Olimpiadi in musica: gli inni nazionali

In questi giorni, seguendo gare e premiazioni qua e là, siamo di fatto bombardati da inni nazionali a ripetizione: naturalmente la frequenza della loro esecuzione rispecchia quella delle vittorie nelle gare, per cui ci aspetteremo di sentire parecchie volte l’inno americano e meno volte quello di, che so, Lesotho o di Kiribati.

Stemma di stato, bandiera, inno nazionale: tre simboli imprescindibili per qualsiasi nazione. Non possiamo pensare alcuno stato senza uno di questi tre elementi, ma se gli stemmi hanno storia antichissima, e così pure le bandiere (anche se un po’ meno), per gli inni nazionali il discorso si fa più complesso. Si ha notizia di una melodia “ufficiale” della casa reale giapponese fin dal IX secolo dopo Cristo, ma la chiusura ermetica del paese rese questa usanza un unicum che non si diffuse, finché non ricomparve autonomamente nell’Olanda del XVII secolo. L’esempio olandese tuttavia restò anch’esso confinato in un’area ristretta, salvo sporadiche comparse nella musica classica (fu utilizzato da Mozart in un paio di pezzi).

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Fu invece l’inno britannico (God save the Queen/King) del 1745 il primo vero inno moderno, che aprì la strada a tutte le altre nazioni: non si tratta tuttavia dell’inno di una nazione, bensì di una casata, quella degli Hannover, la cui origine tedesca favorì l’esportazione dell’inno a tutta la Confederazione Germanica. L’inno rimarrà lo stesso per Inghilterra, Germania e Svizzera fino al 1922, e God save the Queen/King rimane tuttora, pur se con parole diverse, l’inno del principato del Liechtenstein (non ci credete? Ascoltate qui).

La Spagna seguì pochi anni dopo, nel 1770, l’esempio dell’Inghilterra, utilizzando però un brano donato dalla Prussia: si tratta di una marcia che (caso raro) è senza testo (esistono due testi che possono essere abbinati alla musica, ma non hanno riconoscimento ufficiale). La marcia è di autore ignoto, ma nel 2012 il governo spagnolo ha stabilito (ritorna il dogma dell’infallibilità?) che l’autore non può che essere nientemeno che Federico II di Prussia (che in effetti si dilettava di composizione, ma da lì a dire che è l’autore certo ce ne passa…).
Ma il re (o forse sarebbe meglio dire “il presidente”) di tutti gli inni nazionali non può che essere il canto dei rivoluzionari francesi, il Canto di battaglia dell’esercito del Reno di Rouget de l’Isle, che dalle colline alsaziane fu trasferito all’assolata Provenza solo perché cantato da un reggimento di marsigliesi durante un assalto a Parigi. Si tratta dell’inno probabilmente più conosciuto e citato dell’intera storia della musica: la Marsigliese

Eh già, perché gli inni nazionali, in quanto simbolo (immediatamente riconoscibile, almeno per le nazioni più grandi), sono sempre stati utilizzati dai compositori per alludere a questo o quel paese. Si citano inni per celebrare una nazione, certo, ma spesso anche per irriderla. Nella tonante (e un po’ esagerata) Ouverture 1812 di Tchaikovsky, che celebra la vittoria della Russia su Napoleone, la Marsigliese viene citata nella rappresentazione della battaglia, e viene infine soverchiata completamente dall’inno zarista (con tanto di campane vere e colpi di veri cannoni in un – a mio parere – trionfo del peggior kitsch musicale). Ascoltatevela tutta se volete, le citazioni, distorte e volutamente un po’ ridicole, iniziano a 5’26”.

Citazioni un pochino meno ridicole le possiamo rintracciare, ad esempio, in questo Prélude di Debussy, dedicato al protagonista del Circolo Pickwick, in cui al basso compare chiarissima la linea melodica dell’inno britannico, pur con qualche “aggiustamento” armonico superiore (mica poteva proporlo tale e quale, dopotutto è pur sempre un brano d’autore).

Sempre a proposito di grandi compositori, va rilevata la dissonante (!) assenza di grandi nomi tra gli autori degli inni nazionali. Uniche, seppur notevoli, eccezioni sono Mozart (autore dell’attuale inno austriaco, un coro tratto da una cantata massonica – e qui i complottisti si sprecheranno), Haydn (autore dell’inno del fu Impero Asburgico, divenuto poi l’attuale inno della Germania) e insospettabilmente il francese Charles Gounod, che oltre a una fiappa e abusatissima Ave Maria pare abbia composto anche l’inno della Città del Vaticano.

E l’elenco si ferma qui. Tutti gli altri compositori di inni non sono nel novero dei grandi, sebbene quasi ogni nazione (europea, per lo meno) abbia presentato più di un nome di spicco nel panorama musicale mondiale. Perché?

Forse ai compositori non interessa dedicarsi a un genere ritenuto probabilmente troppo limitante? Forse che la musica viene da loro percepita come senza confini? Forse stiamo correndo troppo, però è vero che anche i tre grandi sopra citati non hanno composto un inno nazionale, bensì composizioni di altro genere (una cantata massonica Mozart, un quartetto d’archi Haydn, e una composizione per un giubileo Gounod) che solo in seguito sono state adattate a rappresentare una nazione.

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E veniamo, per non privarci del piacere di ridacchiare un po’, a qualche nota informativa sul nostro inno, chiamato abitualmente Inno di Mameli ma composto in realtà da Michele Novaro (Mameli è l’autore del testo). Innanzitutto l’Inno di Mameli è tuttora provvisorio (“In Italia non c’è niente di più definitivo di ciò che è provvisorio” recita tristemente un vecchio adagio): scritto nel 1846, venne inizialmente adottato dai combattenti per l’effimera Repubblica Romana nel 1849. Con la conquista della città e l’avvento del Regno, l’inno repubblicano mazziniano Fratelli d’Italia venne per lunghi anni mal tollerato, finché nel 1946 con la fondazione della Repubblica venne ripescato. Tuttavia, per non urtare la suscettibilità del Papa (ebbene sì), l’inno venne mantenuto provvisorio e tale resta tuttora.
Parliamoci chiaro, l’inno italiano dal punto di vista musicale è bruttino, e il testo non è una vetta poetica, ma non è particolarmente peggiore di tanti altri. Da alcuni è stata ventilata la soluzione di adottare il Va’, pensiero verdiano come inno d’Italia, ma si sa, nell’opera (il Nabucco) viene cantato da un – testuale – “coro di schiavi ebrei” e probabilmente la cosa non è vista come un elemento di grande prestigio, anche se sia il testo sia (soprattutto!) la musica sono di ben altro livello rispetto al lavoro di Mameli/Novaro. Ma ha poco senso estrapolare un coro da un’opera, soprattutto se si vuole ergerlo a simbolo di una nazione.

Mi sembra quindi una scelta curiosa quella della Padania, il cui “inno” (ovviamente non ufficiale) sarebbe proprio quello stesso Va’, pensiero che è uno dei più alti esempi di patriottismo musicale, direi agli antipodi del separatismo. La scelta è sempre stata per me un mistero, diciamo così, “filologico”, finché ho scoperto che trattasi di un banale errore: l’ex leader del partito, notato tempo fa all’Arena di Verona a una rappresentazione de I lombardi alla prima Crociata di Verdi, disse di essere venuto ad ascoltare l’inno della Padania. Mistero chiarito: nei Lombardi è in effetti presente un coro piuttosto famoso e decisamente più attinente, O Signore dal tetto natio. Probabilmente è stato in qualche modo e in qualche tempo confuso con un altro coro verdiano famoso e il gioco è stato fatto. Agghiacciante ma plausibile.

Sempre Verdi, oltre alle opere che sono le vette più alte della sua produzione, ha composto una singolare cantata profana dal titolo Inno delle nazioni per l’Esposizione universale del 1862: in essa gli inni di Inghilterra, Francia e Italia vengono fusi contrappuntisticamente in modo mirabile, a rappresentare la fratellanza universale che doveva animare l’Esposizione. Una versione riveduta venne presentata alla fine della Seconda Guerra Mondiale da Arturo Toscanini in un cortometraggio celebrativo: egli aggiunse alla composizione anche gli inni americano e sovietico, in onore di due paesi fondamentali per la lotta al nazi-fascismo (qui l’originale completo  e qui la parte finale della revisione di Toscanini).

Si sentono spesso lamentele sugli “inni brutti” che costellerebbero il panorama musicale mondiale, e in effetti è vero, non si tratta quasi mai di musica di un qualche valore artistico. Ma lo stesso discorso si potrebbe ripetere, in parallelo, per i testi, che raramente hanno velleità letterarie, o addirittura per gli stessi stemmi e bandiere, che però nessuno si sognerebbe di criticare perché non somiglianti a un Tiziano.

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Ecco a voi la bandiera del Lesotho

È decisamente curioso notare che il campo degli inni nazionali è probabilmente l’ultimo in cui resiste un marcato retaggio coloniale: di fatto tutti gli inni del mondo (non li ho ascoltati tutti, ovviamente, ma se esiste un’eccezione è ben nascosta) sono scritti in uno stile musicale classico, occidentale e databile tra il settecento e l’ottocento, l’epoca d’oro delle marce militari e degli inni dei reggimenti. Trattasi chiaramente di una qualche forma di “sudditanza” che si è mantenuta anche dopo l’indipendenza dei vari paesi. Ritiriamo pure fuori l’inno di Kiribati, minuta nazione insulare dell’Oceania indipendente dal 1979, oppure quello del Lesotho, regno sudafricano indipendente dal 1966.

Di fatto nessuna nazione al mondo utilizza per l’inno il proprio stile musicale popolare, preferendo adeguarsi alla moda avviata dall’Inghilterra nel XVIII secolo: questa è la ragione per cui, ascoltato un inno, ci sembra di averli sentiti tutti. È come sentire infinite variazioni degli stessi stilemi, per di più basati tutti su un sostrato che è invariabilmente o militare oppure sacro.

Comunque sia, se non vi piace l’inno di Mameli, consolatevi: il precedente inno era la sabauda Marcia Reale, un concentrato delle meno brillanti idee musicali e dei peggiori stilemi da banda scalcagnata (non esagero).

Un giorno venne chiesto a Vittorio Emanuele III quali compositori classici preferisse. Lui rispose che Verdi, Puccini, Donizetti, Beethoven per lui erano tutti uguali, mentre l’unica musica che riusciva a fare breccia nel suo cuore e a regalargli una qualche emozione era proprio la Marcia Reale. E poi ci si chiede perché siamo diventati una Repubblica.

Alessio Venier

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