Zika colpisce ancora: contagiati i tornei olimpici di golf e tennis

Le zanzare sono insetti particolarmente fastidiosi: ronzano, ronzano e poi alla fine pungono, succhiando sangue e causando piccole infezioni. Ce ne sono alcune che poi sono più fastidiose di altre, tipo la Aedes Aegypti. Questa specie, presente soprattutto nei climi tropicali, può infatti trasmettere il virus ZIKV, noto ai più semplicemente come Zika.

Zika è stato scoperto per la prima volta nel 1947 in Uganda e isolato un decennio più tardi nel continente africano. Tuttavia un nuovo e potente ceppo del virus è rispuntato nel 2007 nella minuscola isola di Yap per poi diffondersi in molti paesi tropicali negli ultimi tempi, tanto che nello scorso febbraio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha definito “un’urgenza di sanità pubblica internazionale”. Il Brasile è stato uno dei paesi più colpiti dall’epidemia: un numero tra le 440mila e il milione e 300mila persone è stato contagiato e si sono registrati 3mila e 500 casi correlati di microcefalia nei feti, una grave malformazione della scatola cranica.

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La storia di Zika

Preoccupati da un’ulteriore diffusione della malattia, a fine maggio oltre un centinaio di esperti tra medici e scienziati hanno scritto un appello affinché i trentunesimi Giochi Olimpici, di scena dal 5 al 21 agosto a Rio de Janeiro, venissero posticipati o in alternativa organizzati in un’altra città. Nella lettera si definiva un “rischio inutile” esporre potenzialmente mezzo milione di persone a Zika. L’OMS ha ribattuto che un eventuale spostamento di sede “non avrebbe effetti significativi sulla diffusione del virus”, poiché esso è presente “in oltre 60 paesi”. Inoltre ha aggiunto che il modo migliore di ridurre i rischi per tifosi e atleti è quello di “seguire le raccomandazioni di salute pubblica durante i viaggi”.

Tale rassicurazione però non ha convinto due particolari categorie di sportivi ritenute spesso un po’ “snob”: i golfisti e i tennisti. Nel golf le rinunce a causa di Zika hanno letteralmente falcidiato il torneo olimpico. Uno dopo l’altro si sono ritirati i migliori 4 giocatori della classifica mondiale: l’australiano Jason Day (attuale n.1 del mondo), gli americani Dustin Johnson e Jordan Spieth (rispettivamente n.2 e n.3), e il nordirlandese Rory McIlroy (n.4). Nel tennis i forfait eccellenti dettati dal timore di contrarre il virus sono stati fortunatamente più contenuti. Tra i top 10 del ranking ATP solo il canadese Milos Raonic, n.7 e recente finalista a Wimbledon, e il ceco Tomas Berdych, n.8 e semifinalista in tutte le prove dello Slam in carriera, hanno motivato così la loro scelta di non volare in Brasile. A dire il vero il torneo di tennis risentirà molto anche delle pesanti assenze del fenomeno svizzero Roger Federer, probabilmente il giocatore più famoso e amato in assoluto, e del suo temibile connazionale Stan Wawrinka, entrambi infortunati. Ma questo è un altro discorso.

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Milos Raonic (Wimbledon 2016)

Il golf si presenta per la prima volta a Rio 2016 come sport olimpico e per tale ragione questa sequenza di ritiri al vertice ha fatto fin da subito molto discutere. Già in aprile, l’ex golfista statunitense Jack Nicklaus, considerato da alcuni il migliore di ogni epoca, aveva giudicato “triste” la rinuncia di Adam Scott, un altro ottimo giocatore australiano. Nicklaus era preoccupato che il golf potesse essere subito eliminato dalla lista delle discipline presenti alle olimpiadi in un voto che avrà luogo il prossimo anno. Le sue paure sono state confermate da Richard Peterkin,  uno dei membri del CIO, che in un Tweet ha sottolineato come ci siano tanti altri sport interessati ad entrare nel caso in cui il golf non garantisca una competizione all’altezza delle aspettative. Alcuni giocatori, con ben più malizia, hanno messo in dubbio la stessa onestà dei loro colleghi “disertori”. “C’è più chance di prendere la Malaria a Johannesburg che Zika in Brasile. Se le olimpiadi fossero in Sudafrica si ritirerebbero lo stesso? Io penso di no”, ha  ironizzato l’inglese Danny Willett, vincitore a sorpresa dell’ultima edizione del prestigiosissimo Augusta Masters.

Nel tennis, che è tornato a far parte dei Giochi a Seoul nel 1988, non si erano sollevate polemiche riguardo ai sospetti forfait a causa del virus finché il n.1 del mondo Novak Djokovic, a caccia di una medaglia d’oro che colmerebbe l’ultimo grande vuoto nel suo eccezionale palmares, ha alzato la voce. “Da quanto ne so la situazione non è pericolosa. Mi sembra che tutto questo scalpore sia stato fatto per coprire altre intenzioni”, ha recentemente tuonato il fuoriclasse serbo.

In effetti di motivi per pensar male ce ne sono diversi. In primo luogo, appunto, il Brasile è solo uno dei tanti paesi in cui si sono verificati casi di Zika. Insomma esiste la stessa probabilità di ammalarsi a Rio de Janeiro come a Città del Messico, Caracas e altre metropoli dell’America centrale e del sud. Inoltre va tenuto conto del fatto che le Olimpiadi si svolgeranno in inverno. Le temperature della città famosa per il carnevale e la statua del Cristo Redentore in questa stagione sono troppo basse per il proliferare delle zanzare e dunque le possibilità di venire contagiati diminuiscono drasticamente.

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La diffusione del virus nel continente Americano

Infine nella stragrande maggioranza dei casi gli effetti di Zika su degli individui adulti in buona salute si limitano a cefalea (il comune mal di testa), eruzioni cutanee e congiuntivite. Solo in rarissime occasioni la puntura della malefica zanzara provoca una disfunzione neurologica, chiamata sindrome di Guillian-Barré, la quale, a sua volta, può portare alla paralisi di alcuni arti e addirittura alla morte se gli organi colpiti sono vitali. Come sottolineato in precedenza, l’impatto più diretto e devastante Zika lo ha invece sui feti. Dunque le golfiste e le tenniste teoricamente dovevano essere più propense a saltare la trasferta olimpica rispetto ai loro colleghi maschi. E invece non è andata proprio così. Tra le prime 10 giocatrici del ranking della LPGA (le lega americana di golf femminile professionistico) c’è stata una sola defezione, dovuta al fatto che la Corea del Sud non può schierare più di 4 atlete. Anche tra le 10 migliori tenniste al mondo si segnala un unico forfait “precauzionale”: quello della rumena Simona Halep.

La ragione di questi ritiri è ben altra dunque. E, paradossalmente, ci è stata svelata da un paio degli stessi protagonisti coinvolti nella vicenda. Nella conferenza stampa che anticipava il British Open, il più antico dei quattro Major, Rory McIlroy ha infatti affermato che non solo non andrà a Rio ma che non guarderà nemmeno il golf alle olimpiadi da casa, preferendo “l’atletica, il nuoto… le cose che contano insomma”. Incalzato dalle domande dei giornalisti sul fatto che questa scelta non lo renda un buon ambasciatore del suo sport, il 27enne campione britannico ha risposto in maniera tremendamente onesta: “Non ho iniziato a giocare per far crescere il golf ma per vincere titoli”. Alla schiettezza di McIlroy si è contrapposta l’apparente ingenuità del tennista Milos Raonic, il quale, in un’intervista all’alba di un importante torneo nella sua Toronto, ha letteralmente cambiato versione. “Non andare ai Giochi è stata una decisione difficile, ma ho capito che era meglio per me concentrarmi su altri obiettivi”, ha ammesso il 25enne gigante di origine montenegrina, già evidentemente focalizzato sugli US Open, ultimo grande evento nella stagione del tennis.

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Rory McIlroy (British Open 2016)

E la realtà è proprio questa. Golf e tennis sono due sport professionistici in cui ogni settimana vengono messi in palio punti decisivi per la classifica mondiale e dispensati milioni di dollari in montepremi agli atleti. Senza questi due incentivi, in entrambe le discipline, le Olimpiadi potrebbero rivestire un ruolo centrale solo se costituissero uno degli appuntamenti più ambiti. È difficile però immaginare che golfisti cresciuti guardando le imprese di Tiger Woods sul mitico campo dell’Augusta National o tennisti ispirati dai sette successi di Roger Federer sulla magica erba dell’All England Club pensino ai Giochi Olimpici come ad una priorità nelle proprie future carriere. Forse col tempo questi due sport assimileranno una tradizione olimpica ma a Rio “le cose che contano” saranno altre.

Valerio Vignoli

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