il paese (anche se a questo giro, e dirò qualcosa di più dopo, tutto dipenderà da Trump e da come si comporterà ai dibattiti – se continuerà a “fare Trump” difficilmente parlerà di programma). Eppure, soprattutto guardando questo sistema dall’Italia, non si può fare a meno di trovarlo, se non antidemocratico, quantomeno scorretto. Il favoritismo ha essenzialmente una ragione storica: il sistema a due partiti negli Stati Uniti è accettato in quanto consuetudine, “vin simpri fat cussì” [“abbiamo sempre fatto così”], si direbbe dalle mie parti. Negli ultimi 150 anni il presidente degli Stati Uniti è sempre stato un democratico o un repubblicano, quindi in pochi si pongono il problema di ascoltare le proposte di terzi candidati.
Quest’anno, però, i due candidati, Hillary Clinton e Donald Trump, sono i due candidati più sgraditi da almeno quarant’anni. Hillary Clinton, che pure ha discrete possibilità di vittoria a novembre, è il candidato più sgradito in assoluto – a parte il suo avversario principale, e moltissimi americani vorrebbero una terza scelta.
Qui entra in gioco Gary Johnson.

“Really wonderful, well-meaning, well-spoken people, and then people that are just batshit crazy.
– Gary Johnson, descrivendo i partecipanti alla convention del Libertarian Party

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Vermin Supreme, di cui forse avete sentito parlare – adesso fa parte del Partito Libertario (anche se è “batshit crazy” solo per scherzo, rende l’idea).

Il terzo candidato

Gary Johnson è probabilmente il personaggio più interessante di tutta l’elezione presidenziale americana 2016, oltre ad essere, se non il più onesto, il più umano. Ora, con calma, vediamo entrambe le cose.
Johnson ha alle spalle un passato da governatore (repubblicano) del New Mexico, candidato presidente del partito repubblicano (alle primarie del 2011, perse contro Mitt Romney), e un presente da candidato alle elezioni presidenziali per il Partito Libertario (o Libertariano). Che sicuramente tutti voi conoscerete, ma per quelli di voi che non ne sanno nulla, arriva uno spieghino™ (che è come uno spiegone™ ma piccolo).

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Voglio vederli, Donald e Hillary, a presentarsi così!

Il libertarianesimo è una corrente di pensiero che identifica – sorpresa, sorpresa – nella libertà assoluta il proprio valore fondamentale. Questo, dunque, li porta a essere (semplificando terribilmente) più a sinistra della sinistra per quanto riguarda diritti civili, questioni sociali e interventismo militare (anche se su quest’ultimo tema nel Partito Democratico le posizioni sono variate negli anni) e più a destra della destra per quanto riguarda le questioni economiche. In breve, i libertari non credono nello stato, e credono nel libero mercato: “Uber-tutto”, come efficacemente sintetizzato da Johnson stesso (qui finisce lo spieghino™).
Le posizioni di Johnson, dunque, a un certo punto, l’hanno portato ad allontanarsi sempre più dal partito repubblicano, che, pur avendo posizioni da lui condivise, anche se meno estreme, in materia fiscale ed economica, hanno cominciato a virare verso un conservatorismo sociale (spesso anche spinto da motivazioni religiose di fondo) inaccettabile per un libertario, per il quale il libero arbitrio dell’individuo viene prima di tutto.

Johnson è favorevole alla libera scelta delle donne sull’aborto, sul quale è stato molto chiaro; è favorevole ai matrimoni omosessuali, che ha supportato per anni anche da repubblicano; è favorevole alla legalizzazione della marijuana (direi normale, considerato che dopo aver concluso la carriera da governatore ha fatto un sacco di soldi con un’azienda che produce prodotti a base di marijuana, e ne è un consumatore regolare, anche se dice che da quando ha cominciato la campagna non ne ha fatto uso, per poter essere sempre lucido, e naturalmente varrebbe lo stesso se fosse eletto presidente) e alla fine del proibizionismo in generale, ritenendo che, oltre a violare la libera scelta dei cittadini, non sia stato in alcun modo efficace nel risolvere tutti i vari problemi legati alla droga; addirittura, vorrebbe abbassare l’età per l’acquisto di alcool a 18 anni, o eliminarla del tutto; ritiene che i crimini su internet vadano trattati esattamente come se fossero commessi offline, senza legislazioni speciali; vorrebbe ridurre del 43% le spese militari americane (il che non è fattibile allo stato attuale, non senza causare notevoli perdite in termini di posti di lavoro e sicurezza) ed è contrario agli interventi militari che non siano strettamente in difesa della sicurezza nazionale (fatto, questo, condiviso da diversi repubblicani, con i quali in passato ha organizzato manifestazioni di protesta).
È anche l’unico (esclusa Jill Stein dei Verdi, che però è candidata in pochissimi stati, mentre Johnson in tutti e cinquanta) candidato completamente contrario alla pena di morte (anche se in passato la appoggiò): Sanders lo è (ma ha perso le primarie), ma Clinton e – serve dirlo? – Trump sono favorevoli, così come lo era Obama.
È favorevole al diritto di portare armi, in virtù del secondo emendamento della costituzione americana; vuole anche diminuire (ulteriormente) le tasse, essenzialmente tagliando i servizi (già pochi, per gli standard “socialisti” europei) statali: privatizzerebbe il sistema sanitario e le scuole, e diminuirebbe i fondi alla ricerca, che passerebbe di fatto in mano ai privati, e il mercato, secondo le teorie economiche abbracciate dai libertari, si auto-regolerebbe.

“We would not be doing this if there weren’t the opportunity to actually win”
– Gary Johnson

“It’s quite possible that I’m your third man, girl”

Dunque, com’è messo Gary Johnson in tutto questo? Male, ma non malissimo. Di certo è quasi impossibile che vinca le elezioni (dico “quasi” perché non si sa mai – ma calcolatela come un’impossibilità assoluta), ma forse ha qualche chance di partecipare ai dibattiti: gli ultimi sondaggi lo danno vicino (molto o poco – diciamo tra i 2 e i 5 punti percentuale) alla soglia del 15% sulla media generale, ma ad esempio la supera (anche di moltissimo) nella fascia di età degli elettori più giovani.

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Fonte: The Skeptical Libertarian

Se partecipasse ai dibattiti, però, cosa succederebbe? A mio parere gli scenari sono diversi, e dipendono un po’ tutti da cosa farà Trump:

  • Trump fa Trump, e i dibattiti diventano delle pagliacciate: nessuno degli altri due riesce ad esporre alcunché di costruttivo; la presenza di Johnson sarebbe irrilevante, e il dibattito avvantaggerebbe comunque Clinton;
  • Trump miracolosamente si comporta da persona civile ed educata (lo so, è improbabile, ma non si sa mai): il programma di Johnson catturerebbe una porzione minima di elettori di Trump, quelli più giovani, non sufficiente a renderlo un problema per Clinton ma sufficiente a renderlo rilevante nel dibattito politico;
  • Trump non si presenta al dibattito; Johnson catturerebbe una porzione maggiore (rispetto allo scenario precedente) di elettori di Trump, e forse anche qualcuno di Clinton (ex elettori di Bernie, che Gary comunque ha già invitato a passare dalla sua parte): The Donald si ritirerebbe per paura di una sconfitta, e Clinton vincerebbe comunque, ma i libertari acquisterebbero maggiore credibilità come terzo partito [ok, ammetto di aver forzato la mano con quest’ultimo scenario, leggermente fantascientifico per quanto riguarda le conseguenze, mentre l’assenza di Trump non sarebbe una novità: ma che figata sarebbe?!].

Gary Johnson, nonostante il suo programma polarizzante ed estremo, è il candidato più genuino, onesto e trasparente di queste elezioni. Ha un passato da buon amministratore, ma sufficiente carisma da non passare per un semplice “membro dell’establishment”, ma soprattutto, avendo virtualmente zero speranze di vittoria, non ha bisogno di rendersi credibile per sottrarre voti agli avversari: tutta la sua credibilità deriva dal suo curriculum e dal suo programma, come dovrebbe essere. Johnson, da outsider, non dovendo fare la parte (che tocca a Clinton) di salvatore-dell’-occidente sconfiggendo Trump, si concentra sui problemi veri, e propone soluzioni concrete e chiare, seppure di (molto) difficile attuazione, quantomeno sul breve termine, e in ogni caso piuttosto radicali. Alle elezioni del 2012 il suo risultato è stato il miglior risultato di un candidato non democratico o repubblicano da anni, e si vocifera per il 2016 di un suo endorsement addirittura da Jeb Bush (il che potrebbe anche essere una cosa negativa – ma lo stesso Johnson non ne appare convintissimo).

Se Johnson arriverà ai dibattiti sarà probabilmente l’avvenimento più inaspettato e intrigante dell’intera campagna elettorale.
Are you ready to feel the Johnson (ok, ammetto che non funziona altrettanto bene, e poi il “Johnson” può essere uno dei molti soprannomi dell’organo genitale maschile)?

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Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

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