Fack ju Göhte: la lezione della Germania

Dice Sgarbi che

sgarbi

Avendo vissuto in Germania gli ultimi quattro mesi, mi sento autorizzato a dissentire. Sgarbi generalizza paurosamente il confronto Italia – Germania, di certo a scopo di acchiappare i big like$ sui social network con la battutona, ma in un ipotetico confronto (sotto diversi punti di vista) la Germania vincerebbe a mani basse.
Appena tornato dall’Italia più di qualcuno mi ha chiesto, alla luce dei recenti avvenimenti, “ma dimmi un po’, in Germania, come si sta, questo terrore, come va?

Ebbene in verità io vi dico: sono dovuto tornare in Italia per percepire il panico totale e il disorientamento generale che, suppongo, si dia per scontato ci sia anche in Germania. Spiacente di deludervi, ma non c’è. Certo, ci sono quelli di Pegida (un disorganizzato movimento popolare) e quelli di AfD (Alternative für Deutschland, una specie di Movimento 5 Stelle con più nazionalismo e un pizzico di Forza Nuova), passando per l’NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands, praticamente dei nazisti, con anche la bambina con capelli biondi e occhi azzurri). Ma la Germania è un paese che funziona, per tutta una serie di motivi: il primo, per loro stessa ammissione, è un senso di colpa collettivo dovuto al nazismo. Anche se al giorno d’oggi si sente meno, è questo senso di colpa che ha consentito la nascita di una società multi-kulti (il termine usato per definire la società multiculturale sviluppatasi in Germania nel secondo dopoguerra) già dagli anni Sessanta e Settanta, quando moltissimi immigrati turchi e italiani (tipo Lino Banfi in Pappa e Ciccia) misero alla prova la società tedesca ancora non completamente ripresasi dalle difficoltà della II Guerra Mondiale (si parla naturalmente della Germania Ovest, dato che ben pochi avevano interesse ad emigrare in Germania Est, trattandosi di un paese con un’economia praticamente da terzo mondo se comparata con quella dei vicini occidentali). Dopo un iniziale momento di spaesamento, però, ci si rese conto che bisognava fare buon viso a cattivo gioco e gli elementi culturali degli immigrati divennero parte integrante della cultura tedesca. L’“inventore” del döner kebab, colui che ne creò la forma più popolare, era un immigrato turco con un fast food a Berlino, Kadir Nurman; la pizza è uno dei piatti più amati dai tedeschi, in tutte le sue versioni; l’Italia supera di gran lunga quasi tutte le altre destinazioni di vacanza per i tedeschi.

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Mesut Özil e Jerome Boateng, giocatori della nazionale di calcio tedesca, di origini rispettivamente turche e ghanesi.

Camminando nei giardini dell’università di Trier o per le viuzze del centro storico non si poteva fare a meno di notare la diversità presente quasi ovunque: persone da tutto il mondo, con retaggi culturali dei più vari, ma che si sentono tutti molto tedeschi. La differenza principale tra la Germania e l’Italia è questa: nei primi anni Novanta accolsero CINQUECENTOMILA profughi dall’ex-Jugoslavia, e il sistema di gestione che crearono allora è rimasto lo stesso e funziona molto bene ancora oggi. Seppure sovraccaricato dal numero enorme di rifugiati e richiedenti asilo, consente di normalizzare una situazione che avrebbe tutte le potenzialità di diventare esplosiva. Il sistema consente innanzitutto una distribuzione equa dei profughi sul territorio, stabilita dal governo centrale ma applicata e messa in atto da tutti i Land, ed è questo il problema principale in Italia (e un problema particolarmente sentito in Friuli-Venezia Giulia). In Germania, per quanto possa divergere per ideologia dal governo di Berlino, nessun governatore si sogna di rifiutarsi di accogliere la propria quota di profughi, che varia in base al PIL e alla popolazione: con PIL più alto e popolazione più bassa si accolgono più profughi, con PIL più basso e popolazione più alta se ne accolgono di meno. In Italia, invece, ci sono sindaci e governatori di Regione che fanno fantomatici atti di disobbedienza civile per ragioni ideologiche, senza rendersi conto di intasare ancora di più un sistema già molto precario (o forse rendendosene conto – ma insistendo comunque, perché le elezioni sono sempre dietro l’angolo), quando invece potrebbero, come in Germania, collaborare costruttivamente per rendere il sistema meno precario.

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La campagna “Deutschland kann das” (“La Germania può farlo”) per l’integrazione dei rifugiati.

La Germania è un paese molto diverso dall’Italia. Su questo siamo d’accordo. Ma i tedeschi non sono alieni provenienti da un’altra galassia, e posso garantirvi che, ad esempio, la burocrazia tedesca in termini quantitativi è almeno equivalente a quella italiana: la differenza è che funziona. I tedeschi hanno portato metà del paese, l’ex DDR, da un’economia instabile e povera a un’economia occidentale in appena venticinque anni, e, anche se la crisi si è fatta sentire, e i recenti scandali dell’industria automobilistica non hanno aiutato, la situazione resta positiva.

Caro Sgarbi, lascia perdere i calzini bianchi con i sandali: la Germania è il nostro compagno di banco secchione, ma anziché tirargli i chewing gum masticati forse dovremmo farci dare una mano con questa nostra versione di latino (dato che con quella di greco si sono già dati da fare) e se proprio non vogliamo imparare dai tedeschi, basta copiare.

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

[Il titolo dell’articolo, che significa letteralmente “Vaffanculo, Goethe!” ma scritto sgrammaticato, è quello originale di una sguaiata ma divertentissima commedia tedesca distribuita in italiano come “Fuck you, Prof!”: se sapete il tedesco vale la pena recuperarla in lingua originale.]

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