Jose Altafini, il primo core ‘ngrato

Quanti campioni ha regalato al mondo il Brasile. E pensare quanti scarsi, accostati a grandi campioni, siano usciti dal paese verdeoro fa riflettere su quanto le aspettative umane possano essere disattese. Quindi se al campetto dove vi allenate campeggia una foto del Grande Torino e tutti cominciano ad additarvi e chiamarvi “Mazola, Mazola!”, io un due scongiuri li farei. Ma è proprio quello che succede ad uno dei più grandi calciatori che dal Brasile voleranno in Italia e legheranno la loro storia calcistica al bel Paese. Quello che è tra i primi a lasciare il segno nel cuore dei napoletani, e a ferirlo passando alla Juventus. E’ la storia di Jose Altafini, il primo core ‘ngrato.

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Piracicaba è una cittadina dominata dall’omonimo fiume. Vive nell’ombra di San Paolo, ma ha una strada a se, divisa tra l’urbanizzazione di inizio novecento e la ruralità del Brasile meridionale. E’ zona di forte immigrazione italiana, che però ha portato fortuna a pochi. Tra i molti che invece vivono in semipovertà, ci sono anche Gioacchino Altafini e Maria Marchesoni. La coppia si è stabilita nelle campagne intorno a Piracicaba, ma vuole un destino diverso per i figli. La prima cosa che fanno è mandare a scuola per quanto possibile i figli. Josè nasce qui, e già dai nove anni la mattina va a scuola ed il pomeriggio lavora. Presto però nella sua daily routine si inserisce anche il calcio. Il XV de Piracicaba è la squadra locale, dove giocano tutti i figli degli operai della città.

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Piracicaba oggi

Quando, il 4 maggio del 1949, l’aereo del Grande Torino si schianta contro la Basilica di Superga, il presidente del Piracicaba decide di affiggere nella sede societaria una foto della squadra granata. Tutti i bambini ed i ragazzi possono così crescere nell’ombra dei Grandi. E molti cominciano a notare la somiglianza tra Josè ed il numero 10 di quella squadra. Quando scoprono il nome di quel giocatore, cominciano a chiamarci Jose. “Mazola, Mazola!”

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Altafini con i figli di Mazzola, Ferruccio e Sandro

Il redivivo è attaccante, e questo, unito alla sua italianità, lo porta presto al Palmeiras, La squadra di San Paolo era stata infatti fondata da immigrati italiani nel 1914, dopo aver visto giocare lì il Torino e la Pro Vercelli in amichevole. Il primo nome era addirittura Palestra Italia. Gioca nelle giovanili per poco tempo, e a 17 anni, 6 mesi e cinque giorni esordisce in prima squadra. Con una doppietta. E’ tuttora il più giovane marcatore del Palmeiras. Le cose vanno talmente bene che viene pure convocato in Nazionale. Ha 19 anni quando esordisce, nel giugno del 1957, in amichevole contro il Portogallo. E segna pure lì. Tutti si aspettano grandi cose da lui, è l’astro nascente del Brasile. Solo un mese dopo però esordirà in Nazionale maggiore un 16enne, che nella sconfitta contro l’Argentina segnerà l’unico gol verdeoro. Josè Altafini vede quella partita dal campo, ed esulta insieme ad Edson Arantes do Nascimiento, per tutti Pelè.

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In preparazione al mondiale 1958, il Brasile gioca alcune amichevoli in Italia, contro Fiorentina ed Inter. A quelle partite ci sono anche degli osservatori del Milan, giunti lì per vedere il 20enne. E così Josè Altafini viene preso dai rossoneri, per 135 milioni di lire. Il Mondiale va bene, lui segna due reti nella prima partita e alla fine i verdeoro, grazie a Pelè, sollevano la Coppa Rimet. Il suo primo anno in rossonero va ancora meglio. 34 gol in 38 presenze, ripetuto con le 26 reti dell’anno successivo. Segna quattro reti in un derby contro l’Inter ed altrettanti alla Juventus. Vince lo Scudetto, praticamente tutto suo.

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Resta però pur sempre un brasiliano. Esce, va per locali, torna tardi la notte. Il direttore tecnico Viani spesso lo va a cercare nei night della città, e dopo averlo scovato lo riporta a casa. E’ un brasiliano, ha vent’anni e vive nella Milano dei primi anni sessanta. Deve tutto all’Italia, talmente tanto che decide di non vestire più la maglia del Brasile ed accettare la convocazione dell’Italia per il mondiale 1962. Non si può fallire.

E invece il mondiale cileno è disastroso. L’Italia esce subito, e tutti puntano il dito sui tanti oriundi che vestono la maglia azzurra. Epurazione. Ridare l’Italia agli Italiani. E così via tutti i naturalizzati, compreso Josè, che in azzurro ha giocato sei partite ed ora si trova senza più nazionale. Rischia di essere l’anno nero di Altafini. Ma per sua fortuna da un annetto si è seduto sulla panchina del Milan Nereo Rocco, che fa dell’attaccante italo-brasiliano il centro del progetto. E’ inamovibile. Viani sconsiglia Rocco, gli dice che è inaffidabile, ma Nereo non ci sta, e nella sua bellissima lingua lo battezza gran giocatore. Anzi, xe un gran zogador. Si vince di nuovo lo scudetto, ed un anno dopo si vince anche la Coppa dei Campioni, con 14 reti di Altafini (record battuto solo nel 2014 da CR7), di cui cinque in una sola partita e due in finale.

Certo, non c’è solo lui in quel Milan. C’è Cesare Maldini, ci sono Trapattoni e Lodetti, le due cocorite, c’è Ghiggia, c’è Radice. E poi c’è Rivera. E’ una squadra fortissima, e può vincere con chiunque. Ma in quella squadra qualcosa si rompe. Nereo Rocco se ne va, Liedholm non controlla più tutte le anime dello spogliatoio. E Josè, che non si fa mettere i piedi in testa, finisce per litigare spesso con i due compagni di reparto, Paolo Ferrario ed Amarildo. All’improvviso arriva una telefonata, Altafini risponde, ascolta, e dice sì. Va al Napoli.

Lì, ad aspettarlo, c’è Omar Sivori.

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Gli anni passano, quando arriva a Napoli ha 27 inverni sulle spalle. Fa un passo indietro quindi, diventa l’aiuto di Omar. I due insieme segnano tanto, e soprattutto fanno segnare. E’ il duo delle meraviglie. Tre anni spettacolari, in cui i partenopei arrivano secondi, miglior risultato per molto tempo.

Ma poi Sivori lascia il calcio. Alla sua ultima partita si becca una squalifica di sei giornate, e poco tempo dopo si infortuna al ginocchio. E le cose si complicano anche per Altafini. Sul campo altri prendono il suo posto, ormai è un trentenne, il campo lo vede sempre meno ed i gol latitano. In più si inimca parte dello spogliatoio, quando si innamora di Annamaria Galli, moglie del compagno Paolo Barison. La coppia ha tre figli, ma lei lascia il marito e va a vivere con il brasiliano, che peraltro era già sposato con una donna brasiliana. Scandalo.

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Arrivano gli anni ’70, ed il Napoli gli propone un ingaggio a presenza, più che annuale. Lui accetta. Le cose in realtà migliorano, ma quando gli emissari del Napoli vanno ad offrirgli il prolungamento, trovano nella sua stanza altri uomini, che gli stanno facendo firmare un altro contratto. Sono quelli della Juventus. Altro scandalo. Tumulti a Napoli, anche perchè insieme a lui parte pure Dino Zoff.

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A 34 anni Josè Altafini cambia ancora vita, mentre in città bruciano le sue foto e le sue figurine. A Torino davanti a lui nelle gerarchie ci sono Bettega ed Anastasi, ma lui ha ancora qualche cartuccia da sparare. Nove reti in 23 presenze di campionato, una più di Bettega e tre di Anastasi. Segna nell’ultima giornata, quella che consegna lo Scudetto, segna in Coppa Campioni, che sfumerà in finale contro Cruijff. Segna anche gli anni successivi, partendo dalla panchina, come riserva di lusso. Nella stagione 1974/75, quando ha trentasette anni, si trova a vedere lo scudetto conteso tra Juventus e Napoli. E segna all’88 dello scontro diretto per il definitivo 2 a 1. Pochi giorni dopo, ecco apparire sul cancello di ingresso allo stadio San Paolo “Jose core ‘ngrato”

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Ma ormai è finita. Ha firmato anche questo scudetto, è stato come sempre decisivo. Ha segnato 216 reti, quarto assoluto per realizzazioni e secondo straniero per presenze in A. Gioca ancora, non vuole smettere. Va in Svizzera, a Chiasso, dove porta la squadra in A e la salva. Infine, a 42 anni, lascia.

Ed ecco  come lo conosciamo noi. Lo sentiamo, più che vederlo, con quella sua voce cantilenante, piena di alti e bassi, spesso un po’ improvvisato, ma caratteristico nelle sue telecronache.E’ infatti il primo “seconda voce” che la tv italiana conosca. Il primo, ancora una volta.

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