Essere Marta

La numero 10 verdeoro si avvia, con passo deciso, palla in mano sul dischetto del rigore. Sa che deve segnare, sa che nella sfida precedente ha sbagliato il quinto rigore, il rigore decisivo, il rigore che poteva costare l’eliminazione del Brasile nel torneo in casa. Ora vuole tirare il primo, per mostrare al mondo e a se stessa che quel rigore sbagliato non conta niente, non può oscurare una carriera incredibile. Il primo rigore, quello che servirà per dare la carica alla squadra, a vincere questa semifinale e prendersi quell’oro.

Il rigore lo segna, anche se lo tira male. Ma il Brasile esce. Al Maracana, davanti a tutto il Brasile nazione. La Nazionale femminile brasiliana, che non è mai arrivata prima in nessun torneo di alto livello, non vincerà l’oro in casa, in quella che doveva essere una favola a lieto fine, una bella storia di sport. In finale ci va la Svezia, che già aveva eliminato gli Stati Uniti. E Marta Vieira Da Silva, la numero 10, il capitano, la miglior giocatrice di calcio che mai abbia calcato un campo da gioco, crolla a terra e piange.

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Quando Marta lascia per la prima volta casa, non ha ancora diciotto anni. Dois Riachos è un paesello al limite del deserto, in quel momento assolutamente sconosciuto. E lei, con la sua valigia, parte per un viaggio di oltre novemila chilometri. Il Santa Cruz, squadra in cui gioca dopo le giovanili al Vasco de Gama, vive una sola stagione, poi fallisce, come centinaia di squadre nel calcio femminile. E lei vola ad Umea, in Svezia. Arriva quando la squadra, già fortissima a livello internazionale, è impegnata nella semifinale di Champions, contro il Brondby. Marta segna un gol all’andata ed uno al ritorno. La finale è contro il Francoforte. Con i tedeschi gioca Birgit Prinz, già miglior calciatrice del mondo e prossima tre volte miglior calciatrice del mondo. Marta la conosce. Marta la ammira. Marta vuole essere lei. E davanti a lei segna due gol all’andata ed uno al ritorno, per l’8 a 0 finale complessivo. Ha 18 anni, ha appena battuto il suo idolo e portato a casa una Champions League.

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Dois Riachos oggi

Ad Umea Marta sta quattro anni, con una media realizzativa superiore alle partite giocate. E’ un’attaccante nel senso più ampio del termine, capace di giocare prima o seconda punta e trequartista. Al termine del suo primo anno in Svezia, arriva terza al FIFA Women’s World Player of the Year. L’anno successivo, seconda, sempre dietro alla Prinz. Al terzo anno, lo vince. Quando riceve il premio, ha vent’anni. E lo vince per cinque anni consecutivi. La Prinz, nel suo anno migliore, aveva ricevuto 513 punti. Marta ne riceve 475 al primo anno, 988 al secondo e 1002 al terzo. Si è costretti a cambiare il regolamento ed indicare la votazione in percentuale, per non ferire moralmente la seconda e la terza, che arrivano con scarti di sei/settecento punti. Proprio al terzo anno, sul secondo gradino del podio c’è la Prinz, che riceve trecento voti. Sul terzo gradino c’è la compagna di nazionale Cristiane, con 47.

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Marta e Birgit

Quando riceve il terzo premio, Marta annuncia il suo trasferimento. Volerà negli Stati Uniti. Il Los Angeles Sol l’ha chiamata. I primi sei mesi sono da urlo, senza la ciliegina del campionato, perso alla finale. Sfrutta la pausa per andare in prestito in Brasile, al Santos, e chiudere un cerchio lungo migliaia di chilometri e sei anni. In patria sembrava che non ci fosse spazio per il calcio femminile, lei compresa. Eppure il suo arrivo basta a ravvivare un movimento agonizzante. Di più, la sua sola esistenza dà linfa nuova ad un cespuglio secco e rattrappito. 26 gol in 14 presenze. E’ in rampa di lancio.

Ma.

Ma quando torna negli Stati Uniti, dopo aver ricevuto il quarto Pallone d’Oro, il L.A. Sol non esiste più. Il calcio femminile vive di poche entrate, non sufficienti a sostentare un club di vertice per molti anni, ed in alcuni casi nemmeno per una sola stagione. La miglior calciatrice del mondo è senza squadra. E questo dopo che è diventata anche il centro nevralgico della Nazionale verdeoro, nonostante nel Mondiale del 2007 in Cina il Brasile abbia perso in finale contro la Germania, con gol ovviamente della Prinz. E’ solo un contrattempo, non si era ancora pronti a vincere, dicono. Aspettate e vedrete, dicono altri, al prossimo vinceremo. Il problema però è grande. Il Brasile praticamente non ha un campionato femminile, e Marta al momento non gioca. Al Mondiale 2011 manca un anno.

Fortunatamente, le offerte non mancano, e Marta va a giocare al Gold Pride,a Santa Clara, franchigia neonata. E’ capocannoniere del torneo, eletta MVP della finale vinta dalla sua squadra e solleva il quinto Pallone d’Oro consecutivo. Ma c’è ancora una svolta. Le endemiche difficoltà finanziarie del calcio femminile portano allo scioglimento del Gold Pride, dopo appena una stagione. Marta è ancora costretta a partire. A sei mesi dal Mondiale.

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Marta con la maglia di L.A contro Leslie Osborne, capitana di Gold Pride

Di nuovo però il Santos bussa alla porta. Il movimento brasiliano è di nuovo in crisi, a sei mesi dalla partenza di Marta. E lei torna in patria. In quel momento il Santos può vantare i due più limpidi talenti verdeoro del momento. Marta nella selezione femminile e Neymar in quella maschile. Anche in questo caso, totalizza più gol che presenze. Forse avrete intuito cosa sta per succedere. Il Santos femminile chiude i battenti. Perchè? La squadra femminile ha un budget di poco più di un milione di euro, non così tanto per il Santos. Ma lo stipendio di Neymar è di un milione e mezzo all’anno, e per tenere lontani i falchi d’Europa, i bianconeri devono garantirgli lo stipendio. Ad una conferenza stampa, poco tempo dopo, un giornalista chiede a Neymar se si senta in colpa per aver causato lo scioglimento della squadra femminile. L’allenatore, Alvaro, prende il microfono. “Non ho mai detto che sia sua responsabilità. Quello che ho detto è che l’obiettivo del Santos è avere una squadra che possa durare per centinaia di anni. Qualsiasi altra attività secondaria è possibile solo quando è possibile. Dato che siamo campioni, i costi sono più alti ed i giocatori più costosi, e dobbiamo ridestinare i fondi.”

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Ma il Mondiale di Germania è arrivato. E Marta è numero 10 e capitano. La squadra è inserita nel girone D, contro Australia, Norvegia e Guinea Equatoriale. Nove punti, sette gol segnati e nessuno subito. Ma il sorteggio è impietoso, perchè nel gruppo C gli Stati Uniti, da sempre i favoriti, sono arrivati secondi dietro la Svezia. E incrociano proprio il Brasile.

Le due squadre arrivano in modo estremamente diverso a questa partita. Le verdeoro arrivano allo stadio ballando la samba. Le USA hanno finora deluso, perchè si sono qualificate al torneo solo attraverso uno spareggio, oltre che non vincere il loro girone.

Dopo due minuti, autogol di Daiane. Gli Stati Uniti sono avanti, ma nel secondo tempo Marta inventa dal nulla un’azione e si fa atterrare in area. L’arbitro fischia il rigore. Dagli undici metri va Cristiane, che si fa parare il tiro da Hope Solo. Ma il direttore di gara, con un ritardo spaventoso, fa ribattere. Mare di proteste, ma sul secondo tiro va Marta. Gol, 1 a 1. Supplementari. Al 92′, la numero 10 attende palla in area di rigore, e appena la riceve la lancia, senza guardare, sul secondo palo. La traiettoria del pallone inganna Solo, ed è gol. I minuti passano e gli Stati Uniti non sembrano riuscire a reagire. Fino al 120′ + 2, quando la Wambach insacca. Rigori. Marta il suo lo segna, ma sbaglia Daiane, in una giornata terribile per il difensore verdeoro. Il Brasile è fuori.

Per breve tempo, Marta si accasa a New York, ma pochi mesi dopo il suo arrivo l’intera lega nazionale americana chiude. Dopo le fallimentari Olimpiadi di Londra, in cui il Brasile domina il girone ma esce al primo turno contro il Giappone, Marta torna in Svezia, al Tyreso, unico posto in cui il campionato femminile è di alto livello e non sembra dover morire da un giorno all’altro. Ma in realtà anche qui la società fallisce. Nonostante il suo stipendio non arrivi al milione, sembra che non ci sia spazio nel calcio femminile per la più grande calciatrice della storia. Il suo ingaggio mina qualsiasi squadra la metta sotto contratto. E così, quando è lei stessa a chiamare il Rosengard, il presidente si dice lusingato ma le spiega che non può permettersi di pagarle lo stipendio. Arrivano offerte dalla Germania, ma Marta vuole restare in Svezia, e si propone nuovamente al Rosengard, abbassandosi notevolmente lo stipendio. Ai primi dialoghi con allenatore e presidente, è preoccupata che le compagne possano non accettarla, e quando scopre che la 10, da sempre il suo numero, è occupata, prende la 11. Al primo allenamento, raccoglie i coni ed il resto del materiale, mentre le altre la guardano allibite.

Ha sempre voluto dimostrare di essere grande ed al contempo normale. Forse il fatto di non aver mai avuto un posto fisso l’ha sempre costretta a mettersi alla prova e a non sentirsi mai arrivata. Ecco perchè ha sempre tirato i rigori quando poteva, ha sempre indossato la fascia di capitano e sempre vestito la 10, a meno che non questo non rischiasse di rovinare l’armonia dello spogliatoio. E vincere cinque palloni d’oro non le ha mai impedito di piangere per una sconfitta.

Marco Pasquariello

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