Che fine fanno gli impianti sportivi al termine delle Olimpiadi?

Un portiere da sempre ammirato da chi scrive ha dichiarato una volta tutta la propria amarezza per essere stato malamente scaricato dalla squadra per cui aveva dato tutto sé stesso in carriera: Giorgio Sterchele sapeva proteggere una porta di calcio col cuore, ma non venne riconfermato dalla sua amata compagine vicentina. Mettendo da parte le nostalgiche disquisizioni sulla fine dei vecchi giocattoli (un po’ alla “Toy Story“, per intenderci), quando un uomo perde la propria collocazione sociale, è costretto a reinventarsi. Allo stesso modo, quando qualcosa perde la sua funzione va reinventato o viene dimenticato. Nei casi del patrimonio pubblico immobile, si procede alla sua riqualifica e rifunzionalizzazione.

Decine di migliaia di fan affollano le città olimpiche di tutto il mondo ogni due anni per guardare le competizioni da vicino, ma, al termine delle manifestazioni, molti di questi impianti sono lasciati a marcire. Per ospitare le Olimpiadi i Paesi organizzatori spendono da sempre miliardi per la costruzione delle infrastrutture necessarie alle varie discipline. Si creano posti di lavoro stagionali, si attira il turismo e le entrate provenienti dai fan spesso risanano non solo l’economia, ma anche l’immagine di una città, con dei veri e propri make-up urbani, portati avanti soprattutto con l’incremento dei trasporti pubblici. Dalla grafica sotto è possibile vedere le enormi cifre che stanno dietro le Olimpiadi (estive e invernali) degli ultimi 25 anni.

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I costi riportati sono riferibili soprattutto alle costruzioni delle infrastrutture. Ma cosa accade alla fine delle Olimpiadi ai vari villaggi olimpici, agli stadi e agli altri impianti che ospitano i Giochi?  Ciò che spesso ha avuto risalto è stata la grave decadenza di tali infrastrutture nel corso degli anni: veri e propri mostri di cemento che spesso non rientrano nelle politiche di riqualificazione cittadine al termine delle manifestazioni per le quali sono state costruite. Un esempio recente, forse il più eclatante caso di incuria, è quello di Atene, ospite delle Olimpiadi del 2004. Non solo saranno ricordate per gli sprechi e i costi eccessivi, ma anche perché risulta essere una di quelle sedi che, alla fine dei Giochi, ha visto i propri impianti cadere nell’incuria e nell’inutilizzo (su questo non sarebbe d’accordo la popolazione anfibia: le rane possiedono popolose comunità nelle vecchie piscine).

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Una delle piscine abbandonate nello stadio del nuoto di Atene (Foto AP)

Un caso inusuale di riutilizzo (ma che permette delle riflessioni sull’attuale crisi migratoria del Medio Oriente) è costituito dal Complesso Hellinikon Olympics, che attualmente ospita rifugiati provenienti dall’est dell’Europa. I tre campi di cui si compone ospitano più di tremila profughi organizzati in tendopoli.

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Tendopoli allestita ad Atene, in una foto di Al Jazeera

Esempi di incuria sono presenti anche a Pechino, dove si sono svolte le Olimpiadi del 2008. La maggior parte degli impianti ha subito un epilogo analogo agli impianti ateniesi, con la differenza che, quasi tutti, sono stati chiusi al pubblico con lucchetti e cancelli.

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L’arena del beach volley

A Sarajevo invece, ospite delle Olimpiadi Invernali del 1984, c’è il caso storicamente più interessante. La città è stata al centro della dissoluzione della Jugoslavia e della guerra civile degli anni ’90. I paesaggi dei Giochi sono stati ospiti del conflitto, utilizzati come postazioni, trincee e avamposti bellici dai rispettivi schieramenti. Una vera e propria mortificazione del trapassato panem et circenses. Ancora oggi rimangono i fori dei proiettili negli edifici e uno stadio è stato persino adibito a cimitero. Il caso è sicuramente un unicum nel panorama internazionale, che tuttavia si è reso testimonianza importante: serve infatti a far luce sulla crudeltà e la coercizione che la Storia e la guerra riescono a imporre sul paesaggio, devastandolo.

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Lo stadio Olimpico di Sarajevo, oggi cimitero delle vittime della guerra (Reuters)

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La pista di bob a Sarajevo, ora utilizzata dai ciclisti e abbellita dai graffiti (Reuters)

Ma ci sono anche esempi virtuosi, è vero. I sostenitori del West Ham United, ad esempio, potranno usufruire da quest’anno dell’Olympic Stadium di Londra, realizzato con una spesa di 758 milioni di dollari per le Olimpiadi del 2012. Gli altri impianti più costosi della capitale del Regno Unito sono stati tutti riqualificati e adattati alle fasce medio-alte della cittadinanza londinese: all’Acquatics Centre (419 milioni di dollari) c’è la possibilità di andare a seguire corsi di nuoto o frequentare le sale fitness; al London Velodrome (145 milioni di dollari), utilizzato per le corse ciclistiche, le tribune sono state smantellate e la struttura della pista riformulata per essere adatta a tutti; il Copper Box (69 milioni di dollari) è stato riutilizzato da una squadra di pallacanestro; infine molte delle strutture erano già state progettate per essere poi smantellate, come la Basketball Arena.

Il punto di forza nella riqualificazione degli impianti olimpici sembra proprio la progettazione a lungo termine. Quale potrebbe essere l’intervento adatto a tali situazioni? Manca forse un’effettiva legislazione che imponga alle compagini cittadine di costruire gli impianti soltanto se, all’interno dei progetti, vengano inclusi i previsti smantellamento o riutilizzo al termine dei Giochi. Il giocattolo dell’infanzia, si sa, se non viene riutilizzato, sarà destinato all’oblio. Al massimo, sarà dimenticato in fondo a un vecchio baule.

Daniele Barresi
@DanieleBarresi2

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