Come la religione sta frenando la crescita dell’India

Con una popolazione che supera il miliardo di persone ed un Pil che cresce a tassi del 7,5% annui, l’India è una delle più fiorenti economie del pianeta. Questi dati lasciano pensare che la corsa economica indiana non sia destinata ad arrestarsi presto. Eppure, lungo la strada dello sviluppo, il paese asiatico potrebbe trovarsi di fronte ad un grande ostacolo. 
Come ogni paese che mira a crescere, l’India prima di tutto ha bisogno di investire sulle risorse naturali e sul capitale umano. Gli investimenti governativi in istruzione e ricerca degli ultimi decenni sembrano andare nella giusta direzione portando l’India ad essere in prima linea tra i paesi emergenti.

Se non nell’economia, allora, dove si trova l’ostacolo alla crescita? La risposta è inaspettata: nella religione. O meglio, nel sistema di stratificazione sociale tipico dell’induismo.

indu india religione

Uno dei mantra dell’induismo è la reincarnazione: ogni uomo, dopo la morte, è destinato a reincarnarsi nel corpo di un nuovo individuo. Non si tratta, però, di un atto casuale: la condizione sociale nella nuova vita dipenderà da quanto si è stati parsimoniosi e ligi al dovere nella vita precedente. 
Per comprendere meglio la questione bisogna far riferimento ai Varna, le tradizionali caste indiane. Ne esistono quattro, gerarchicamente organizzate, che identificano la condizione sociale, la purezza d’animo e il mestiere che chi vi appartiene potrà svolgere. I più puri sono i Brahmani (sacerdoti ed intellettuali) a cui sono affidati i doveri religiosi. Seguono i Kshatriya (nobili e guerrieri), i Vaisya (mercanti e artigiani) e infine i Shudra, i meno puri, quelli cioè che usano la forza fisica nelle loro occupazioni professionali. 
Non tutti, però, hanno la fortuna di nascere in una casta. Chi nella vita precedente si è macchiato dei peggiori peccati sarà destinato a nascere “intoccabile”.

Fuori dalle tradizionali caste e membri del rango più basso della società indiana, i dalit (“oppressi”, come preferiscono essere chiamati gli intoccabili) subiscono discriminazioni a tutti i livelli. La nuova costituzione dell’India indipendente abolì la pratica dell’intoccabilità e, più in generale, della discriminazione castale. Ciò nonostante, ancora oggi, essi sono ampiamente marginalizzati. Chi tocca un dalit dovrà immediatamente lavarsi le mani per purificarsi e se uno di essi beve da un pozzo nessun altro potrà più farlo poiché l’acqua risulterà contaminata. Chi nasce dalit sarà discriminato a scuola, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni per il resto della sua vita.

Tanto i dalit, quanto le quattro caste principali, sono a loro volta suddivise in sotto-caste, dette Jati, che sono collegate alla professionalità. Esistono quindi Jati di parrucchieri, Jati di artigiani, Jati di insegnanti e così via. E chi nasce in uno Jati, oltre a poter sposare solo un membro dello stesso Jati, sarà destinato a svolgere quel mestiere, a prescindere dalle proprie inclinazioni o capacità. Si tratta di un sistema rigido, ben rappresentato da una delle leggi sociali dell’induismo: “meglio fare il proprio lavoro male che compiere il lavoro di qualcun altro bene”.

Come al solito i più colpiti da questa condizione sono i membri delle caste più basse e, più di ogni altro, gli intoccabili. Questi ultimi sono quelli che, tradizionalmente, lavorano a contatto con la morte e con tutto ciò che è impuro. Sono loro, dunque, a pulire le strade e le latrine indiane, ad uccidere i topi, a lavorare le pelli degli animali e ad occuparsi della rimozione delle carcasse. Essi, insieme ai Shudra (la casta meno pura), mandano avanti il sistema economico indiano. Come detto, però, sono quelli con meno diritti e i più marginalizzati dal resto della società indiana.

Perché, allora, non si ribellano? Soltanto i dalit rappresentano, secondo molte stime, circa il 17% della popolazione indiana. Una loro rivolta – o un semplice sciopero –bloccherebbe l’intera nazione. Le strade comincerebbero a riempirsi di immondizia e di carcasse di animali e con le temperature tipiche del subcontinente indiano la situazione degenererebbe nel giro di poche ore. A parte il classico immobilismo tipico delle classi meno abbienti – dovuto al basso livello di istruzione – al caso indiano bisogna aggiungere il fattore religioso. La nascita all’interno di una casta – come già detto – dipende da come ci si è comportati nella vita precedente e l’unico modo per espiare le proprie colpe e rinascere in una condizione migliore è fare il proprio lavoro come meglio si può e senza lamentarsi.

Perché ribellarsi allora? Che senso ha ribellarsi adesso, in vita? È dopo la morte che si sarà ricompensati dei propri sforzi. Dopo la morte la propria posizione migliorerà radicalmente. Anzi, ribellandosi adesso, si rischierebbe di essere declassati ancora di più nella vita futura. È chiaro, quindi, che il sistema di classi induista ha annullato, tra gli appartenenti alle caste più basse, ogni volontà di riscatto sociale.

dalit proteste

Quanto detto è vero solo in parte. Negli anni successivi l’indipendenza, nei grandi centri urbani e nelle regioni del sud – storicamente più sviluppate – il sistema di stratificazione sociale basato sulle caste ha lasciato sempre più spazio alle necessità della crescita economica. Complice il miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e del livello di istruzione delle caste basse e dei fuori-casta, nelle grandi città di oggi sono quasi del tutto scomparse le discriminazioni sul luogo di lavoro. I dalit continuano, certo, a svolgere i lavori più umili, ma non è raro incontrare nelle grandi università e nelle aziende ricercatori e manager di estrazione dalit. Lungi dall’essere completamente risolta, la questione delle caste ha quindi sempre meno peso nei centri urbani. Il problema è che il 70% degli indiani vive ancora oggi nelle aree rurali e lì la stratificazione sociale castale rappresenta ancora la normalità.

La presenza di rappresentanti dalit in quasi tutti i partiti del parlamento indiano e l’attivismo sempre maggiore di gruppi sociali dalit non è bastata a sradicare un sistema oppressivo tanto sentito dalla popolazione rurale. Tanto più che gli stessi oppressi in molti casi preferiscono lo status-quo per questioni religiose. 
Nel prossimo futuro l’India sarà costretta, se vuole continuare a crescere agli stessi tassi di oggi, a migliorare le condizioni di vita generali di tutta la popolazione e, soprattutto, a formare un numero crescente di lavoratori specializzati nei comparti industriali più strategici. 
Lo sviluppo economico è l’espansione delle capacità umane, ma il sistema delle caste – che nella sua forma storica garantiva la pace sociale – oggi è del tutto anacronistico e rappresenterà, nel futuro, un forte freno a questo processo.

Per non restare intrappolati nella schiera dei “paesi emergenti”, il governo indiano dovrà attivarsi in una serie di forti e coraggiose riforme sociali e dovrà scontrarsi contro i poteri forti delle maggiori caste indiane. Dovrà creare un sistema in cui tutti – gli abitanti delle città come quelle dei villaggi – possano studiare, comprendere le proprie inclinazioni e impegnarsi in un lavoro che li gratifichi. Questo dovrà avvenire sia attraverso un programma di sostegni economici ai più poveri, sia (soprattutto) con politiche di discriminazione positiva.


La sfida più grande, però, sarà convincere gli oppressi a mobilitarsi. Convincerli che non bisogna aspettare la reincarnazione per migliorare la propria vita. Che la parola del loro dio è opinabile. In altre parole bisognerà convincerli a scendere a patti con le proprie credenze e con la propria religione. 
A quel punto il gioco sarà fatto: il governo potrà convincere tutti – oppressi ed oppressori – che l’induismo non fa il bene della nazione. Che bisogna allontanarsi dalle proprie tradizioni e dalla propria cultura e che per diventare un paese forte e per avere un ruolo nel mondo che verrà sarà necessaria la conversione di tutti ad un’altra religione: la modernità.  È questa l’unica strada percorribile?

Mario Messina

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